Non ci vuole molto ad immaginare un futuro non troppo lontano coi viottoli, i sentieri stupendi, infarciti da troppi ed insolenti “ciao Pievemanuele anche voi qui? Come stai? E Bonny, Lula, Gianovaziocavmelo? Guavda che panovama stupendo, mi vicovda il Vietnam che abbiamo visitato lo scovso mese, non tvovi? L’unica cosa che stona qui sono questi indigeni e il lovo dialetto, pvegno di belin! Ma ho consigliato al bavista di metteve il caffè a tve euvo, così questa poveva gente se ne andvà finalmente in altvi lidi! Ciao tesovo! Salutami tanto anche Giancavlovazio e Funny! Avete già pensato alla mise per la pvima alla Scala di quest’anno? No? Dai su sbvigatevi pevditempo!”
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
domenica 28 ottobre 2018
Visione
Non ci vuole molto ad immaginare un futuro non troppo lontano coi viottoli, i sentieri stupendi, infarciti da troppi ed insolenti “ciao Pievemanuele anche voi qui? Come stai? E Bonny, Lula, Gianovaziocavmelo? Guavda che panovama stupendo, mi vicovda il Vietnam che abbiamo visitato lo scovso mese, non tvovi? L’unica cosa che stona qui sono questi indigeni e il lovo dialetto, pvegno di belin! Ma ho consigliato al bavista di metteve il caffè a tve euvo, così questa poveva gente se ne andvà finalmente in altvi lidi! Ciao tesovo! Salutami tanto anche Giancavlovazio e Funny! Avete già pensato alla mise per la pvima alla Scala di quest’anno? No? Dai su sbvigatevi pevditempo!”
M’inchino!
domenica 28/10/2018
Distinguere per capire
di Marco Travaglio
Quando manca l’opposizione, quel vuoto lo riempiono le piazze. Piazze diverse, contrapposte, scomposte, contraddittorie, ma piene. E pacifiche. Ottimo sintomo di democrazia. Anche quando chi manifesta non sa precisamente cosa vuole, o vuole l’esatto opposto di quel che vogliono quelli che manifestano nella strada accanto, o peggio vuole una cosa che domani ne causerebbe un’altra peggiore di quella che oggi non vuole. No Tav, sì Tav. No Tap, sì Tap. No alle ruspe, sì alle ruspe. No ai clandestini, sì ai clandestini che anzi non vanno chiamati clandestini. No ai giudici che arrestano Mimmo Lucano perché è un amico, ma no chi attacca i giudici che inguaiano i nemici. No ai migranti perché sotto casa spacciano droga, ma sì ai migranti perché senza la badante filippina, il culo a mia nonna lo devo pulire io. No alla Raggi, ma no anche a Salvini che verrebbe dopo. No al governo Salvimaio, ma no anche al governo Salvisconi che verrebbe dopo. Grande è la confusione sotto il cielo. Le ideologie sono morte tutte: il fascismo, il comunismo, ora il liberalismo mondialista e sviluppista. E nessuno sa bene cosa arriverà al loro posto. Si dice “populismo”, “sovranismo” e altri gargarismi per demonizzare e contemporaneamente esorcizzare una realtà che non si capisce e non si controlla. Spetterebbe agli intellettuali darci una mano a orientarci: ma chi li ha più visti, incistati come nelle trincee dell’establishment in fuga a difendere il posto e la prebenda. Nessuno più ci illumina la realtà, ci dà gli strumenti per comprenderla e per compiere l’esercizio più difficile, nell’appiattimento di questo eterno presente del web che finge di informarci su tutto in tempo reale e in realtà ci ruba la memoria del passato e la chiave del futuro: l’esercizio di distinguere. La società civile americana, incredula e sgomenta dopo l’avvento di Trump, ha riscoperto il valore della carta stampata, come unico spazio di analisi e di approfondimento, e le vendite dei giornali si sono risollevate dopo anni di picchiata. Potrebbe accadere anche in Italia, se i giornalisti sapessero ciò che la gente chiede all’informazione. E invece sono anche loro intruppati, embedded nei carri armati sempre più sgangherati e sbilenchi dei loro gruppi editoriali, aggrappati alle lobby e ai partiti retrostanti. Non spiegano, non raccontano, non analizzano più nulla: tifano pro e contro, nella speranza che la gente distratta o abituata al peggio non avverta il fetore dell’ipocrisia, del doppiopesismo, dell’incoerenza, della censura e dell’autocensura che si leva dalle pagine dei giornali. Lo spread sale? Colpa del governo Conte, ovvio.
