mercoledì 7 dicembre 2022

Il Nordio Travagliato

 

Corea del Nordio
di Marco Travaglio
Il cosiddetto ministro della Giustizia Carlo Nordio lancia nuovi anatemi a grappolo contro il mestiere che faceva (così almeno pare) fino all’altroieri: il magistrato. Via l’azione penale obbligatoria, che tutela ogni pm da interferenze interne ed esterne e assicura ai cittadini il diritto di rivalersi dei torti subiti: meglio far decidere alla politica i reati da perseguire e da ignorare (indovinate quali). Via la Spazzacorrotti, perché le pene alte e la galera sicura non sono un deterrente: lo è semmai abbassare le pene e assicurare che siano finte. Però Nordio vuol dare l’impunità i corruttori che denunciano i corrotti e viceversa: ottima idea, ma se non rischiano di finire dentro (con la Salva-corrotti Zanettin il carcere torna finto), non si vede perché dovrebbero denunciarsi a vicenda. Tantopiù se non rischiano neppure di essere scoperti: Nordio vuole smantellare pure le intercettazioni, “strumento micidiale di delegittimazione personale e politica”, “violazione blasfema della Costituzione”, minaccia “alla riservatezza e all’onore” (dei delinquenti: gli onesti non hanno nulla da temere). Si pensi che oggi “si intercetta su semplici sospetti”, mentre andrebbero intercettati solo i condannati definitivi, sempreché ne resti qualcuno. C’è persino qualche pm pazzo che “intercetta persone non indagate”: tipo i famigliari di un sequestrato, i primi a cui telefona l’Anonima Sequestri che, essendo anonima, nessuno conosce. E poi, signora mia, “in Italia le intercettazioni costano troppo e sono troppe rispetto alla media dell’Ue e dei Paesi anglosassoni”.
È la solita chiacchiera da bar dei governi di B. e i suoi derivati. Purtroppo l’ha già sbugiardata nel 2006 uno studio comparativo della commissione Giustizia del Senato: l’Italia aveva ogni anno 100 mila bersagli intercettati (utenze, non persone, che possono usare più schede), per l’80% in indagini di mafia, cioè molte meno che nelle altre democrazie, dove però è impossibile contarle. Qui si sa quante sono perché la magistratura deve autorizzarle tutte, anche quelle dei Servizi; negli Usa sono diversi milioni, opera esclusiva di Servizi, Fbi, polizie statali e locali, Sec, persino pompieri; e anche in Francia, Spagna, Germania e Uk la polizia, i Servizi e altri enti amministrativi intercettano chi vogliono senza passare dal giudice, quindi il numero è incontrollabile. Il Senato concluse che “le garanzie che il nostro sistema legale assicura al cittadino non hanno l’eguale… in alcun’altra democrazia occidentale”. Lo sapeva anche Nordio, che solo nell’inchiesta sul Mose del 2014 ottenne 35 arresti e indagò 100 persone in base a migliaia di intercettazioni. Oppure già allora la pensava come oggi. Nel qual caso, sorge un dubbio atroce: chi faceva le indagini che lui firmava?

L'Amaca

 

