Tra gli operai schiavi nel cantiere del consolato Usa: "Lavoriamo anche malati"
di Miriam Romano
Cosa succede oltre quella recinzione non è dato vederlo. Il filo spinato corre tutto intorno. «Zona militare», avverte un cartello. Dal marciapiede si intravede una gru in funzione. Sulle balaustre camminano operai in fila: caschi gialli, pettorine fluorescenti. Il cantiere degli schiavi non si ferma nemmeno per il ponte del 2 giugno. «Entriamo alle 7 e usciamo alle 6 di sera». In lontananza si sentono i colpi di martello, il ferro battuto, qualche ordine urlato da una parte all'altra.
Dietro la rete, in un angolo di prato, tre uomini sono accasciati all'ombra con i cellulari in mano: videochiamano le famiglie lontane, mandano saluti ai figli, si sconnettono per qualche minuto dai fischi e dal clangore del cantiere. È la brevissima pausa pranzo che gli viene concessa. Sullo sfondo, irreali, i grattacieli di CityLife. È qui, nel maxi cantiere del nuovo consolato americano di Porta Nuova, che la procura di Milano ipotizza un sistema di sfruttamento ai danni di decine di operai indiani. Secondo l'inchiesta, i lavoratori sarebbero arrivati in Italia dopo avere pagato migliaia di euro per il viaggio e il visto, per poi ritrovarsi a lavorare fino a 10-12 ore al giorno con stipendi decurtati da affitto nei residence dell'hinterland. Intanto la procura di Bergamo ha chiesto la convalida del fermo di Ulas Demir, manager della filiale italiana della Caddell Construction Co. LLC, fermato all'aeroporto di Orio al Serio mentre tentava di lasciare l'Italia per rientrare a Istanbul.
La giornata inizia prestissimo. E fa già caldo, 30 gradi in questa estate precoce. Quattro pullman parcheggiano in fila lungo il marciapiede davanti al consolato Usa. Decine di operai guardano dal finestrino. Zaini in spalla, cuffiette nelle orecchie. Scendono uno alla volta. Quasi non si parlano tra di loro. C'è la solita routine. Prima di entrare in cantiere, i lavoratori lasciano i cellulari fuori, in piccole cellette metalliche. Poi passano i tornelli e spariscono dietro le reti ombreggianti.
Amrinfet indossa una camicia a quadri. Ha 36 anni, due figli e una moglie a Ludhiana, nel Punjab. Dice che un giorno tornerà ai campi di grano che ha ancora negli occhi. «Guadagno 1.500 euro al mese». Parla abbastanza bene in inglese. L'italiano, invece, non lo conosce. «Non parlo mai con gli italiani», racconta. La sua routine è un susseguirsi di obblighi. «La mattina mi alzo alle 5.30. Il pullman passa a prenderci alle 6. Alle 7 entro in cantiere ed esco alle 18». Amrinfet gira i tacchi: deve chiamare la moglie.
«Cosa rimane a me di quello che guadagno?», si chiede Airtel, un altro operaio. Sorride appena e si fa i conti con le dita. «La stanza costa 506 euro. Altri 300 per mangiare. E 300 euro li mando a mio padre, in India. Ha il diabete». Il sorriso si spegne. «Pochi soldi. Non bastano». «Lavoro sempre. Anche con la febbre. Se dici no, non lavori più», dice Satnam. «Tantissime ore lavoro. Dieci o dodici al giorno». Un altro operaio racconta di avere venduto trattori e attrezzi per pagarsi il viaggio in Italia. Ranjit stringe i pugni. «A mia moglie non racconto nulla. Si chiama Simran. Mando i soldi. Prendo due euro l'ora, ma lei non lo sa». Poi abbassa lo sguardo. «Se racconti problemi alla famiglia, loro soffrono e basta».
Scatta l'ora del rientro. I pullman costeggiano il cantiere e caricano una cinquantina di operai ciascuno. Riattraversano le strade della periferia, passano accanto ai campi irrigati dai canali. A Garbagnate, più a nord, c'è uno dei residence dove alloggiano i lavoratori. «Li vediamo arrivare tutti i giorni alla stessa ora. Ma nessuno sa niente di loro», racconta una vicina.
A sud di Milano, a Pieve Emanuele, c'è l'altro residence. Amrinfet sale fino al nono piano. Si apre un lungo corridoio. I muri sono stinti, le porte gracchiano. In tre dividono un appartamento di quaranta metri quadrati. In cucina c'è un letto. Gli altri due sono affiancati in una stanza minuscola. Sono ancora disfatti. «Non abbiamo tempo di sistemarli». L'odore del curry attraversa l'appartamento. È ora di cena: riso, verdure, peperoncino tagliato a fettine sottili. Uno di loro torna con una busta della spesa appoggiata sul tavolo. Un'immagine sacra è appesa alla parete e in una cornice splende una famiglia felice. La sera restano seduti sui muretti con il telefono in mano. Guardano video, aspettano le videochiamate dall'India. Tra poche ore la sveglia suonerà di nuovo. E alle sette, dietro il filo spinato del consolato americano, il cantiere riprenderà a muoversi come se niente fosse.
Dopo giorni di silenzio, dal consolato americano battono un colpo. Un portavoce del Dipartimento di Stato fa sapere che «le accuse sono oggetto di indagine» e che «le forze dell'ordine statunitensi stanno collaborando pienamente con le autorità italiane». «Il governo degli Stati Uniti — aggiunge — non tollera lo sfruttamento del lavoro».
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