mercoledì 13 agosto 2025

Auguri a tutti noi!

 



Natangelo

 



Non le manda a dire

 

Chi boccia la pace sporca per interessi più sporchi
DI ELENA BASILE
I crimini israeliani si susseguono in questo agosto rovente, l’invasione di Gaza viene pianificata, le immagini macabre del genocidio in corso ci raggiungono sulle spiagge dove si continua a gioire di piccoli piaceri, a vivere distrattamente come se l’apparenza di un’umanità libera e spensierata, che ama i propri figli e gli animali domestici, piena di buoni sentimenti verso il cameriere di turno a cui lasciare la mancia, potesse resistere all’urto della cruda realtà. Ci sono due guerre in Europa e nel Mediterraneo: non in lande desolate che dobbiamo scoprire sorpresi sul mappamondo, ma nel nostro vicinato. Accanto a noi i ragazzi ucraini al fronte continuano a essere macellati in una guerra che non ha obiettivi strategici ed è già persa. In Palestina le torture inenarrabili di un popolo, di bambini e donne in maggioranza, non hanno fine, per mano del nostro alleato storico Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente, come recita il catechismo occidentale. Del resto un ministro del governo Meloni ha comunicato recentemente la sua brillante sintesi, condivisa da una maggioranza di persone per bene, i benpensanti, coloro che fanno le code all’autobus o in un ristorante, esprimendo un grande senso civico: “La Russia è l’aggressore e Israele è l’aggredito”. Date le due minacce, il diabolico Putin e il terrorismo di Hamas, possiamo tornare ai nostri piatti stracolmi mentre la Democrazia trionfa, scannando bambini palestinesi e giovani ucraini.
Ritornando a quanto affermavo nel precedente articolo sulle variabili indipendenti in politica internazionale, mi sembra evidente come le classi dirigenti europee, non a loro nome ma sotto l’influenza di potentati che le coprono, osino oggi ostacolare il tentativo di accordo tra Putin e Trump in Alaska e chiedano a gran voce la partecipazione al vertice di un politico fantoccio, Zelensky, in rappresentanza loro più che del popolo ucraino. Oppure vogliamo credere che Macron, Starmer e Merz, instabili nei loro Paesi, in grado di rimanere a galla in virtù di tattiche imbarazzanti, siano oggi degli statisti che alzano la testa contro l’impero per difendere i valori democratici? Gli stessi che hanno subìto l’attacco ai gasdotti di proprietà anche tedesca e i dazi trumpiani, che balbettano patetiche contromisure accettando di fatto il genocidio a Gaza, bene, questi stessi sarebbero ora statisti che si oppongono nella Nato all’egemone statunitense? Se crediamo in questa narrativa, crediamo a Babbo Natale.
L’Europa e Zelensky non sono variabili indipendenti. Si oppongono alla “pace sporca” per difendere interessi, molto più sporchi, delle oligarchie mondiali. Sono stati messi lì e resistono aggrappati alla loro poltrona per questo. La Meloni, anche lei con le mani sporche di sangue palestinese, si accoda alle sanzioni alla Russia come arma di pressione al fine di ottenere un negoziato più favorevole all’Ucraina. È più scaltra di tanti e si aggrappa alla tesi più realistica e convincente. Peccato che il 18° pacchetto di sanzioni non influirà sul conflitto se non perpetuandolo e convincendo la Russia ad avanzare ancora e a conquistare nuovi territori. Non lo dicono i filoputiniani, ma la realtà, l’esperienza dei passati tre anni. Gli omuncoli al governo dell’Europa condannano Yaroslav, un giovane ucraino al fronte come Zahir a Gaza, aiutati dai pennivendoli che pullulano e dalla morte delle nostre coscienze.
Noi, i filoputiniani, quelli che amano il popolo ucraino e che per difendere le proprie analisi non prendono prebende dall’establishment, quelli sgridati da due anni perché osano parlare di genocidio, noi auspichiamo l’accordo in Alaska, basato sul riconoscimento della neutralità dell’Ucraina, dei territori conquistati a est del Dniper, sull’arresto immediato all’avanzata russa, sull’accettazione da parte di Mosca di un’Ucraina democratica vicina all’Europa (ma non pedina militare antirussa), sul ritiro delle sanzioni. Vorremmo anche la fine immediata di ogni cooperazione politico-militare ed economica con Israele, Stato genocida, da portare di fronte alla Cig come chiedono Sud Africa e Brics.
Purtroppo, data l’opposizione Usa, non sarà possibile un’azione di forza in Europa, Turchia, Paesi arabi moderati per impedire l’invasione di Gaza, né sarà possibile, come suggeriscono alcuni, che l’Assemblea generale dell’Onu grazie alla risoluzione 377/A del 1950 Uniting for peace avochi a sé, data l’immobilità del Consiglio di Sicurezza, le misure coercitive previste dal capitolo VII della carta e invii a Gaza i caschi blu contro il terrorismo di Netanyahu. I rapporti di forza contano e nessuno, né la Russia né la Cina, oserebbe sfidare Israele, pedina Usa e potenza sponsorizzata che tramite la lobby di Israele condiziona la politica americana. Siamo realisti e disperati. La demistificazione del linguaggio del potere continua senza grosse illusioni e concorre forse nel lungo periodo a una trasformazione culturale, prima che politica, della società occidentale.