Eros e inciviltà
DI MICHELE SERRA
Che cosa possiamo fare, noi altri, per la libertà delle donne dell’Iran, e dell’Iran nel suo insieme? La domanda non è retorica, è concreta. È operativa. Se cercate in rete “iniziativepro Iran”, o “iniziative per le donne dell’Iran”, trovate poco, e quel poco risale soprattutto a settembre-ottobre. Sparuti comunicati di siti politici, legati a partiti o singoli esponenti, e prese di posizione puramente simboliche di consigli comunali, tengono viva la fiammella dell’attenzione fino a oggi. Ma, con tutto il rispetto, si tratta di briciole rispetto a una rivoluzione, e una repressione, di sconvolgente drammaticità. E di impareggiabile rilevanza.
I fatti li conosciamo tutti. Ragazze che vogliono portare i capelli sciolti, non sopportando più l’odiosa oppressione clericale. Un clero stupido, terrorizzato, decrepito, violento che uccide centinaia di giovani, anche minorenni, pur di difendere un regime stupido, terrorizzato, decrepito e violento.
L’abominevole esistenza di una “polizia morale”, che bastona e spara. Due ragazzi che si baciano e diventano l’icona di una sfida mortale tra libertà e oppressione, tra eros e inciviltà. Che altro servirebbe per fare dell’Iran un caso mondiale, con assemblee in tutte le scuole, e cortei di studenti ovunque nel mondo, e presidi ininterrotti davanti alle ambasciate di quel Paese? Il sostanziale silenzio occidentale, nei confronti di quel martirio, conferma l’antico sospetto che la libertà sia, per noi, solo una consuetudine scontata, una pigra abitudine. Così pigra che nemmeno ci accorgiamo di quanto preziosa possa essere per chi ne è privato a partire dal proprio corpo. Non dagli ideali: dal proprio corpo.

martedì 6 dicembre 2022

Osho

 


L'Amaca

 

Il destino del viceduce
DI MICHELE SERRA
La vocazione del Salvini per le battaglie perse (tale è la sua strenua difesa dei rotoli di banconote) rischierà, alla fine, di renderlo quasi simpatico, come tutti i perdenti.
Aveva puntato tutto sull’emisfero fascista del cervello italiano, quello che palpita per l’Uomo Forte e i modi bruschi, quand’ecco che la Donna Forte, per giunta più giovane di lui, rimette le cose a posto, gli svuota l’elettorato e lo riduce a viceduce.
Gli piaceva tanto Putin (“a Mosca mi sento a casa” nemmeno Cossutta lo aveva mai dichiarato) e Putin è diventato il paradigma del tiranno massacratore, un impresentabile per antonomasia, il tizio che nessuno inviterebbe a cena. Si è autodefinito premier già nella comica ragione sociale del suo partito (che si chiama, caso unico al mondo, “Lega per Salvini premier”) e non solo non è premier, ma presto farà fatica a rimanere capo della Lega, ovvero “padrone in casa sua”. Si era munito di uno staff social ferocissimo, specializzato nell’impallinare e sputacchiare gli altri, e il gestore dello staff è finito impallinato e sputacchiato per ragioni molto simili a quelle che imputava agli altri (la trave, alla fine, pesa più della pagliuzza).
Ora si è fissato su questa scemenza del denaro contante, che a parte il puzzo di evasione fiscale lo rende tragicamente bacucco, preso in giro da eserciti di giovani e meno giovani che vivono nel 2022 per la ragione ineluttabile che siamo effettivamente nel 2022. Facesse un passo indietro, il Salvini è talmente sfortunato che il baratro potrebbe essere proprio alle sue spalle.

C'è solo da imparare

 

