giovedì 15 settembre 2022

Da Corteo


 

L'estenuante liturgia funebre in onore della Queen scomparsa l'8 settembre scorso, ed oggi è il 15 e ancora non se ne vede la fine se non lunedì 19, ha messo in risalto tutta la famiglia reale naturalmente al gran completo: e partiamo da lui, l'Idiosincratico all'inchiostro, il Re viziato da lustri di attesa che s'inalbera per un nonnulla e che ha appena ereditato da Mammà qualche miliarduccio per lo più inutile visto che s'accatasterà nel già smisurato granaio del primogenito che godrà di per sé dell'elargizione dei sudditi; il figlio William con in testa un berretto da postino di almeno due taglie inferiore, la sorella Anna anch'ella vestita da vigilessa, e poi... e poi... Andrea in abiti civili perché defenestrato dai gradi militare essendo pedofilo acclarato, il prediletto della defunta, un moccioso senza pari che si dice tenga una schiera enorme di orsacchiotti sul letto e che s'inalberi se la servitù non glieli ripone in ordine denotante la sua labile ed infausta psiche. Per ultimo il fratello Edoardo anonimo peggio di un sordomuto in discoteca e il fratello di William, il Rosso anche lui vestito da maggiordomo e pronto a sganciare una gigantesca ondata di sterco sulla famiglia mediante il libro in procinto di uscire. 

E le consorti? Per il rigido protocollo non hanno potuto far parte del corteo, ed hanno raggiunto Westminster in auto, unendosi ai mariti per la breve cerimonia funebre. Spicca Kate in splendido nero ornato da un gioiello assolutamente in tono con la giornata e gli orecchini che furono di Diana; dietro di lei la consorte del cognato maggiordomo, recitante alla perfezione il ruolo di prefica e prontissima per denaro a smerdare a breve, e forse giustamente, quell'ambiente dorato ma insalubre che chiamano monarchia. 

La Regina se ne va lasciando quel trono già sin d'ora traballante che diverrà a breve cruccio e martirio per il figliolo da sempre in attesa di questi tempi per lui regali, per gli altri noiosi e fuori da ogni logica temporale. God Save Freddy!  

E vai con gli sfottò!

 


Travaglio!

 

L’imbucato spilorcio
di Marco Travaglio
Ieri la lettura dei giornali ci ha subito messo appetito: già pregustavamo una bella lista di politici italiani pagati da Mosca, nell’ambito del sontuoso stanziamento di 300 milioni di dollari dal 2014 a oggi per “manipolare le democrazie” di ben 24 Paesi pagando partiti e candidati (si spera pochi, sennò pro capite in 8 anni resta pochino). A parte il braccino corto dell’autocrate, colpiva il tempismo del Pentagono nel rivelare la presunta notizia a 11 giorni dalle elezioni italiane. I migliori ghostbuster del bigoncio – a partire dal commissario Iacoboni, il nostro preferito – ci si son subito fiondati, alludendo ai partiti più odiati dai padroni: 5Stelle, Lega e FdI. Doppio orgasmo per i direttori, che sennò avrebbero dovuto mettere in prima pagina l’ultima rapina dei Migliori per devolvere il dl Aiuti ai poveri boiardi pagati appena 240 mila euro l’anno. “Scatta la caccia ai nomi”, titolava Rep evocando le liste P2. Poi purtroppo la ferale smentita di Gabrielli e del Copasir: nel dossier non ci sono italiani. Che delusione. “Per ora, ma le cose possono cambiare”, dice Urso lasciando uno spiraglio alla speranza. “Forse i dossier sono più di uno”, palpita Di Maio appena atterrato dal volo in pizzeria. E così lo scoop che doveva dimostrare le ingerenze russe nelle elezioni italiane dimostra le ingerenze americane nelle elezioni italiane. Un regalo insperato a Salvini, che fa la vittima per l’ennesima bufala per screditarlo alla vigilia del voto, come se non facesse già abbastanza da solo. Un boomerang, come le rivelazioni del supertestimone “El Pollo” sui soldi di Maduro al M5S. Come gli scoop-patacca sulla missione sanitaria russa a Bergamo. O la lista dei “putiniani d’Italia” attribuita dal Corriere ai Servizi e al Copasir, mentre se l’era inventata quasi tutta il Corriere (a proposito: la “manina” che Gabrielli giurò di amputare dal Dis è ancora attaccata al braccio, il braccio è ancora attaccato al corpo e il corpo è ancora attaccato al Dis?).
Ma non sarà certo quest’ennesimo infortunio a fermare i nostri acchiappafantasmi. Chi non vuol capire perché i popoli votano contro l’establishment preferisce vedere Putin dappertutto. Rep elenca i suoi zampini in ogni elezione dell’orbe terracqueo: “Referendum sulla Brexit, vittoria di Trump, Presidenziali francesi, referendum in Catalogna, elezioni tedesche” e, abbondantis abbondandum, “il movimento No Vax ovunque”. Senza dimenticare “il referendum di Renzi”: noi, ingenui, pensavamo che Renzi avesse perso perché aveva promesso di lasciare la politica in caso di sconfitta e gl’italiani, anziché per una minaccia, l’avevano presa per una speranza. Invece no, anche lì è stato quell’imbucato di Putin. Subito prima di mandare a monte il matrimonio fra Totti e Ilary.