Ma quando restava oltre quota 500, ai tempi di Monti, non ci si faceva caso. E neppure a fine maggio, quando schizzò sopra i 300 punti dopo che Mattarella aveva incaricato Cottarelli al posto di Conte dopo il caso Savona, noto terrorista No euro (ora tutti scoprono, stupefatti, che Savona è Sì euro). Con tutti gli errori che possono imputare alla Raggi, le gettano addosso pure la croce del delitto di Desirée, come se i sindaci avessero poteri di ordine pubblico; invece le Prefetture e le Questure nessuno le chiama mai a rispondere – dell’illegalità endemica a San Lorenzo o dei disordini di piazza San Carlo a Torino – perché la colpa è sempre del sindaco (almeno se è 5Stelle). Se il M5S di governo si schiera col Tap perché bloccarlo costerebbe cifre insostenibili, sbaglia perché è incoerente. Ma se la giunta M5S di Torino si schiera contro il Tav perché quell’opera inutile costerebbe cifre insostenibili, sbaglia perché è coerente. Poi, nella pagina accanto, tutti ad accusare il M5S di “dire no a tutto” e bloccare nientemeno che “150 grandi opere”: come se fossero tutte uguali, balsamiche o inevitabili. I giornali che predicavano l’accoglienza per tutti, inclusi gli irregolari, e scambiavano le espulsioni per fascismo anziché per legalità, ora che Desirée è morta scoprono che molti irregolari africani delinquono e vanno espulsi.
Distinguere è di per sé difficile. Ma diventa impossibile quando si parte da un pregiudizio. Se hai deciso chi ha sempre ragione e chi ha sempre torto, non puoi distinguere. E neppure comprendere chi cerca di farlo. Ieri abbiamo criticato Di Maio per l’assurda polemica con Draghi, che in realtà ce l’aveva con gli urlatori leghisti No euro e tendeva una mano alla parte più ragionevole del governo e dunque anche a lui. Ora ci divertiamo a leggere le reazioni: si va da “persino il Fatto scarica Di Maio”, a “Travaglio tira la volata a Di Battista”, a “i 5Stelle hanno fallito, lo scrive pure il Fatto”. L’idea che Di Maio abbia sbagliato e un giornale libero gliel’abbia fatto notare, come già sui condoni fiscale, edilizio (per Ischia) e ambientale, non sfiora nessuno. Eppure sono nove anni che facciamo così con tutti. Pronti a elogiare anche chi sbaglia di più, se fa cose giuste: per esempio il Pd, quando con Minniti mise un primo freno all’immigrazione incontrollata. Per esempio i 5Stelle per le tante misure sacrosante già varate: il reddito di cittadinanza, la quota 100 sulle pensioni (merito anche della Lega), l’abolizione dei vitalizi, il pur timido decreto Dignità, la pur perfettibile soluzione sull’Ilva, l’anticorruzione li chiedevamo da tempo immemorabile a chi governava prima (e non governa più anche perché non l’ha fatto). Ma chi non sa distinguere e continua a ragionare con la guerra fredda nel cranio, come nel Novecento, tutto il bene di qua e tutto il male di là, pensa che anche noi siamo come lui: che passiamo la vita a salire sui carri e a scenderne, a imbarcare tizio e a scaricarlo, a sposare caio e poi a divorziare. Rassegnatevi: il Fatto non ha mai sposato nessuno. A parte i lettori, che mai come in questo momento ci sono vicini. E ci fanno sentire poligami.
