giovedì 9 marzo 2023

Allora non sono solo!

 

Clara Mattei: “L’austerità serve a rendere i lavoratori docili e ricattabili”

L'ECONOMISTA - “Non ha a che fare coi conti in ordine, è una scelta politica: dare ai pochi, togliere a molti”

di Marco Palombi 

La sanità collassa, salari e pensioni non si sentono tanto bene e l’intero sistema, per la verità, pare incapace di tener fede al patto sociale. Secondo Clara Mattei, economista italiana della New School for Social Research di New York (e collaboratrice del Fatto), non è un caso, ma l’esito voluto di quelle precise scelte politiche che vanno sotto il nome di “austerità” (Operazione austerità, Einaudi, è un suo bel libro del 2022): “I tagli alla sanità, che sono iniziati molti anni fa, vanno insieme a quelli sulla scuola, ai tagli alla spesa sociale come quello al Reddito di cittadinanza in Italia: l’austerità è una piattaforma politica e la sua logica non è tanto, o solo, tagliare la spesa, quanto spostarla da beni che interessano la maggior parte dei cittadini, specie i più poveri, ai settori in cui possono trasformarsi in guadagno per pochi, Ad esempio, per restare all’oggi, finanziando la difesa o la guerra”.

Eppure col Covid pareva che tutti avessero capito l’importanza di un servizio sanitario efficiente e radicato nel territorio.

Infatti o siamo tutti scemi o c’è una logica superiore di funzionamento del sistema: meno sanità pubblica significa più sanità privata, significa maggiore dipendenza dal mercato e dunque minore capacità di leva dei lavoratori rispetto alle imprese. L’austerità serve a silenziare le persone: a impoverirle e renderle docili.

Altro tema d’elezione degli “austeriani” sono le pensioni: la Francia, però, scende in piazza da settimane contro l’aumento dell’età pensionabile.

Ecco, l’ossessione per le pensioni dimostra ancora una volta quanto l’austerità sia strettamente collegata ai rapporti di forza nel mondo del lavoro. Certo, ogni tanto ci sono proteste come in Francia, però sono sempre azioni di difesa, per non farsi togliere qualcosa che si era conquistato anni fa, mai per chiedere qualcosa in più. E non è che manchino le cose da chiedere…

Anche in Inghilterra ci sono stati molti scioperi contro il caro-vita: se non altro il sistema è in crisi di consenso.

Un’inflazione così alta è destabilizzante, anche perché le persone s’arrabbiano. La priorità allora diventa imbavagliare il dissenso: in questa fase a disciplinare i lavoratori ci stanno pensando le Banche centrali con gli aumenti dei tassi che – negli Usa lo dicono esplicitamente – servono ad aumentare la disoccupazione. Ma attenzione, austerità monetaria, fiscale e nelle politiche industriali e del lavoro sono un pacchetto unico, vanno sempre di pari passo.

Ma l’inflazione, direbbe il banchiere centrale, è un problema per tutti.

Intanto va capita una cosa. Non ci sono problemi economici che non siano problemi politici. L’inflazione, secondo i modelli teorici degli economisti delle banche centrali, si abbassa solo impedendo alla gran parte della popolazione (quella meno abbiente o povera) di consumare, mai intaccando i profitti: come si vede, una politica esplicitamente classista mascherata da soluzione tecnica super partes.

C’è un fatto strano: l’austerità dovrebbe migliorare i bilanci pubblici, ma finisce sempre per peggiorarli.

Perché non serve a quello, ma a spostare risorse dai molti ai pochi, lasciando che i primi siano sempre più dipendenti dal mercato.

Com’è possibile, allora, che giri da cent’anni?

La retorica dell’austerità funziona perché è simile al senso comune: risparmiare, non vivere al di sopra dei propri mezzi… In realtà, come qualcuno avrà capito negli anni del Covid, il vero problema non è se i soldi ci siano o no: ci sono sempre quando servono per alimentare i profitti di pochi, mai quando servono per tutti gli altri perché il punto è non emancipare le persone, non metterle nella condizione di non farsi sfruttare o di pensare che le cose possano andare in un’altra maniera. Non si può lasciare che i lavoratori mettano in discussione l’economia di mercato.