Diversità

 

I sacri confini
DI MARCO TRAVAGLIO
Da che mondo è mondo, i negoziati che seguono alle guerre cambiano i confini degli Stati a vantaggio di chi le ha vinte. In Medio Oriente le guerre prima difensive e poi offensive di Israele hanno modificato decine di volte i confini di tutti i suoi vicini: Cisgiordania, Gaza, Egitto, Giordania, Siria, Libano. Solo nell’ultimo anno, nell’impunità totale, il governo Netanyahu s’è mangiato una fetta di Libano e una di Siria, dove anche la Turchia (membro Nato) controlla regioni a nord. Trump ha appena mediato, dopo 30 anni di guerra sanguinosa, la pace fra l’Armenia cristiana filorussa l’Azerbaigian islamico filoturco, che due anni fa cancellò dalla carta geografica l’enclave armena del Nagorno-Karabakh, con una spaventosa pulizia etnica e l’esodo di 120 mila superstiti. Dinanzi a queste e a molte altre violazioni del diritto internazionale e umanitario, l’Occidente non ha mai fatto una piega. Ora però è bastato l’annuncio che Trump e Putin si vedranno per chiudere la guerra in Ucraina con un compromesso territoriale perché i Dem Usa e l’Europa si sollevassero come un sol uomo sbraitando che “i confini internazionali non devono essere modificati con la forza”. Ma tu pensa.
Devono soffrire di amnesia o di narcolessia. Perché sono gli stessi Paesi Nato che nel 1999, regnante Clinton, mentre fingevano di trattare con la Russia (di Eltsin, non di Putin) a Rambouillet sulla crisi serba, iniziarono a spalleggiare i secessionisti albanesi e islamisti del Kosovo, fino a bombardare Belgrado e altri centri della Federazione Jugoslava per 11 settimane, col pretesto della pulizia etnica serba e fingendo di non vedere quella dell’Uck. Risultato: dai 1.200 ai 2.500 morti civili e un esodo di 300 mila serbi e rom cacciati dalle loro case, date alle fiamme insieme a ospedali, scuole, uffici postali e 150 monasteri ortodossi. La pace di Kumanovo, ratificata dalla risoluzione Onu 1244, impose il ritiro temporaneo dell’esercito serbo dal Kosovo, ma vi riconobbe la sovranità di Belgrado. Nel 2001 Milosevic fu arrestato dal Tribunale penale internazionale: fu trovato morto nel 2006, ancora in attesa di giudizio, nel carcere dell’Aja, dove spiccava l’assenza dei criminali di guerra kosovari. Nel 2008 il Kosovo proclamò unilateralmente l’indipendenza in barba a Kumanovo e all’Onu, cioè al diritto internazionale. Ma fu subito riconosciuto da Usa, Canada, Giappone, Australia e 22 Stati Ue, Italia inclusa (non invece da altri 91 Stati, fra cui Serbia, Russia, Cina e Spagna). Nel 2014 la Crimea e parte del Donbass si staccarono dall’Ucraina con tanto di referendum dopo il ribaltone di Maidan, ma nessuno in Occidente le riconobbe. Si erano scelti il nemico sbagliato: quello che confonde il diritto internazionale con il menu à la carte.