sabato 27 ottobre 2018
Riepilogo
sabato 27/10/2018
IL DOSSIER
Da Consip al crac Direkta: tutti i guai di papà e mamma Renzi
TUTTO IN FAMIGLIA - LA RICHIESTA DI GIUDIZIO (BANCAROTTA) PER LA MADRE DI MATTEO È L’ULTIMA GRANA DELLA DYNASTY: A GIORNI SI DECIDE SU TIZIANO
di Davide Vecchi
Dopo il padre, la madre. A casa Renzi i guai giudiziari non finiscono mai. I genitori dell’ex premier aspettano l’udienza del prossimo 4 marzo nel processo che li vede imputati a Firenze per fatture false, ma nel frattempo si tengono singolarmente impegnati. Papà Tiziano attende l’esito del fascicolo Consip nel quale è indagato a Roma per traffico di influenze illecite, esito che dovrebbe arrivare a breve. Per Laura Bovoli, invece, pochi giorni fa, come rivelato da La Verità, è stato chiesto il rinvio a giudizio dai magistrati di Cuneo con l’accusa di concorso in bancarotta della Direkta, società piemontese di Mirko Provenzano. Società con la quale mamma Renzi aveva rapporti attraverso la Eventi 6, una delle azienda di famiglia, detenuta dalle tre donne di casa: Laura Bovoli con le figlie Matilde e Benedetta, sorelle di Matteo. Secondo i magistrati di Cuneo, tra le due società più che reali attività commerciali esisteva un rapporto finanziario ritenuto fittizio: quando una delle due aveva necessità di liquidità o di far risultare una operazione, interpellava l’altra, che si prestava. In particolare, secondo l’accusa, Direkta chiedeva pezze d’appoggio retrodatate e la signora Bovoli provvedeva. I documenti individuati, i mandati amministrativi isolati dai magistrati, riportano in calce la firma di Bovoli.
Le indagini di Cuneo hanno preso avvio da uno stralcio dell’inchiesta svolta dalla Procura di Genova sul fallimento della Chil Post, società di famiglia. Nel capoluogo ligure inizialmente i due coniugi sono stati indagati per bancarotta fraudolenta e poi archiviati. Il curatore fallimentare Maurizio Civardi, chiamato a verificare i bilanci della Chil e a valutare come tentare di coprire i debiti per 1,5 milioni, nel novembre 2013 individuò un credito registrato dai Renzi nei confronti di Provenzano e della Direkta per 247 mila euro. Nel tentativo di recuperarli Civardi scrisse all’azienda ma, si legge nella relazione poi inviata ai magistrati, “Direkta ha contestato il debito affermando addirittura di avere a sua volta un credito di 24.109,60 verso la fallita società”.
Da Genova gli atti sono stati inviati in parte a Firenze, sede della Eventi 6, in parte a Cuneo, dove si trova la Direkta. Da qui prendono avvio le diverse indagini. Tra le annotazioni della Guardia di Finanza – che poi individua le fatture false (per opere connesse all’outlet The Mall a Reggello) con un altro imprenditore, Luigi Dagostino, e al rinvio a giudizio dei coniugi Renzi – ce ne sono molte in cui vengono analizzati gli scambi di email. Email che dimostrano come attorno alle aziende ruoti l’intera famiglia di Rignano.
Il 13 gennaio 2016 – quando la Direkta è ormai fallita da due anni –, Provenzano scrive ai genitori dell’ex premier e ad Andrea Conticini, marito di Matilde Renzi, proprio in quel 2016 indagato sempre dalla Procura di Firenze insieme ai fratelli Luca e Alessandro per riciclaggio: secondo l’accusa, avrebbero sottratto e usato a fini personali 6,6 milioni di 10 ricevuti in beneficenza per i bambini in Africa dalla Play Therapy. In altre email, sempre del 2016, figura anche Patrizio Donnini, coinvolto con la sua Web&Press nel disastroso acquisto dei periodici Il Reporter e Chianti News, e con la Soluzione grafica e comunicazione. Donnini è un fedelissimo di Matteo Renzi. La sua ex moglie, Lilian Mammoliti, oltre a essere l’ideatrice e animatrice storica delle kermesse alla Leopolda, era socia della Dot Media di un altro dei fratelli Conticini, Alessandro, indagato per appropriazione indebita e pure di truffa con il terzo, Luca.