L'Amaca

 

Due slogan molto chiari
DI MICHELE SERRA
Dio Patria e Famiglia” (nella versione più recente: io sono Giorgia, sono italiana, sono cristiana, sono madre) è ideologia allo stato puro.
Disegna un modello di società tanto forte e inequivocabile quanto escludente. Per esempio dice che se sei ateo, o cosmopolita, o anteponi le libere scelte individuali al modello morale della famiglia tradizionale, non puoi essere davvero partecipe della vita della comunità. Ti chiami fuori. E devi pure ringraziare se all’esclusione non si somma la discriminazione.
Chi invidia a questa destra la chiarezza ideologica non dimentichi, però, che non meno chiara è l’idea che le si oppone (da un paio di secoli almeno): il concetto di cittadinanza, applicazione diretta di quello di uguaglianza, così ben detto nell’articolo 3 della Costituzione italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. È l’esatto contrario di “Dio Patria e Famiglia”. È la Costituzione antifascista che tacita e seppellisce il fascismo. Dal dicembre del 1947, per essere cittadini italiani a pieno diritto, non importa in quale dio credi o non credi, com’è la tua postura sentimentale e sessuale, quale colore ha la tua pelle.
Questo per dire che, al di là di ogni lecita considerazione sul basso livello della campagna elettorale e delle forze in campo, o sulla debolezza della politica, non è invece lecito fare finta che non esista una differenza ben leggibile tra un voto e l’altro voto. Libertà, Uguaglianza, Fraternità non è meno chiaro di Dio, Patria e Famiglia.

Daniela!

 

Calenda, Di maio e B.: È il podio del “gringe” da caccia al voto
DI DANIELA RANIERI
“Cringe” è un termine icastico con cui i giovani iperconnessi indicano un gesto o un comportamento estremamente imbarazzante, insieme ridicolo e atroce, ancorché impietosente e capace di far contrarre i muscoli e il cuore di chi vi assiste. L’attuale campagna elettorale offre tre esempi preclari, pienamente degni di entrare nel manuale del cringe internazionale.
Al terzo posto, Berlusconi che sbarca su TikTok, il social dei ragazzini pieno di video scemi, infantili e di cattivo gusto (infatti c’è anche Renzi). Esordisce con un eloquio che pretende essere frizzante e leggero: “Ciao ragazzi! Sono ancora io, e questa sera mi sono messo la cravatta!”. Il tono (e la cera) ricorda i clown-intrattenitori alle feste di compleanno per settenni. “Quando posso cerco di rispondere alle vostre domande, ma”, e qui assume una cadenza canzonatoria, querula, manipolatoria, “è davvero difficile leggerle tutte!”. Farfuglia cose sulla scuola e il successo col tono del televenditore (ciò che in fondo è sempre stato), fino a un “solo chi ci crede vince!” sfiatato e sepolcrale. Il prosieguo è raggelante: “Mi rivolgo a chi di voi ha più di 18 anni, per chiedervi cosa?”, la pausa è agghiacciante, “di presentarmi la vostra ragazza? Macché…”. Un brivido metastorico di pena, afflizione e sincera preoccupazione per la chiara circonvenzione di un anziano costretto a esibirsi secondo estro impedirebbe di continuare la visione, ma: “Ciao ancora e Tik, Tok… Tak!” è il raccapricciante finale.
Al secondo posto si piazza Di Maio, leader di Impegno civico, nome che fa sempre pensare a un grande sforzo. “Caro Calenda, anche un ‘venditore di bibite’ merita rispetto. La cultura di odio e disprezzo che tu alimenti è classista”, ha detto al leader di Azione che invitava a non votare i “venditori di bibite”. Buffissimo e lancinante: colui che per l’establishment politico-editoriale era un “ex bibitaro”, se non un “bibitaro” tout court, oggi, ripudiato Conte, è l’elogiatissimo ragazzo-spazzola di quell’establishment di cui nelle pescherie di Napoli va a vendere il prodotto di punta: l’agenda Draghi (l’anima risultava già venduta), che poi è il programma di Calenda.
Il quale Calenda, che nelle pause da Twitter è parlamentare europeo a 9mila euro lordi al mese più rimborsi e indennità, al 622esimo posto su 705 parlamentari in quanto a presenze, vince il primo premio per la cringiata più clamorosa. Non invitato al confronto del Corriere.it tra Letta e Meloni, finge di essere collegato con loro: quando il direttore Fontana rivolge una domanda a uno dei due veri dibattenti, lui aspetta che quello/a finisca, poi qualcuno mette in pausa il video originale e risponde anche lui. Il cuore sanguina. Dopo la foto col cigno, i dialoghi con “Er Faina”, il 15% garantito alle Amministrative rivelatosi poi lo 0,4%, Calenda parla da solo, auto-denunciandosi in quanto imbucato della politica e interferenza umana (alle sue spalle, lo slogan del sedicente Terzo Polo: “L’Italia, sul serio”). Così il “faccia-a-faccia” Letta-Meloni si trasforma in un “faccia-a-faccia-a-faccia”, la quale terza faccia, però, sarebbe stato necessario averla. Competente per assenza di prove (vedi Ilva, Alitalia, Almaviva, Fincantieri, Mercatone Uno, etc.), Calenda è lì per promuovere l’agenda Draghi, ribattezzata “metodo Draghi” perché la carta costa.
Renzi, che a Calenda provocava “orrore” per i suoi rapporti con un sanguinario despota saudita, ha furbamente lasciato a lui il ruolo di front runner della raffazzonata coalizione: dove lo trovi uno così perfetto a cui dare la colpa quando si vedrà che il Terzo Polo era in realtà sesto o settimo?
Beninteso: Renzi è, come sempre, fuori classifica (“Lancio una challenge agli altri ex premier!”). Se gli altri sono principianti, amatori, tirocinanti, lui è il virtuoso, il Fosbury, il Paganini della cringiata. (Ripetiamo: lo slogan di Calenda-Renzi è: “L’Italia, sul serio”).

