martedì 3 luglio 2018

La fine



Due foto, la fine di una passione. Potrebbe essere una favola, ma se fosse vero questo significherebbe la fine di una passione. Intanto ho già disdetto Sky Calcio e Sport. E poi mi guardo intorno e vedo da una parte un club che non ha mai vinto nulla di importante, prendere, forse, il più forte giocatore del mondo. Dall'altra un cinese con una faccia da ebete, muto, recitante la parte del ricco, per importare denari per conto di un ladrone senza dignità, che sta affossando i colori che un tempo, grazie a lui lo devo riconoscere e al suo amore disinteressato per la politica di cui il calcio era un mezzo, ricevevano ammirazione da ogni parte del globo. 
E io dovrei stare un anno intero a soffrire senza un perché aspettando i soldi che non arrivano, restando a guardare la faccia di Fassone che mi ricorda quella di un cartone animato, mentre i cugini si sono rinforzati e quegli altri stanno facendo una squadra che forse pareggerà una volta in un'amichevole di beneficenza? 
Ma vaffanculo! Curling, serie tv, ciclismo, pattinaggio e scacchi. E al mattino niente Gazza!



Dialoghi



Ri ri ri prescritto!



Ragogna



Sinistra travagliata


martedì 03/07/2018
I fascisti rossi

di Marco Travaglio

In attesa di studiare nel dettaglio il primo decreto del governo Conte, battezzato “Dignità” dal vicepremier Di Maio e varato ieri dal Consiglio dei ministri, abbiamo già la netta sensazione che contenga qualcosa di buono. Infatti, prim’ancora di vedere la luce, ha già registrato l’ostilità, nell’ordine, di: Confindustria cioè Pd renziano e calendiano, Mediaset cioè Forza Italia, aziende schiaviste che sfruttano i rider, lobby biscazziera e Giornale Unico Rosicante. Quando hai contro tanta bella gente, sorge il sospetto che tu abbia ragione. Se poi ti vengono addosso anche Giuliano Cazzola, che addita al pubblico ludibrio le pericolose analogie fra alcuni passi del decreto e alcune proposte della Fiom-Cgil (manco fosse Cosa Nostra), e il Giornale di Sallusti, che scova con raccapriccio fra i consiglieri di Di Maio economisti di sinistra come Alleva e Tridico (manco fossero Riina e Provenzano), il sospetto diventa certezza.

Mettetevi nei panni dei tromboni che da un mese ripetono in Italia e in Europa che questo è “il governo più di destra della storia repubblicana”, con evidenti parentele fasciste o forse naziste (invece i tre governi Berlusconi-Fini-Lega, il Monti-Fornero-Passera, il Letta-Berlusconi e il Renzi-Verdini-Alfano erano figli della Terza Internazionale). Ora sarà un’impresa spiegare che il primo decreto del rinato Partito Nazionale Fascista è quanto di più a sinistra si sia visto da decenni. Nessuna rivoluzione, per carità. Ma è tutto relativo, visto chi c’era prima. Qualche esempio. 1) Chi “delocalizza”, cioè prende i soldi dallo Stato, poi licenzia tutti e scappa con l’azienda all’estero, pagherà multe da 2 a 4 volte il beneficio pubblico, che poi restituirà con gl’interessi. 2) Contro la piaga della ludopatia, che prosciuga interi patrimoni, sono vietate le pubblicità e le sponsorizzazioni del gioco d’azzardo, pena multe salatissime. 3) Per i contratti di lavoro iperprecari “di somministrazione” a tempo determinato, valgono le regole degli altri contratti a scadenza: non più di 4 proroghe, per non più di 36 mesi. 4) I contratti a termine potranno durare 12 mesi, poi per rinnovarli (per soli altri 12) bisognerà indicare causali credibili, e con un piccolo costo in più per le imprese. 5) Fuori decreto, si lavora a un contratto collettivo nazionale per i lavoratori senza tutele del “food delivery” (il cibo a domicilio). E, fondi permettendo, al reddito di cittadinanza per chi cerca impiego e fa 8 ore settimanali di lavori socialmente utili.