Donnini è stato più volte adoperato dal segretario del Pd per le campagne elettorali degli esponenti dem. Curò anche il tentato sbarco di Alessandra Moretti alla guida della Regione Veneto. Con risultati simili a quelli delle aziende nate a Rignano.
Nelle indagini di Cuneo, il ruolo centrale lo svolgeva Laura Bovoli. Tiziano nella Eventi 6 non ha mai ricoperto alcun incarico, ha un contratto come agente. Contratto che rappresenta la sua unica entrata e, come ha ricostruito la Guardia di Finanza fiorentina, registra un’ascesa in proporzione all’incremento del volume di affari della società negli anni in cui il figlio è premier. Nel solo 2014, quando il fu rottamatore varca la soglia governativa, il fatturato della Eventi 6 aumenta del 117% e l’utile addirittura di 63 volte. La dichiarazione unica di Tiziano Renzi negli anni 2015, 2016 e 2017 cresce progressivamente: 65 mila, 120 e 150 mila. Nonostante il ruolo esterno, il papà dell’ex premier è molto attivo nelle scelte strategiche, come dimostrano sempre le numerose email allegate agli atti prodotti sia dalla Procura di Firenze sia da quella di Cuneo. Ma la famiglia, ormai si sa, è molto unita.
Il Giornalista
Se i vari italici pennivendoli, al tempo dell’Era del Ballismo, si fossero comportati come lui oggi, molti fattacci non sarebbero mai avvenuti, a cominciare dal vedere ancora in giro cialtroni affamati dì visibilità e d’alto rango.
sabato 27/10/2018
Il nemico sbagliato
di Marco Travaglio
“Draghi avvelena il clima invece di tifare per l’Italia”. Questa replica di Luigi Di Maio alle dichiarazioni del presidente della Bce denota una buona dose di infantilismo e di inadeguatezza. E non è degna di un vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo. Ma neppure di un leader politico che dovrebbe essere sintonizzato con i cittadini o, quantomeno, con i suoi elettori. Chiunque abbia qualche euro da parte, incluso chi vota 5Stelle e Lega, è allarmato dallo spread che non accenna a calare e per le turbolenze e le speculazioni sui mercati che portano con sé i guai delle banche imbottite di titoli di Stato e i declassamenti del nostro mostruoso debito pubblico. Cioè danneggiano le tasche non degli speculatori, che anzi ci campano, ma dei risparmiatori, che ci rimettono. E anche il più gialloverde dei risparmiatori sa benissimo che cosa merita di essere ascoltato fra le analisi argomentate di Draghi e le repliche sgangherate dei ministri italiani. Draghi, oltre a essere uno dei più autorevoli e stimati personaggi che vanti oggi l’Italia, non è un euroburocrate in campagna elettorale, diversamente dai vari Oettinger, Moscovici e Juncker. E non è neppure un nemico dell’Italia, visto che si è scontrato duramente con gli ultrà tedeschi, filo-tedeschi e anti-italiani allergici alle cannonate del Quantitative easing che con l’acquisto massiccio di titoli di Stato ha aiutato per cinque anni i Paesi europei più indebitati, Italia in primis.
Se Draghi avesse voluto associarsi ai giochini ributtanti della Commissione europea per rovesciare o commissariare il governo gialloverde, non gliene sarebbero mancate le occasioni. Invece ha fatto esattamente l’opposto: ha spiegato più volte che le parole, con mercati così sensibili e volubili, pesano come pietre, e che chi dall’opposizione sale nelle istituzioni dovrebbe cambiare linguaggio, perché anche le sparate degli urlatori grillo-leghisti fanno danni incalcolabili. Quanto alla manovra, non l’ha mai presa di petto, anzi ha ricordato che non è la prima volta che l’Italia o un altro governo europeo sfora i limiti fissati e si è detto favorevole a un compromesso fra Ue e Italia e persino ottimista sulla possibilità di ottenerlo. L’ha ripetuto l’altroieri (“Sono fiducioso che un accordo sarà trovato”), anche se Di Maio&C. non se ne sono accorti. Ed è arrivato a dire che allo spread contribuiscono più le uscite degli urlatori anti-euro (ormai esclusivamente leghisti, specie dopo le rassicurazioni di Conte, Tria, Di Maio e perfino Salvini sulla permanenza dell’Italia nell’eurozona) che non una manovra sul 2,4% deficit-Pil.