Sommo Sommi

 


Dai migranti al Reddito di cittadinanza: i nuovi indifferenti

PIAGA SENZA TEMPO - Sia Dante sia il filosofo politico criticano coloro che non si schierano: lezione valida anche oggi su questioni che interessano tutta la società come migranti, guerra, giustizia e vengono lasciate in mano a pochi

di Luca Sommi 

“Odio gli indifferenti!”, scriveva Antonio Gramsci, “vivere vuol dire essere partigiani”. E ancora: “Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.

Sono parole del 1917 ma che, rileggendole, vanno bene anche oggi. Ma chi sono, oggi, questi indifferenti? Forse coloro che non votano “perché tanto non cambia niente”; forse coloro che non partecipano alla vita sociale e politica “perché tanto non cambia niente”; forse sono coloro che non si indignano – sì, proprio così, indignano – quando affonda una barca carica di anime disperate “perché se non fossero partiti…”; forse sono coloro che se tolgono un reddito a chi non ha niente sorridono “perché stavano tutto il giorno sul divano”; ma forse sono anche coloro che se incontrano un uomo o una donna riversi al suolo non si fermano “perché chissà chi è”; o coloro che non ripudiano (versione rafforzata di “rifiutare”, presente nella nostra Costituzione) la guerra in ogni sua forma e, anzi, la dichiarano dal loro divano “perché esistono guerre giuste”; forse sono coloro che di fronte a parole come “etica”, “morale”, “libero arbitrio”, “coscienza critica” fanno spallucce “perché non so neanche cosa significhino”; forse sono coloro che di fronte a uno schifo di riforma della giustizia, che punisce i deboli e aiuta i potenti, non reagiscono “perché non è vero”. E potremmo andare avanti all’infinito. Per questo è importante rileggere le parole di Antonio Gramsci, un uomo che ha dato la vita per la libertà, libertà “da” e libertà “per”. Sentite: “L’indifferenza è il peso morto della Storia. L’indifferenza opera potentemente nella Storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti. È la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza”. Gramsci parla di assenteismo come forma di indifferenza e dei tanti “fatti della vita sociale che maturano nell’ombra”, in poche mani, non sorvegliate da nessun controllo. Mani che tessono – diceva lui – la tela della vita collettiva e che “la massa ignora, perché non se ne preoccupa”. E quindi sembra che sia la fatalità a travolgere tutto, sembra che la Storia sia alla stregua di un fenomeno naturale – sarebbe accaduto ugualmente… – come un’eruzione, un terremoto. “E alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza”. Parole giuste, parole attualissime, che mettono in risalto coloro che non hanno dato braccia a quegli altri che, per evitare un disastro, “combattevano”. Perché se è vero (come è vero) che un politico è grande in misura della sua forza di previsione, allora possiamo dire ce ne sono pochi, pochissimi, di politici come li intendeva lui. Però questo non deve essere una scusa. Come non deve esserla quella di non andare a votare o evadere le tasse perché le cose non vanno come vorremmo. È vero che, come diceva un grande economista inglese come William Beveridge, il patto sociale tra cittadino e istituzioni si rompe qualora a fronte del pagamento delle tasse lo Stato non riesce a sollevare i cittadini dalle paure. Che tradotto significa: un letto d’ospedale se sto male, l’istruzione a mio figlio, la sicurezza quando cammino per strada, un ammortizzatore sociale se perdo il lavoro, e via dicendo. Come dire: se accade questo mi sento in diritto di non pagare le tasse. No, non funziona così. Questo, anzi, è l’inizio dell’indifferenza, l’inizio delle fine. E non è una giustificazione neanche la demagogia imperante, molto praticata dalla politica, “sgambetti logici – li descriveva Gramsci – per apparire nel vero, che falsano scientemente i fatti per apparire i trionfatori, che per ubriacarsi della vittoria di un istante sono insinceri o affrettati”. Lo abbiamo visto durante il Covid, politici pronti a tutto per una manciata di consensi, come condannare chi seguiva le regole, chi ascoltava la comunità scientifica – e chi altri avremmo dovuto ascoltare? Ecco ancora Gramsci: “Gli ospedali, che dovrebbero essere il concretarsi organico della piena collettività, sono lasciati in balìa di gente irresponsabile” e l’assistenza “che è un diritto, diventa un regalo, una umiliante carità che si può fare e non si può fare. E nessuno controlla”. Gli indifferenti, appunto, che esistono da sempre. Sentite come li descrive Dante nella Commedia: non li mette neanche all’Inferno, perché non sono degni neanche di quello. Gli ignavi, coloro / che vissero senza n’nfamia e senza lodo, dice Virgilio al poeta. Quelli che in vita non hanno mai preso posizione, che non furono né ribelli né fedeli a Dio. E perché non lo meritano? Per non dare gloria, dice Virgilio, agli altri dannati che al confronto con loro, di qualsiasi malefatta si siano macchiati, sentirebbero la loro superiorità per il solo fatto di aver compiuto scelte, anche se sbagliate: Caccianli i ciel per non esser men belli, / né lo profondo inferno li riceve, / ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli. Traduciamo: i cieli li cacciarono per non perdere bellezza, né l’Inferno li accoglie nelle sue profondità, poiché i dannati potrebbero ricevere gloria dalla loro presenza.