Ticket restaurant
di Marco Travaglio
La manovra Meloni è già stata bocciata da Bankitalia e Corte dei Conti, Istat, Cnel e Upb, docenti e studenti, sanitari e pazienti, sindacati e Confindustria, cattolici e atei, pensionati e giovani ma anche gente di mezza età, Ue e italiani, Nord e Sud. E sta sulle palle persino a Meloni (“il tetto al Pos può scendere”). Ma almeno a due categorie piace: gli evasori fiscali e Ollio&Ollio, alias Renzi&Calenda. La coppia più comica del momento aveva chiesto i voti per il Draghi-2, previsto al massimo in primavera perché “Meloni cadrà in sei mesi”. Ora i pochi elettori che se l’erano bevuta vedono il capocomico Carletto, travestito da Caligola sovrappeso, cazziare FI perché non sostiene Meloni e sostenerla lui al posto loro. Intanto la spalla rignanese annuncia che “nel 2024 farò cadere Meloni e saremo il primo partito”. È “il polo della serietà”. Si aprirebbe un certo spazio per l’opposizione vera, ma il Pd ha il “percorso costituente precongressuale” che richiede tempo perché – si era detto – “prima le idee e poi i nomi”. Purtroppo le idee non si sono trovate (le stanno cercando 87 “saggi”, con rabdomanti e sanbernardo). E si parla solo di nomi. Nomi avvincenti però, che scaldano il cuore degli elettori passati, presenti e futuri. Molto vari, ecco.
Bonaccini è un renziano sostenuto dai renziani. Ricci era renziano, ma piace alla sinistra interna (a quella esterna, meno). De Micheli era sottosegretaria dei renziani Renzi e Gentiloni, ma ce l’ha con Renzi. Schlein è la vice del renziano Bonaccini in Emilia-Romagna ed è appoggiata da Franceschini e Orlando, ex ministri del governo Renzi, però è la più antirenziana su piazza, anche perché non è iscritta al Pd che si candida a guidare. Poi c’è Nardella, renziano al Plasmon e sindaco di Firenze per grazia renziana ricevuta: pareva si candidasse pure lui, poi fu in corsa per un “ticket” con Schlein per alleviarne l’antirenzismo, invece farà ticket con Bonaccini per incrementarne il renzismo: è come il ficus, dove lo metti sta. L’idea del “ticket” è arrapante, anche se nessuno sa cosa voglia dire: in 15 anni il Pd ha avuto 10 segretari che sbagliavano da soli, mai in coppia. Quindi che succede se vince Bonaccini? Fa un po’ per uno con Nardella? O Nardella, oltre al sindaco a tempo perso, fa il presidente del Pd? Ma il presidente del Pd non conta nulla: l’ha fatto pure Orfini. L’attuale, Valentina Cuppi, nessuno sa chi sia: nemmeno Letta, che s’è pure scordato di farla eleggere. Ora Renzi intima al Pd di appoggiare Moratti in Lombardia e di ritirare Majorino, che deve “accettare il ticket con lei”: cioè le porterà caffè e cornetto ogni mattina. Il fatto che Majorino combatta Moratti da quando aveva i calzoni corti è un dettaglio superabile: “Ticket” è la parola magica che fa evaporare le idee. E gli elettori.

lunedì 5 dicembre 2022

Interessante...

 