Tutto questo, per chi sa leggere anche quello che, per il suo ruolo, il presidente della Bce non può dire, è un assist importante al governo soprattutto ai 5Stelle. Molto diverso dalle minacce e degli ultimatum degli agonizzanti sparafucile di Bruxelles. Tradotto in soldoni: nessuno vi chiede di ritirare la manovra; potreste persino lasciarla così com’è, o quasi; purché mettiate la museruola ai vostri urlatori che regalano appigli agli speculatori, salvo poi dire che parlavano a titolo personale quando ormai il danno è fatto; perché le commissioni Ue passano, ma gli speculatori restano, ed è meglio tenerli lontani dal nostro culo. Se così stanno le cose – e abbiamo ottimi motivi per ritenere che stiano così (leggete Stefano Feltri a pag. 3), e la parte più responsabile del governo (Conte, Tria, Giorgetti, persino il vituperato Savona) l’ha capito da un pezzo – è stupefacente che Di Maio non se ne renda conto e continui a respingere la mano tesa di Draghi, accomunandolo ai rottweiler di Bruxelles e rinunciando a incunearsi fra le divisioni di chi cerca il dialogo con l’Italia e chi vuole la guerra con un occhio alle elezioni. Che Salvini giochi al “tanto peggio tanto meglio”, si è capito: il Cazzaro Verde pensa (o si illude: lo spread preoccupa anche la parte più avveduta dei suoi elettori) di lucrare più voti strillando fino a primavera che ce l’han tutti con noi.
Ma, se abbiamo capito bene, non è questa la strategia dei 5Stelle: al Circo Massimo, Di Maio e Fico hanno annunciato alleanze nel prossimo Europarlamento con tutte le forze che non si riconoscono nel decrepito fronte Ppe-Pse (attualmente al governo), né nella destra salvinian-lepeniana, né nei liberalconservatori dell’Alde (nel cui gruppo peraltro il M5S aveva provato a entrare, invano). Cosa resta? La sinistra-sinistra (che l’altroieri, con Mélenchon e altri, ha difeso la manovra italiana nell’indifferenza dei 5Stelle) e i Verdi (i più simili ai pentastellati, malgrado le diffidenze reciproche). Se non vogliono stare né con chi ha rovinato l’Europa né con chi vorrebbe distruggerla definitivamente, ma con chi vuole cambiarla seriamente, i 5Stelle dovrebbero cambiare linguaggio e uscire dall’infantilismo che ieri ha portato Di Maio a mandare a quel paese Draghi, cioè l’unica autorità europea che non fa campagna elettorale contro l’Italia e tenta, per quel che può, di aiutarla. Dargliene atto e comportarsi di conseguenza, magari iniziando a pensare a una patrimoniale, non significa ritirare o stravolgere la manovra, cedere ai diktat dell’Ue, dei mercati e dello spread, rinunciare a dialogare con la Russia (lo chiede anche Prodi, molto più “amico di Putin” di Salvini, che manco lo conosce) o con Trump (chi si scandalizza per la sua telefonata a Conte dimentica 70 anni di alleanza con gli Usa e i salamelecchi di Gentiloni a The Donald) o con la Cina. Significa guardarsi dai veri nemici, distinguerli dagli amici insospettabili, parlare un linguaggio da statisti e non da asilo Mariuccia o da osteria, smetterla di fare gli struzzi per esorcizzare la dura realtà dei numeri. Cioè fare gli interessi del tanto strombazzato “popolo”.
venerdì 26 ottobre 2018
Ditemi perché!
Lite Corona - Blasi
Guardo, perché sono curioso, video come quello qui sopra e mi domando istantaneamente: perché?