mercoledì 14 settembre 2022

Ecce Segretario!

 


Sicuramente se non siete esperti del regno del burocratese, non avete mai visto questo signore, da ieri nominato nientepopodimenoché Segretario Generale del Parlamento Europeo! Estikazzi viene da bofonchiare! Ruolo centrale della macchina incredibilmente spendacciona di Bruxelles, dove il dio Burocrate ha posto il suo regno, con 8mila, avete letto bene: ottomila! dipendenti e un budget di ben due miliardi annui! 

Il suo nome è Alessandro Chiocchetti, da sempre vicino al nostro Pregiudicato migliore, il Tappo Riccastro, vicecapo di gabinetto del Maggiordomo per antonomasia del Maldestro Meneghino, allorché il fato lo pose a capo dell'Europarlamento, si proprio lui, Antonio Tajani, ancor oggi narratore indomito di fiabe per allocchi su espresso ordine del suo già citato vate, la Mummia di Arcore. 

Ma c'è di più, purtroppo! Chiocchetti è stato anche assistente parlamentare del fratello di malefatte di Al Tappone, quel Marcello Dell'Utri che dopo essere stato parlamentare europeo fu condannato definitivamente a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. 

Un curriculum di tutto rispetto sembrerebbe, un afflato perfetto per gestire la cosa pubblica europea. Chiocchetti ha preso pure il voto della Pina di tutti loro, che credevamo finalmente a riposo ed invece scopriamo oggi essere eurodeputata. Ebbene si! La Picerno è a Bruxelles a non si sa cosa fare, se non acchiappare gli euroni di tutti noi, alla faccia della decenza e della ragione. 

Che meravigliosa storia stiamo scrivendo su questo anziano continente! Persone come Chiocchetti non fanno altro che confermare l'opinione oramai granitica del popolino: scegli il cavallo giusto, e poi non preoccuparti più di nulla! Dovessero accadere fatti e misfatti di ogni risma, non spazientirti, perché nella Casta ci sarà sempre posto per te. E che posto!  

Carlo ad minchiam

 

No, non parlo del Cavallo Tampax impegnato in queste ore a combattere con le penne e l'inchiostro! - che se ricapitasse, tra l'altro, mi aspetto il classico bestemmione da camionista-. Parlo di un altro Carlo, anch'egli simpatico come incontrare un diarroico in ascensore: il Bonomi di Lor Signori, incessantemente alla ricerca di fondi per la causa comune industriale, menefreghista sul centinaio di miliardi evasi annualmente e probabilmente per mano di portieri di stabili e di lucida ottoni! 

Il Carlo Arraffatutto è andato dall'Argentino, che l'ha rampognato alla grande con frasi tipo "No a ogni forma di sfruttamento delle persone e di negligenza nella loro sicurezza" o anche "La società s'ammala se la differenza tra i salari è troppo elevata" oppure "Che non ci siano più donne cacciate dal lavoro perché incinte" e per finire "Per favore pagate le tasse!"

E Carletto che ha fatto dinnanzi a cotante scudisciate papali? 

Semplice: ha acceso il frullatore fancazzista di cui è portatore insano, ha cercato nel proprio smisurato archivio di supercazzole la frase regina del "checiazzecca", tipica di molti stolti che pressati da accuse da messa in angolo, sgusciano con espressioni tali da insufflare negli astanti la consapevolezza di essere in presenza di un idiota smisurato. 

"Il Paese è smarrito e ha una classe politica dai corti orizzonti e dalle false priorità!"

Ecco come ne è uscito Bonomi dal rimbotto sacrosanto papale! 

Bergoglio sicuramente lo avrà ricordato, con fatica, nelle preghiere serali. Per un impudico affastellante di smargiassiate non rimane che rifugiarsi nelle orazioni invocanti una immensa conversione!