Pino Quattro

 

La Teologia della prosperità
DI PINO CORRIAS
A parte respirare, il principale scopo della vita, per Donald Trump è il dollaro. Quello che prospera per volontà divina, rende felici gli uomini, si moltiplica grazie agli affari. In nome dei quali vale tutto, la truffa, la prepotenza e i debiti da non pagare: “Ho fatto grandi cose coi debiti. Cioè, ovvio che si trattava di bravate, ma con me hanno funzionato, a me è andata bene”. Più che bene: eletto due volte comandante in capo, nonostante le quattro bancarotte, una infinità di indagini per evasione fiscale, dozzine di accuse per molestie sessuali, il buco nero dei suoi “viaggi di svago” con il pedofilo Jeffrey Epstein sul suo “Lolita Express”, la definitiva condanna nel processo per aver comprato il silenzio della pornostar Stormy Daniels.
La ricchezza, per Trump e per altri 40 milioni di evangelici convertiti alla “teologia della prosperità”, è dono di dio. La povertà una colpa. Le scusanti sociali sono cibo per i deboli. Il successo è il premio dei più forti. Chi contesta questa semplice verità dell’esistenza, sostiene Trump, è un perdente. Oppure un comunista. E il bello è che, nell’America profonda, gli credono sia i più poveri che i più ricchi.
La Bibbia è la sua ispirazione. Da presidente ne ha fatto stampare un’edizione da 60 dollari con la bandiera a stelle e strisce sullo sfondo della copertina in pelle, la scritta God Save America e ha aggiunto in appendice la costituzione americana, come fosse una integrazione del testo sacro, dedicata al popolo eletto. Presentandola alla stampa ha detto: “È il mio libro preferito, tutti dovrebbero averne una copia a casa”. In una delle sue dodici autobiografie – Pensa in grande e manda tutti al diavolo, anno 2016 – ha scritto che sono stati la Bibbia e il padre a insegnargli lo scopo della vita: combattere, vincere, avere successo. Lo stesso scopo da perseguire negli affari, dove serve perseveranza, coraggio, passione. Senza dimenticare il valore della vendetta: “Siate vendicativi negli affari”; “Attaccate alla gola chi vi ha fatto un torto”; “Colpite duro. Colpite in mezzo agli occhi”; “Fatevi ricchi a qualunque costo”. E per finire: “Se qualcuno mi dice pentiti, rispondo: perché dovrei pentirmi se non commetto mai errori?”. Neanche quella volta che provò a fregare il fisco con i gioielli di Bulgari.
(4 – Continua)

Improvvisamente

 


Nel brodo primordiale da anni impregnante quello che dovrebbe essere sulla carta un partito di sinistra, dopo decenni di consociativismo subdolo e puerile, dopo che cacicchi di ogni risma  ne hanno adulterato l'essenza, dopo che fanfaniani immobili, centristi della malora camuffati da riformisti solo per portare a casa la pagnotta, ronzini perennemente assopiti in modalità Gentiloni ne hanno smielato il desiderio di combattere le disparità, ma soprattuto, dopo che durante l'Era del Ballismo un Bullo ne ha deturpato l'anima con idee politiche tipicamente gattopardesche in grado di distruggere lustri di lotta politica come meglio non poteva fare lo zio puttaniere dell'egoriferito in questione, in questo momento politico in cui Elly, tra una supercazzola e l'altra, parrebbe essere sempre in procinto di avviare una sacrosanta pulizia di primavera atta a spazzar via acari e soprammobili protesi verso la glaciazione, e qualcuno pure con dei profumi in tasca non acquistati, ecco che, fulmineamente, come un passaggio illuminante di Pirlo, come un dritto in risposta di Jannik, stagliarsi nel già descritto bordo primordiale la figura di una persona già conosciuta e notata da tutti coloro che, da quel partito, attendono l'arrivo, da lustri, di qualcuno che proponga ragionamenti e traguardi dall'antico sapore di sinistra, lei, al secolo Silvia Salis attualmente sindaco di Genova, che, in semplicità, senza clamore, per pura dedizione alle proprie idee, si è recata a Stazzema nel giorno del ricordo della mattanza nazifascista - sottolineo: parteciparono attivamente fascisti, fascisti, fascisti - in cui persero la vita 560 martiri, di cui 130 bambini, per onorarne la memoria, per tenere in allenamento "il muscolo della Resistenza, che va allenato come la Memoria." 

parole sue: 

"La memoria della Resistenza è la nostra memoria, è la memoria di chi ha lottato per sconfiggere il fascismo e il nazismo. Com’è cominciato quell’orrore? Non con i carri armati o le bombe. Con le parole. È cominciato con il consenso di alcuni, ma soprattutto con l’indifferenza degli altri. Molti si girarono dall’altra parte, non tutti certo, e tanti pagarono un prezzo altissimo per questo, ma molti si piegarono o si abituarono. E il fascismo si nutrì di questo silenzio”. 