Perché ospitare gentaglia di quel calibro, tale Fabrizio Corona, al quale solo un sano, idratante, definitivo, ricostituente anonimato renderebbe ogni bene, per lui e per noi?
Con il dovuto rispetto e le necessarie differenziazioni: inviti Sgarbi a parlare non di arte, il suo cavallo dorato, ma di politica e che ti aspetti?
Guardi il filmato del compleanno di Fedez organizzato da quell'acchiappa allocchi della Ferragni e t'inalberi pure?
Guardi il grande fratello, e già per questo dovresti a parer mio essere messo in lista per un decoroso Tso, nel quale invitano codesto pluripregiudicato pregno di nefandezze più che la Leopolda di cazzate, e grugnisci pure la tua contrarietà?
Dai, per favore! Solo i cercopitechi possono ancora immaginare che il trash più profondo non sia stato organizzato ad hoc per far schizzare lo share!
Smettetela vi prego, se per caso lo facciate naturalmente, di interessarvi a spazzatura di questo livello! Cercate di farvi ammaliare da un film, un quadro, un libro, da della buona musica, dal frinire delle cicale, da saltimbanchi, da un programma di storia, di arte, di musica. Non cadete in quei tranelli mediatici studiati ad arte per farvi affievolire sensibilmente le vostre risorse neuronali.
Di Corona conosco solo la birra. Il resto è letame.
Sportivamente
E' proprio vero che se il Trota, la Gelmini, la Madia, Toninelli e Moscovici, quello che quand'era al governo francese faceva il 3% di deficit ed ora ci bastona per un 2,4%, sono riusciti a diventar protagonisti in politica, le chance di emergere sono per tutti, ma proprio tutti. Ma colui che già nel nome ricorda una supercazzola di tognazziana memoria, Tiémoué Bakayoko, supera ogni più ardita previsione. Una reincarnazione del padre di tutte le loffe calcistiche, Luther Blisset, che dovrebbe mandare colui che l'ha acquistato in uno strameritato ed eterno Tso, non foss'altro per una questione di dignità.
Vederlo giocare con i sacri colori induce a sviare, a distogliersi dalla visione di un match per cercare pace e compostezza in altri lidi, curling compreso.
Nell'acida notte post derby in cui "come-se-fosse-antani-Bakayoko" ha sciorinato tutto il suo talento, una raccolta di fetecchie inesauribile, l'unico barlume di speranza per il divenire s'incentra nelle parole post match di un grande ed inossidabile uomo, il Ringhio di tutti noi, al solito schietto e spietato pure con sé stesso, impegnato ahimè a preparar bagagli, come le regole di questo gioco glacialmente prevedono, lasciandoci nello sconforto più per la visone di quest'ameba Tiémoué, che per la sua probabile partenza.
Apo-Scanzi
venerdì 26/10/2018
A ciascuno la sua apocalisse (politica)
di Andrea Scanzi
È ormai noto che moriremo tutti. Tale rivelazione, invero insita nella natura fallace del genere umano, è divenuta ancor più ineluttabile con l’avvento del Salvimaio. Il quale, si sa, ha come unico obiettivo quello di condurci tutti all’Apocalisse. È dunque certo che non solo creperemo, ma lo faremo pure malino, smarriti come un uomo di sinistra alla Leopolda e poveri come un Carrefour vilipeso dai Ferragnez. Giacché ogni cosa è dolore ma il dolore non è mai uguale a se stesso, ci attende non una bensì molteplici Apocalissi.
Apocalisse Moscovici. Questo bell’ometto implume passa il tempo a dar patenti di economia e democrazia. Ne ha ben donde: come ministro delle Finanze ha fatto disastri, portando il deficit della Francia al 3% e conducendo il suo partito all’implosione. Eppure sta sempre lì, non mancando di darci dei “fascisti”, “xenofobi” e adoratori di “piccoli Mussolini”. Sorta di Monti francese che non ce l’ha fatta, attende le elezioni europee di fine maggio come i tacchini attendono negli Stati Uniti il giorno del Ringraziamento. Sfortunatamente per noi, e crediamo pure per lui, Moscovici è molto meno simpatico e assai più molesto dei simpatici gallinacei, benché ne condivida forse l’acume politico.