Scavalcato a sinistra (ci voleva poco) da Di Maio, fra i pop-corn e la mega-villa, il povero (si fa per dire) Renzi schiuma di rabbia.

Ed estrae dal vecchio cilindro il solito coniglio ormai frusto e spelacchiato: il “milione di posti di lavoro” del suo Jobs Act, che in realtà produsse meno nuovi occupati (ammesso e non concesso che siano i governi a produrli) di quando non c’era, sperperando una dozzina di miliardi in incentivi alle imprese. E spaccia per un trionfo gli ultimi penosi dati Istat sull’occupazione, che sembra aumentare perché crescono coloro che un lavoro non lo cercano neppure più e quelli che fanno lavoretti una volta ogni tanto: un’impietosa fotografia di quel che è diventata la cosiddetta “sinistra” in Italia, non a caso morta e sepolta il 4 marzo a vantaggio dei 5 Stelle e della Lega. Prendiamo solo il punto 2) del decreto Dignità, che taglia le gambe alla lobby del gioco d’azzardo: voi l’avete mai sentito proporre da un leader della cosiddetta sinistra? Magari non da Renzi o da Calenda, che stanno alla sinistra come B. alla legalità; ma almeno dalle buonanime di Pisapia e Boldrini? Vado a memoria, ma ricordo tre soli soggetti che da anni battono su quel tasto: uno è il Fatto, che fin dalla fondazione ha dedicato decine di articoli alla mega-evasione da 98 miliardi dei concessionari di slot machine, sempre condonata da tutti i governi di destra e di sinistra, e alla piovra dei biscazzieri che fino all’altroieri faceva il bello e il cattivo tempo in Parlamento sotto ogni maggioranza, ottenendo licenze à go-go, sgravi fiscali e regalini in cambio di finanziamenti e/o mazzette; la Chiesa, che alla ludopatia ha dedicato denunce e campagne su Avvenire; e Beppe Grillo, che combatte su questo fronte da quando aveva solo qualche palco e un blog (al V-Day di Bologna, nel 2007, invitò a parlarne il nostro Ferruccio Sansa).

Ovviamente proibire le pubblicità, gli spot e le sponsorizzazioni di bische, slot machine, grattae(mai)vinci e tutti gli altri buchi neri che inghiottono milioni di disperati in cerca di riscatto, equiparando il gioco d’azzardo ad altre dipendenze tipo fumo, alcol e droga, significa attirarsi addosso una spaventosa potenza di fuoco e di denaro. Non solo Mediaset, che perderà un bel po’ di inserzionisti e infatti lacrima come una vite tagliata con gli occhi di quel che resta di FI e di Sallusti. Ma anche i padroni della serie A di calcio, tutte brave persone che nuotano nei miliardi e piangono miseria per la dipartita dei bookmaker. Al pianto greco si associa, in gramaglie, Il Messaggero: “Calcio senza scommesse, in rivolta i club di serie A”. Così come, per le annunciate misure sociali per i più deboli, dal reddito di cittadinanza al salario minimo, si dispera La Stampa: “Di Maio vira a sinistra. Ora vuole triplicare il reddito di inclusione. E si affida a tre esperti con un solido pedigree ‘rosso’”. Oddio, signora mia, tornano i “rossi”: era dai tempi di Valletta quando la Fiat era “La Feroce” perché maltrattava e spiava i lavoratori e La Stampa “La Busiarda” perché non lo raccontava, che non si leggevano simili Madeleine. Ancora un po’ di pazienza, poi i cosacchi abbevereranno i cavalli alla fontana di San Pietro. E, ad aprirgli le porte, saranno i famosi fascisti del governo Conte.