Trofei truccati. Ad Armstrong tolsero sette Tour. Alla Juventus toglieranno tre scudetti?
di Paolo Ziliani
Se date un’occhiata all’albo d’oro del Tour de France, dal 1999 al 2006 troverete per sette volte la dicitura “Non attribuito”: motivo, erano stati vinti da Lance Armstrong che però – lo si scoprì dopo – l’aveva fatto dopandosi, ingannando, violando le regole. Ebbene, se le accuse della Procura di Torino nei confronti della Juventus e dei suoi dirigenti dovessero risultare fondate – e il sospetto è grande vista l’enorme mole di prove raccolte –, non si capisce come gli scudetti conquistati dalla Juve negli anni 2018, 2019 e 2020, le tre stagioni messe nel mirino dagli inquirenti e durante le quali il club avrebbe truccato i suoi bilanci in maniera sistematica, possano rimanere nell’albo d’oro ora che anche la dormiente giustizia sportiva FIGC è entrata in possesso dello scottante incartamento.
Nei giorni scorsi persino la Liga di Spagna ha chiesto all’UEFA sanzioni contro la Juventus che ha giocato in Europa in spregio a ogni regola, ma da noi niente, tutti dolorosamente silenti. Strano, perché se i magistrati torinesi non sono impazziti qui c’è un club che ha fatto sparire in tre anni 216 milioni di perdite (e stava perseverando: Agnelli è stato fatto fuori per evitargli l’arresto per reiterazione di reato e altri guai per il club), che ha pagato i calciatori con soldi elargiti sottobanco al di fuori dei contratti depositati in Lega, che ha iscritto a bilancio plusvalenze per centinaia di milioni mai entrati in cassa e via barando. Possibile che qui nessuno faccia una piega?
Nella lettera ai dipendenti juventini inviata nel giorno delle sue dimissioni, Agnelli ha fatto la vittima dipingendosi come dirigente innovatore, visionario e incompreso, e citando Nietzsche ha scritto: “E quelli che ballavano erano visti come pazzi da coloro che non potevano sentire la musica”. Tutto molto bello. Se non fosse che i balli del principe Andrea erano in realtà autentiche porcate, danze macabre su musiche sinistre. Parliamo del cha cha cha dell’inchiesta Alto Piemonte e della ’ndrangheta che gestiva biglietti e bagarinaggio allo Juventus Stadium; della mazurca degli striscioni inneggianti a Superga (“Quando volo penso al Toro” e “Solo uno schianto”) introdotti allo stadio nel derby dal security manager e uomo di fiducia di Agnelli, Alessandro D’Angelo, e da Raffaello Bucci, poi assunto nel settore “Rapporto col pubblico” e un giorno, in piena inchiesta, caduto chissà come da un ponte e deceduto (intercettazione, D’Angelo appena scoperto racconta a Bucci: “Sono arrivato su dal presidente. Mi ha detto: Ale sei un ciuccio, ti hanno beccato; ma a me va benissimo, tu puoi fare quello che vuoi. Anzi, se me lo dici ti aiuto”); parliamo del mambo dell’esame farsa di Suarez all’Università di Perugia con la Juve, a caccia della cittadinanza italiana per il campione ex Barça, che scomoda la ministra dei Trasporti De Micheli e col suo aiuto il capo gabinetto del ministro dell’Interno Frattasi; parliamo del valzer della Superlega, con Agnelli che pur vestendo i panni di presidente dei 245 club dell’ECA (associazione club europei) trama nell’ombra con due presidenti di sangue blu per dar vita a una competizione chiusa e riservata a soli eletti, creatura morta nella culla nel compatimento, nell’ilarità e nel disprezzo generali; parliamo del tango delle plusvalenze fittizie e degli stipendi occultati e poi svelati dai magistrati, un tango finito col più classico dei casquè, ma con la dama (anzi, Madama) rovesciata all’indietro senza più nessuno in grado di sorreggerla. Anzi no: si è subito fatto avanti Gravina. Quando si dice i gentiluomini di una volta.

Tomaso e la fetecchia culturale

 

