giovedì 26 aprile 2018

Recensione travagliata


giovedì 26/04/2018
Loro, Lui e noi

di Marco Travaglio

“Dura la vita quando non sai fare un cazzo”. Dovendo scegliere una frase cult dal film di Paolo Sorrentino Loro-1, non c’è nulla di meglio di questa confessione dell’Ape Regina, al secolo Sabina Began (la sontuosa Kasia Smutniak), che guida il pappone pugliese tutto squillo&coca Gianpi Tarantini (un super Riccardo Scamarcio) nella scalata al potere romano, gradino dopo gradino, su su fino a “Lui”. È la parabola di tutto un mondo di uomini e donne senza talento che si arrabattano come possono, mercificando quel poco che hanno per imboccare ciascuno la propria scorciatoia al successo. Lui li vuole tutti così perché nessuno gli dia ombra: ministri, collaboratori, consiglieri, reggipalle, prosseneti, escort. Nessun pensiero originale, nessun merito da vantare se non quello di servirlo fedelmente per prendere al volo i bocconi che cadono dalla mensa del ricco epulone, del sultano, del Re Sola. È l’ascensore sociale all’italiana, azionato non dall’istruzione, dall’intelligenza, dalla creatività, dal lavoro e dal sudore: ma dai carburanti delle conoscenze giuste, dei ricatti e dei colpi di culo e dai lubrificanti delle mazzette, della polvere bianca, del fica-power e dell’adulazione.

L’orgia eccessiva e ossessiva a base di soldi-sesso-coca ricorda The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio, ma senza nulla della vitalità, del giovanilismo e della genialità dei rampanti turbocapitalisti made in Usa. Qui, attorno a The Pig of Villa Certosa reinventato da Toni Servillo nella sua ultima reincarnazione volutamente compiaciuta e caricaturale, è tutto noia, vecchiaia, decadenza, viale del tramonto. È l’estate 2006 e Lui ha 70 anni: perse le elezioni e il suo ultimo passatempo di premier, si sente improvvisamente vecchio. La reggia di Porto Rotondo è gigantesca, sproporzionata alla statura dell’ometto di Stato che la abita da solo, cioè con la moglie Veronica, magistralmente resa da Elena Sofia Ricci, ormai al limite della sopportazione per quel viavai di minorenni (il fragoroso divorzio a mezzo stampa arriverà nella seconda parte, quando B. perderà tutt’e tre le donne di riferimento – madre, sorella e consorte – e impazzirà con la patetica e patologica supplenza delle 30-40 Papi-girl a botta). Lei legge Saramago che insulta il marito e, perfida, glielo fa notare. Lui, paradossalmente solo e annoiato, non si capacita di aver perso il potere e il tocco magico. E si frustra perché l’opposizione non fa per lui. I bunga bunga sono ancora dietro l’angolo, le Began, i Tarantini e i Mora (il bravo Roberto De Francesco col riporto) stanno per arrivare.

Non sapendo come reinventarsi, inscena tragicomiche gag che non divertono nemmeno lui. Come quando si traveste da odalisca per simulare un improbabile ritorno di fiamma nuziale (una delle tante scene realmente accadute, che nemmeno il genio di Sorrentino riuscirebbe a inventare) e Veronica lo fredda con un impietoso: “Non mi fai ridere”. O quando Toni-Silvio si produce nel triplo salto carpiato dell’attore napoletano che canta Malafemmena come un milanese che tenta di imitare l’accento napoletano. L’unica soluzione al tedio è l’eterna, disperata fuga dalla realtà. Come quando Lui pesta una cacca, ma spiega al nipotino che, siccome l’ha pestata lui, quella non è cacca: è una pallina di terra. “Non conta la realtà, ma il modo di raccontarla”.

Se il cinema è un cocktail psichedelico di divertimento e impegno, di racconto e immagini, di intuizioni ed emozioni, che fa godere tutti i sensi nel continuo inseguimento tra realtà e fantasia e se ne frega delle convenzioni, delle convenienze, delle aspettative, del politicamente e anche del cinematograficamente corretto, allora Loro è un gran film. Che diverte subito, mentre scorre sullo schermo. E ancor più alla fine, quando tenti di dare un’identità ai tanti personaggi anfibi e ibridi che assommano almeno tre o quattro figure reali. O quando si pensa che le scene sono tanto più vere quanto più appaiono esagerate. Infatti molte – quelle che hanno subito fatto storcere il nasino ai critici – sembrano videoclip girati con lo smartphone e postati su Youtube da un qualche insider indiscreto.

I ragazzi dello zoo di Silvio, popolato anche di rinoceronti, dromedari, aragoste, caprette e pantegane (a Roma si chiamano “zoccole”, pensa un po’), sono nani e ballerine quasi sempre fuori di testa per qualche donnina, o ricatto, o complotto, o sostanza (memorabili gli effetti dell’Mdma, “la droga dell’abbraccio e dello smandibolamento”). C’è il ministro-cortigiano simil-Bondi, un sorprendente Bentivoglio pelato che scioglie in rima le lodi a Lui e intanto tenta di fargli le scarpe, fino a cedere ai piaceri della carne e a restare impigliato nel ricatto della tentatrice (l’eccellente Euridice Axel) e di uno dei personaggi più misteriosi della corte dei miracoli e dei miracolati: l’inquietante truccatore-assistente tuttofare (Dario Cantarelli, sempre più sulfureo), che si presenta come “il biografo, quello che ora sta scrivendo la tua biografia”. Una sorta di addetto ai dossier&veleni. E poi c’è “Dio”, il misterioso Grande Vecchio che non si mostra mai col suo volto e la sua identità, e si permette il lusso di stare sopra di Lui. Un Circo Barnum sempre in bilico tra farsa e tragedia, proprio come la biografia del protagonista, in un montaggio stroboscopico alla Blob che accosta la grottesca collezione di tacchi col rialzo al terrificante rottweiler pronto a sbranare il ministro traditore. In fondo è così che, in 25 anni di mitridatizzazione, la Grande Anomalia è diventata Banale Normalità. Chi vede Loro e guarda Lui riconosce anche Noi. Non in sala, ma sullo schermo. Nascosti da qualche parte. Di spalle.

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