lunedì 2 luglio 2018

Ne mancano solo 174


Quando iniziai a sproloquiare via web su questo blog, mai avrei immaginato di arrivare, come oggi, a 174 visite da un traguardo incredibile, indicibile, inaudito: le centomila visite! 
Eppure nel leggere il contatore, la realtà sta superando la fantasia! Forse a volte stufo, altre ripeto, in alcuni momenti ho trasmesso pure l'infantile, cronica ed infantile incazzatura. 
Ma, come ben sapete, non ho mai messo pubblicità, non ho nessuno che mi aiuta, non ho neppure un fine economico. Ho solo voglia d'esternarvi quello che al momento mi passa in cervice. 
Molti amici mi spronano a scrivere qualcosa di più serio, magari un libro. Mi mancano, credo, i fondamentali che sono: attenzione, applicazione, devozione e sacrificio. O meglio: magari li ho, ma stento a riconoscerli. Sono convinto che vi sia un particolare, che a volte trascuro, che dovrebbe convincermi a iniziare la stesura di un opera omnia: quando scrivo entro, di soppiatto, dentro ad un mondo fatato che m'estrania dal resto. Come se non fossi più io; come un abbraccio tenero e delicato che mi porta a volare di fantasia. E ancora: sento un impeto dentro di me ogniqualvolta mi viene in mente una traccia da seguire, da ampliare, affascinandomi. 
Centomila! E chi l'avrebbe detto! 
Già che ci sono vi svelo un segreto: ho in mente da un paio d'anni di farmi un sito tutto mio. Chissà che non trovi coraggio e pazienza per buttarmi in questa avventura. 
Oh, naturalmente vi avviserei! 
Un bacio sulla fronte a tutte. E a tutti! 

domenica 1 luglio 2018

Travaglio


domenica 01/07/2018
Meglio di niente

di Marco Travaglio

Ma abbiamo vinto o abbiamo perso? In una politica ridotta a derby calcistico, che scambia il vertice europeo per una partita dei mondiali, è impossibile ragionare. Da un lato ci sono i tifosi del Pd&FI, ormai unificate nella squadra degli scapoli, con le loro grancasse di Repubblica, Stampa, Giornale e Libero, che esultano per la tremenda sconfitta di Conte (“un pollo” che si è fatto “prendere per il culo”) e l’isolamento dell’Italia populista”. Dall’altra ci sono grillini e leghisti che spacciano la campagna di Bruxelles come una marcia trionfale del premier (“vittoria al 70” o forse “all’80”) e Macron come il vero “clandestino” respinto al mittente. La verità sta nel mezzo: Conte non ha vinto né al 70 né all’80%, ma non è neppure stato sconfitto, isolato e raggirato. Ha combattuto con stile pragmatico, ha usato bene il potere di veto sulle conclusioni del vertice, che giovedì non contenevano nemmeno un accenno ai migranti per mancanza di accordo, e invece venerdì hanno prodotto sul tema 12 punti di sintesi fra le posizioni molto diverse dei 27 Stati membri. Punti in parte vaghi, in parte contraddittori, in parte precisi. Ma un passo in avanti sia sulle previsioni nere della vigilia (nessun accordo) sia sullo zero assoluto raccolto dai governi precedenti: quelli bravi, competenti, non populisti. Fino all’altroieri i cosiddetti premier, da B. a Letta, da Renzi a Gentiloni, partivano per Bruxelles annunciando fuoco e fiamme, sfracelli e pugni sul tavolo. Poi arrivavano lì e, come Fantozzi davanti all’ufficio del megadirettore galattico, non osavano neppure bussare alla porta (“non ho le mani…”). Non aprivano bocca, firmavano tutto e sorridevano sculettanti nella foto di gruppo finale. Poi tornavano in patria e allargavano le braccia: è andata così, sarà per la prossima volta. Che ora a criticare Conte siano proprio loro – quelli che hanno impiccato l’Italia, allora sì isolata e ignorata, ai patti suicidi di Dublino e all’impegno di fare tutto da soli in cambio di “flessibilità” da sprecare in mance elettorali – è comico (mentre il Pd parla di fallimento, il Partito socialista europeo di cui i dem fanno parte esulta per il successo). Anche perché, rispetto al loro nulla, qualcosa Conte l’ha portato a casa.