Insomma, gli indifferenti di cui parla Gramsci. Tanto che la guida latina usa parole sprezzanti ormai celebri: non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Non sono degni di nessuna nota. E sentite la pena che devono scontare per il fatto di non aver mai preso posizione, tanto da spiacere a Dio quanto al Diavolo: sono tormentati da continue punture di vespe e mosconi, che rendono il loro viso una maschera di sangue. Sangue che quando cade a terra è mischiato alle loro lacrime e viene raccolto da vermi ripugnanti. Era il Quattordicesimo secolo. Evidentemente gli indifferenti erano una piaga anche allora.

Si esulta!

 


Focalizzazione

 


Minoli travagliato

 

Meloni, Milioni, Minoli
di Marco Travaglio
Come a ogni cambio di stagione, ci tocca l’inevitabile “candidatura Minoli alla Rai”. “Spunta”, “avanza”, “se ne parla” sulle migliori gazzette: tutti eufemismi per non dire che è lui a candidarsi da solo. Ieri s’è pure fatto intervistare da Senaldi su Libero per dire che questa Meloni è un portento, “si muove per fare un grande partito conservatore” e “può essere davvero un leader di rottura” grazie al suo non meglio precisato “piano industriale e culturale” e alle sue nomine improntate all’“unico criterio della qualità, premiando chi ha dimostrato di saper fare bene anche al di fuori dal suo stretto giro di rapporti” e non farà certo “un mercato delle vacche”. Soprattutto se nominerà lui presidente della Rai. Purtroppo è vittima di “attacchi strumentali” da una “stampa in crisi” e ormai “senza credibilità”. Fortuna che c’è lui, credibilissimo da quando nel 1987 “intervistò” Craxi per uno spot elettorale al supermarket col garofano rosso all’occhiello. E nell’89 intinse la penna nella saliva per scrivere a Craxi: “Caro Bettino… in 10 anni ho prodotto molti dei programmi di Rai2 che hanno avuto più successo… Avrei potuto essere considerato un interlocutore nel momento dell’ennesima difficilissima scelta circa il destino della Rete 2… Non sono mai stato capace di spendere tempo nelle manovre di corridoio (sic, ndr)… Capirai lo sfogo ma anche l’amarezza di chi si sente a posto con la coscienza professionale e la lealtà politica, ma sempre scavalcato dai pregiudizi, dalle informazioni incomplete, tendenziose e forse cattive… Se servo, ci sono…”.
Poi da craxiano divenne, nell’ordine: martelliano, berlusconiano, veltroniano, prodiano, montiano e renziano. Nel 2018, coi gialloverdi, si scoprì sovranista (“se sovranismo significa tornare a produrre programmi in azienda, non mi dispiace”). E siccome il M5S aveva nominato dg Salini, flautò: “Sono contento, è competente e perbene. Ma la Rai è una balena spiaggiata, può salvarsi solo se trova un potentissimo rimorchiatore”. Tipo lui. Purtroppo non fu rimorchiato, anche perché è in pensione da 13 anni e ha un contenzioso con la Rai. Di recente era riuscito a convincerla che la gente non vede l’ora di riciucciarsi Mixer. Risultato: dal 3 al 2,5 al 2% di share. Ma il bello è che trova sempre qualcuno che ci casca. Tipo Cairo, che gli affidò un Faccia a faccia su La7, dove lui lanciò un’intervista a Matilde Bernabei: “Continuiamo il viaggio tra le donne top manager d’Italia. Siamo andati a incontrare la presidente della Lux Vide, che da 25 anni sforna in continuazione successi d’ascolti per la tv. Lei è Matilde Bernabei!”. Purtroppo si scordò di precisare che quel prodigio di donna era la moglie dell’ultimo giornalista credibile rimasto su piazza: lui.