"la Resistenza non è un capitolo chiuso: la Resistenza è un muscolo. Ai ragazzi che sono qui vorrei dire: leggete, informatevi, incrociate le informazioni per distinguere il falso dal vero o ancora peggio dal verosimile, non lasciate che vi tolgano la capacità critica, il dubbio. Il dubbio è la cintura di sicurezza della democrazia. Chi vi dice che tutto è semplice, che c’è un nemico in agguato, che basta un ‘noi’ contro ‘loro’, non vi sta spiegando il mondo: ve lo sta restringendo. Imparate a dire no. Chiedo ai giovani: siate partigiani della complessità. Chiedo agli adulti: siate affidabili. Chiedo alla politica: siate all’altezza”. 

"non è più tempo di parlare di fascismo.  Il fascismo è un mutaforma. Non si distrugge facilmente. Il fascismo si traveste da hashtag e meme. Ma è sempre lui: il volto dell’odio travestito da protezione. È quando la politica smette di essere servizio e diventa culto della personalità”. Per questo, ha proseguito Salis, “Sant’Anna non è finita nel 1944. Sant’Anna continua a vivere oggi. Ogni volta che diciamo: io ci sono. Io non dimentico. Io resisto. Perché oggi la Resistenza non è finita. Oggi si resiste ogni volta che si combatte l’odio, la disuguaglianza, il razzismo, il negazionismo, l’indifferenza verso chi soffre, la violenza sulle donne, l’abbandono delle periferie, il silenzio verso le guerre lontane e verso quelle vicine, verso chi affama e massacra bambini. Oggi resiste chi ha il coraggio di pensare con la propria testa. Chi non si gira dall’altra parte. Chi sceglie il noi, non l’io. E allora io lo dico chiaramente: Non c’è spazio per il fascismo nella nostra Repubblica. Non c’è spazio per l’indifferenza nella nostra umanità”.

Già entrata nel mirino di pennivendoli peripatetici professionisti nello smerdare pericolosi avversari, come il Bazzone che dal suo giornaletto pulisciterga al tempo della campagna elettorale che la vide vincitrice, tentò di infangarla inventandosi calunnie su un incidente avvenuto anni prima, Silvia Salis rappresenta, se fossimo nel mondo Marvel, l'Anti-Picierno, la Pina guerrafondaia che paghiamo per sparar cazzate a Bruxelles, ma è anche l'Anti-Guerini, gli antipodi di quel modo insano di far politica per piacere ai poteri forti, per riverirne le scelte improvvide, per restare nello sciacquetio inconcludente di chi vede nella politica un mestiere da procrastinare per l'eternità. 

Per ultimo occorre evidenziare l'assordante silenzio della damigella del Trumpone, la pseudo democratica premier impelagata attualmente in vicende molto più grandi di lei, tipo l'immobilismo dinnanzi al genocidio sionista del popolo palestinese, o la constatazione di non contare una mazza assieme agli altri nani europei difronte alle psichiatriche vicende belliche internazionali. Non ha detto nulla riguardo all'anniversario della strage nazifascista di Stazzema. Non una dichiarazione, non un pensiero. Nulla, come la valenza della sua persona. 

Grazie Silvia Salis di esserci! 






martedì 12 agosto 2025

Perché mi piace...

 ...la letteratura russa! 


Tu sai che il capitale schiaccia il lavoratore. Da noi gli operai, i contadini sostengono tutto il peso del lavoro e sono posti in una condizione tale che, per quanti sforzi facciano, non riescono ad uscire dalla loro situazione di bestie da soma. Tutto il margine del guadagno, col quale potrebbero migliorare la loro sorte, procurarsi un po’ di tempo libero e con esso l’istruzione, tutto il soprappiù della paga è sottratto loro dai capitalisti. E la società è congegnata così che più quelli lavorano, più s’arricchiscono i mercanti, i proprietari di terre, mentre loro rimangono sempre bestie da soma. Quest’ordine di cose va mutato – e guardò fisso e interrogativamente il fratello.

Tolstoj, Lev. Anna Karenina 


Sono passati secoli da quando il grandissimo Lev scrisse Anna Karenina, ma nulla è cambiato, anzi, si è accentuato oltremodo l'abisso tra i lavoratori e il signor padrone, il quale, azzerando il rischio d'impresa, si è specializzato nel modello arpia, dilatando spaventosamente il profitto a scapito del lavoratore che, come diceva Marx, il salario è solo sopravvivenza, mentre il plusvalore derivato dal lavoro umano se lo pappa tutto il capitalista. E siamo ancor'oggi a trattare di plusvalore assoluto (vengono allungate le giornate lavorative che oltre alla sopravvivenza producono plusvalore) e relativo (con i macchinari che diminuiscono la tempistica per la sopravvivenza del lavoratore, aumentando il plusvalore.) 

Vi rendete conto che nulla è cambiato, e che tutto è peggiorato in questo tempo che lorsignori definiscono moderno? Ma de che?