1. Nella dichiarazione finale, per la prima volta, anche paesi del Nord Europa riconoscono che il flusso migratorio dall’Africa va affrontato non più dai singoli Stati, ma da tutta l’Ue in modo “globale”, con investimenti per evitare tragedie umanitarie e sociali. Il primo di 500 milioni è ridicolo. Si vedrà se ne seguiranno di più seri e se l’impegno – messo per la prima volta nero su bianco dai 27 - di rivedere Dublino sarà mantenuto.

2. I centri di accoglienza e identificazione per l’esame delle richieste d’asilo (hotspot), finora riservati in esclusiva ai paesi di sbarco (Italia, Spagna e Grecia), potranno essere creati anche negli altri stati Ue. Solo su base “volontaria”, è vero: ma finora non erano proprio previsti. E Macron mente quando dice che non sono contemplati in Francia e negli altri paesi di secondo approdo: l’accordo parla di “territorio dell’Ue”, senza distinzioni. Se poi gli hotspot continueranno a sorgere solo nei paesi di primo approdo e in nessun altro, tipo la Francia del maestrino Macron, cadrà la maschera di chi finora si trincerava dietro gli accordi di Dublino per non fare nulla e darci pure lezioni. Nessuno potrà più fare contemporaneamente il Salvini o l’Orbàn a casa sua e l’accogliente coi porti degli altri.

3. Passa il principio, importantissimo, della “esternalizzazione” degli approdi dei migranti: si dovranno convincere paesi che aspirano a entrare nella Ue (come Albania e Kosovo) o a più aiuti europei (Marocco, Algeria, Tunisia e anche Libia) ad accogliere temporaneamente i naufraghi salvati in mare in strutture necessarie a selezionare le domande di asilo, sotto il controllo dell’Ue e dell’Onu. Impresa complicata, ma decisiva per suddividere il peso delle prossime ondate migratorie ed evitare le chiusure dei porti finora aperti, dall’Italia alla Spagna a Malta.

4. Dopo l’accordo, il governo Conte potrà prendere subito due iniziative d’intesa con l’Ue: stanziare fondi per acquistare nuove motovedette per la Guardia costiera libica, che sarà addestrata da un nuovo, piccolo contingente di militari italiani e non dovrà più essere “ostacolata” né aggirata da navi private (come quelle delle pur benemerite Ong); e incontrare il premier libico al Sarraj per dialogare direttamente con Tripoli senza più le interferenze di Macron, schiacciato sul pericolante generale Haftar che regna su Bengasi. Se Salvini ha sbagliato a chiedere a Tripoli di aprire lì gli hotspot, ora la Farnesina proverà a convincere la Libia ad accettare fondi europei per migliorare la condizione dei campi Onu già esistenti e aprire nuovi uffici sotto la bandiera Ue per gestire le richieste di asilo. Su 10 richiedenti, solo 1 ne ha diritto. E ai migranti “economici”, che non possono entrare in Europa, sarà offerto il rimpatrio “volontario” assistito (un nigeriano che ha speso 5mila dollari per arrivare in Libia, ne avrà 7-8 mila per tornare in Nigeria su aerei pagati dall’Ue). Un principio di difficile applicazione, ma ormai accettato dai partner europei e dunque praticabile, diversamente da prima. Non è poco, viste le iniziali chiusure del gruppo di Visegrad (Ungheria & C.) e di Macron ben nascosto lì dietro.

5. Se qualcuno è stato raggirato, non è l’Italia, ma Spagna e Grecia, che han firmato accordi bilaterali con la Germania per riprendersi i migranti “secondari” senza garanzie sulla ripartizione dei “primari”. Conte, diversamente da Tsipras e Sanchez, l’accordo separato con la Merkel ha rifiutato di siglarlo.

È sempre troppo poco. Ma meglio del niente di prima.