Nota di servizio

 


Segnatevi questo nome: Hotel Colbricon di S.Martino di Castrozza, un quattro stelle. Non sceglietelo, depennatelo nel caso programmaste una vacanza in quei luoghi magnifici. Perché questo hotel ha preferito l'emarginazione alla libertà. Ha preferito dire alla mamma di Tommaso che alcuni ospiti si erano lamentati la sera precedente della presenza di Tommaso nella sala da pranzo. E invece di chiedere ai protestanti trogloditi culturalmente di lasciare la struttura, perché bisognosi di cure sociali, hanno scelto di proporre alla madre di Tommaso, una nuova location per i pasti, separata da un vetro mosaico. Nel 2023 esistono ancora queste forme di demenza culturale, di escalation di quella subdola forma di ignoranza che ci porta a confondere la propria posizione sociale con la perfezione genetica che in verità non esiste, che biforca la dignità di noi tutti. Tommaso comunica in altri modi ed è fucina di beltà per i cosiddetti normodotati, mentre il diverso è sempre colui che spinge ad esaltare forme di normalità pregne di stereotipi d'esclusione sociale, tra cui il non vedere per procrastinare la fede in una società perfetta, vippistica, modaiola e perennemente in baldoria. Occasione persa per il Colbricon e per gli inetti desiderosi di divisorio offuscante Tommaso. Il quale probabilmente riderà sguaiatamente nel constatare quanta stupidità vi sia ancora attorno a lui.

L'Amaca

 

L’importanza di chiamarsi vip

DI MICHELE SERRA

Leggo di incresciosi fatti di cronaca in una “palestra dei vip” e mi domando quali attributi — architettonici, igienici, ginnici — distinguano le palestre dei vip da quelle normali. Mi ero fatto la stessa domanda pochi giorni fa alla notizia che un “dentista dei vip” era nei guai: che trapano userà, su quali poltrone favolose farà sedere i pazienti, e quale camice indosserà mai, un dentista dei vip?
Anche quando andò in fiamme, a Milano, “il condominio dei vip”, un onesto grattacielo di periferia, fermai la macchina — giuro — nelle vicinanze per valutare l’imponente sagomatura dell’edificio, le lussuose rifiniture e il circostante splendore: senza trovarne traccia.
Il termine vip (acronimo divery important person) si diffuse ormai mezzo secolo fa.
E nonostante sia una paroletta al tempo stesso scema e classista, o forse proprio per questo, ebbe un travolgente e durevole successo giornalistico. La categoria, in origine, comprendeva star del cinema, cantanti, volti della televisione, principesse, playboy e miliardari celebri.
Il cosiddetto jet-set. Via via ha inglobato anche miliardari non celebri, concorrenti di reality show (anche quelli eliminati dopo un quarto d’ora), influencer, fidanzate di calciatori, ballerini di TikTok, cani eroi, chiunque sia riuscito a ritagliarsi i suoi dieci minuti non di celebrità, come si suole dire distrattamente, ma di esistenza pubblica, che è tutt’altra cosa.
Propongo una via d’uscita. Si decida una buona volta che, grazie al prodigioso evolversi dei media, e specialmente dei social, tutti sono vip. Così che qualunque palestra, qualunque dentista, qualunque condominio sia “dei vip”. Fino a rendere, piano piano, inutile specificarlo.