Il Gattopardo Sangiuliano: Atreju e tagli al personale
CAMBIA SOLO LA CONSORTERIA - La mania dei semicolti. L’obiettivo sarà esporre tutte le opere in deposito, come se mancasse l’offerta culturale. Per il resto rimane l’ambaradam di prima
DI TOMASO MONTANARI
“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Il cinico realismo del Tancredi di Tomasi di Lampedusa è – tanto, appunto, per cambiare – il motto perfetto per l’avvicendamento alla guida del Ministero della Cultura. Con l’arrivo dell’estrema destra di matrice fascista alla guida del feudo post-democristiano di Dario Franceschini il vero rischio è che non cambi assolutamente nulla. Certo, cambiano le consorterie: i musei e le fondazioni già passano dal sottomondo veltronian-franceschiniano a quello di Atreju. Cambiamo le Melandri, ma l’eterno metodo della lottizzazione rimane quello. E, soprattutto, rimane identico il modello di sfruttamento economico, a trazione privata, del patrimonio culturale della nazione.
Proprio mentre il nuovo ministro Gennaro Sangiuliano si presentava alle commissioni cultura riunite di Camera e Senato, l’associazione “Mi riconosci” postava su Twitter questa testimonianza: “Salve, voglio raccontarvi la situazione in cui versiamo noi lavoratrici e lavoratori del Museo nazionale romano, ma anche, e forse soprattutto, le condizioni che si prospettano, nel futuro molto prossimo, per le quattro sedi del museo simbolo di Roma antica. Dal post pandemia, a differenza di tutti gli altri musei e siti archeologici, il Mnr ha attuato una drastica riduzione degli orari di apertura, passando da un orario 9-19 a 11-18 (17 alle Terme di Diocleziano) sospendendo anche i servizi di guardaroba e controllo accessi, con conseguente ricaduta occupazionale. A tutt’oggi vige quest’orario, penalizzante per scolaresche e per i tanti visitatori paganti che lamentano, ovviamente con chi sta al fronte, la riduzione di orario (e, soprattutto questa estate vi assicuro, sono stati tanti…). È facile intuire come quest’orario influisca negativamente sulla qualità di vita delle lavoratrici/lavoratori in quanto compromette il tempo da dedicare alla famiglia o ad altre necessità non meno importanti nella vita di tutti noi. Siamo stanche e stanchi e pure tanto!!! Ci sentiamo sviliti ed umiliati di dover mangiare di nascosto, di correre per fare la pipì e dover continuamente chiedere scusa ai visitatori per qualche minuto di assenza. A tutto questo aggiungiamo la riduzione di stipendio, perché non si riesce più a raggiungere le ore stabilite da contratto (il nostro contratto multiservizi prevede la paga in base alle ore lavorate). E lo stress psicologico dal non sapere cosa succederà in un futuro prossimo. … Spero abbiate voglia di darci ascolto”. Testimonianze come questa potrebbero moltiplicarsi: come la costruzione delle piramidi egiziane, anche il patrimonio culturale della moderna democrazia italiana si regge sulla pelle di schiavi.
Nel suo intervento il nuovo ministro ha riconosciuto che delle 18.854 unità previste dalla pianta organica del MiC, ne sono coperte solo 10.984. Ora, lasciamo perdere che egli accetti passivamente la riduzione operata da Franceschini, che ha arbitrariamente cancellato il fabbisogno minimo di quel Ministero chiave (25.500 posti): il dramma è che Sangiuliano prospetta di arrivare (e solo entro il 2024, con ulteriori pensionamenti!) ad assumere solo 3.633 persone, ammettendo così una bancarotta che nessun ministro responsabile potrebbe accettare. Basterebbe questo dato a fare capire che nulla cambierà: il patrimonio culturale italiano continuerà ad essere abbandonato all’80% e ipersrfruttato nel 20% delle sue emergenze turistiche.
Del resto, il discorso dell’ex direttore del Tg2 conferma, oltre ogni dubbio, che la visione è sempre quella: il petrolio d’Italia. I biglietti dei musei dovranno aumentare (su basi filosofiche: “Il Louvre costa 17 € io vi domando… ma gli Uffizi il cui biglietto costa 12 € valgono meno del Louvre?”), e al Pantheon (che “è anche una chiesa”), dovrà essere messo un biglietto d’ingresso (chissà se il ministro sa che fu il papa a fermare questa sporca operazione). Quest’ultimo passaggio è interessante: non c’è radice cristiana, non c’è “sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana”, non c’è osservanza monarchica che tenga: e a chi vuol pregare sulla tomba dei re d’Italia al Pantheon sarà la destra estrema a imporre il biglietto. Più forte di Dio, patria e famiglia è il dio Denaro: sai che novità. Poi bisognerà esporre tutte le opere in deposito (la mania dei semicolti: come se avessimo un problema di scarsità di offerta culturale!), e continuare ad occuparsi dei pochi centri block-buster: fare gli Uffizi 2 (e magari anche tre o quattro), in Italia o “anche su un fronte internazionale” – perché non nella culla del Rinascimento saudita tanto cara dali amichetti del Terzo polo?
Insomma, torna tutto l’ambaradam di Franceschini, come se nulla fosse. Tutto pur di non fare l’unica cosa utile: assumere, ora e subito, tutto il personale che serve, e far vivere il patrimonio “minore” diffuso in tutto il Paese. “Che noia che barba, che barba che noia!”