martedì 17 aprile 2018

Mumble mumble


martedì 17/04/2018

Qualcuno osa sfidare la lobby della sanità?

Fate una prova: fingete di avere una spalla rotta e dover fare un intervento chirurgico per istallare una protesi. Ipotizziamo di essere in una Regione “virtuosa” come la Toscana: secondo le linee guida regionali (quasi identiche in ogni Regione), a ciascun paziente in attesa di un intervento viene dato un codice di priorità che varia da A1per i casi più gravi che necessitano intervento immediato fino a D per quelli che possono attendere.

Se avete la spalla rotta e la situazione è grave ma non gravissima vi assegneranno il codice B, massimo 60 giorni di attesa per l’operazione. Ma tale attesa è solo teorica, e nella realtà questo tempo non è mai rispettato: in una Regione “virtuosa” come la Toscana, per esempio, si prevede una attesa di almeno 1 anno e 2 mesi per questo tipo di interventi, sei volte quanto previsto dalla normativa regionale. Ma c’è una scappatoia: pagare. Se infatti siete disposti a spendere 23 mila euro (questo il costo di una operazione protesica di spalla al Careggi), lo stesso medico che vi ha visitato nello stesso ospedale pubblico dove siete in visita vi può operare quando volete, entro otto giorni dalla visita.

Questo sistema, disciplinato da ultimo dalla legge 189 del 2012, si chiama “intra-moenia” e consente l’esercizio di attività libero professionale intramuraria da medici di ospedali pubblici trasformando, così, il luogo pubblico in una clinica privata a disposizione del professionista.

Secondo la normativa vigente il paziente, in questo caso, deve pagare interamente l’equipe medica, il personale anche infermieristico di supporto, i costi pro-quota per l’ammortamento e la manutenzione delle apparecchiature nonché assicurare la copertura di tutti i costi diretti e indiretti sostenuti dalle aziende. Il medico e l’ospedale che ospita tale attività guadagnano sul paziente facendo leva sul suo stato di bisogno: il professionista sarà libero di farsi remunerare come un collega di una clinica privata e l’ospedale potrà chiudere i bilanci in attivo grazie al significativo contributo del paziente. Questo sistema pone una serie di problematiche giuridiche, economiche e, soprattutto, etiche.

Secondo il XX Rapporto Pit Salute di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato (Tdm) pubblicato a fine dicembre, le liste d’attesa negli ospedali pubblici si allungano sempre di più con attese medie di 13 mesi per una mammografia, un anno per una colonscopia, stesso periodo per una visita oncologica o neurologica.

A trarre un vantaggio diretto da questo stato di cose sono proprio i medici che esercitano la libera professione negli ospedali oltre agli stessi ospedali perché spesso il paziente, sconfortato dai lunghi tempi per un esame o un intervento, procedono in “intra-moenia” ricorrendo a prestiti e debiti pur di potersi operare.

Il meccanismo è perverso perché si basa su un doppio ruolo affidato dalla legge alla stessa persona: da un lato c’è il medico in quanto dirigente pubblico dell’ospedale che dovrebbe assicurare il rispetto delle linee guida regionali e che avrebbe come obiettivo per la propria performance la riduzione delle liste d’attesa; dall’altro c’è lo stesso medico in quanto libero professionista che ha interesse a tenere lunghe le attese così da incentivare i pazienti a ricorrere a lui privatamente. Si tratta di un meccanismo favorito dallo Stato stesso che, in tal modo, grazie al costo dell’intra-moenia, può coprire taluni costi del servizio sanitario.

È proprio in ciò la perversione di fondo di tale sistema che avvantaggia una specifica lobby a danno della tutela della salute dei cittadini.

È un punto che varrebbe la pena essere inserito nel programma del prossimo governo: ma chi governerà avrà la forza di fare gli interessi della comunità?


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