Apocalisse “Antagonista”. Caratterizza quegli ambienti della sinistra che si auto-professa “vera”. Ne riconosci gli adepti perché tengono Internazionale sotto il braccio, come una baguette proletaria, non mancando di incolpare di ogni cosa il barbaro Salvini e il mona Di Maio. Poiché entità superiori, gli “Alternativi” di economia si occupano poco: è un argomento troppo prosaico. Sanno però con esattezza che questa Manovra ci condurrà all’abisso della morale. E di ciò sono intimamente felici, perché in punto di morte non mancheranno di ricordarci che loro ce lo avevano detto.
Apocalisse Monti-Fornero. Duo diversamente comico che ristagna in tivù e ha la ricetta infallibile su come uscire da una crisi che ha fattivamente contribuito ad acuire. Più o meno come avere il figlio malato di tonsillite e scegliere Erode come pediatra.
Apocalisse Renzi. Questa, a ben pensarci, non è una corrente politica ma una recensione inappuntabile: “Apocalisse Renzi”. Quindi è inutile aggiungere altro.
Apocalisse Ischia. È quell’apocalisse autoindotta secondo la quale, in un decreto che dovrebbe parlare dell’emergenza Genova, inserisci un condono tombale a Ischia. E poi, quando ti sgamano, dici che lo hai fatto perché ce n’erano già tre precedenti e tanto valeva velocizzare il tutto per agevolare le ricostruzioni delle case terremotate a Ischia. Più o meno un anno fa, Di Maio disse che si sarebbe iscritto al Pd qualora avesse fatto un condono a Ischia. Eccoci. Niente paura, però: tenendo conto dei concorrenti al Congresso, Di Maio potrebbe pure vincere. E vederlo alla guida del Pd, picchiando un giorno Orfini e quell’altro Faraone, sarebbe pure divertente.
Apocalisse Patrimoniale. La Manovra fallirà e il Salvimaio, come Amato decenni fa, entrerà di notte nei nostri conti correnti. Non solo: Toninelli si intrufolerà nelle nostre case, intendo proprio fisicamente, e col consueto entusiasmo lucido ci porterà via ogni bene. Poi, prima di andarsene, ci fisserà – con quel suo sguardo concentratissimo – per dirci: “Lo faccio per costruire un ponte dove potrete far giocare i vostri figli in autostrada. Un giorno mi ringrazierete”. E se ne andrà in dissolvenza, quasi come nel finale di un film muto.
Apocalisse Sallusti. In cerca d’autore come una comparsa sbagliata in una trasposizione shakesperiana, ha speso gli anni migliori della sua vita a dirci che lo spread era una congiura contro il suo Berlusconi. Ora, invece, ha elevato lo spread a personale monolite e pare solo un Juncker meno rubizzo. Solidarietà.
Apocalisse Berlusconi. Vedi tu com’è la vita: nasci Caimano e finisci Cottarelli.
Apocalisse Gelmini. Uscita non senza fatica dal tunnel dei neutrini, vuol reinventarsi economista e statista. Lecito. Solo che, nel frattempo, Forza Italia è morta. E l’effetto è un po’ quello che susciterebbe vedere Bakajoko che si scalda a bordo campo certo di spostare le sorti del mondo, quando però nel frattempo l’arbitro ha già fischiato la fine della partita. Da tre ore.
Apocalisse Calenda. Particolarmente a suo agio nel ruolo di apocalittico in servizio permanente, è solito prospettarci un futuro da figli di una troika minore. Lo fa con quel suo bel mix da Barca meno preparato e Renzi meno antipatico, interpretato da un Pozzetto che si esprime chissà perché in romanesco. Daje Cale’. Al tema che più preferisce, “Siete tutti ottusi plebei ma io posso salvarvi”, il nostro eroe ha pure dedicato anche un libro. Che sta vendendo più della Bibbia. Non è una battuta: è la prova che questo Paese è smarrito. Tanto smarrito.
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