martedì 11 agosto 2026

Pinocchi nostrani

 

Le infinite bugie della repubblica


di Pino Corrias 

Al tempo remoto di Andreotti, il politico mentiva e sperava, protetto dal buio dell’inchiostro, di non essere scoperto.

In quello istantaneo di Giorgia Meloni, la menzogna lampeggia in video, strilla sui social e punta a essere condivisa: “Ceuta è in Europa e la Spagna confina con l’Italia, per questo sospendiamo Schengen”. “A Marcinelle, Landini ha dato le spalle a La Russa e ha offeso la nazione”. “Le accise sui carburanti sono colpa della sinistra”. “Delmastro non ha nulla da nascondere”. “Abbiamo abbassato le tasse”. “Mai così tanti soldi alla Sanità”. “Se i magistrati vincono il Referendum, avremo gli stupratori e i pedofili per strada e tante altre Garlasco”.

La bugia non è più l’incidente della politica. È diventata la sua tecnica. Un materiale da costruzione per l’identità e la vendetta. Silvio Berlusconi l’ha scoperto e usato per primo in forma industriale sia per dire cose pesantissime, “da noi la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”, sia per rendere vera la suprema idiozia di Ruby nipote di Mubarak, giurando “sulla testa dei miei cinque figli”, con la destra bambocciona che applaude in Parlamento.

Per interesse privato e sciagura pubblica, Berlusconi in trent’anni ha costruito un’Italia immaginaria: il Paese del benessere. Dei ristoranti pieni. Della rivoluzione liberale. Delle tasse diminuite. Del milione di posti di lavoro. Dei giudici comunisti che complottano per attribuirgli mafia, tangenti, minorenni.

Con la tv ha spostato il confine tra il fatto e il racconto. Ha imposto la somma centralità del leader, il controllo dell’agenda, il vittimismo giudiziario, la costruzione di una verità emotiva capace sempre di prevalere sulla verifica.

Meloni aggiorna la fabbrica delle menzogne. Con i social e lo smartphone le rende portatili. Il comizio diventa permanente: video, tweet, Instagram. Nessuna domanda. Nessuna replica. Nessun giornalista che interrompa, ma solo i Porro, i Sallusti, i Del Debbio che si bevono tutto. Si sceglie un fatto, si ritaglia la parte utile, lo si incornicia per il proprio pubblico. Ogni sbarco diventa un’invasione. Ogni rissa di strada, un’emergenza. Ogni sentenza sfavorevole, un attacco al governo. Ogni protesta, l’anticamera del terrorismo. Una stella a cinque punte disegnata col pennarello sul muro di una scuola, il ritorno delle Brigate rosse.

Se Donald Trump ordina di spendere il 5 per cento del Pil in armamenti, Giorgia e l’intero governo, allestiscono la bufala dell’aumento dall’1,5 al 2,1 per cento, riclassificando spese ordinarie – come le pensioni del personale militare, la cyber sicurezza, le missioni estere dei carabinieri – con astuta truffa contabile, come se dal nulla fossero comparsi 12 miliardi di euro in carri armati, munizioni e soldati. Non falsificano del tutto i numeri, ma solo quello che i numeri lasciano immaginare.

Stessa dinamica con Ceuta. Gli immigrati invadono, in un giorno solo, le spiagge dell’enclave e le tv del mondo. Meloni ne approfitta per attaccare Sánchez e il suo governo socialista. Lo strillo di copertina dice: “Ecco le porte aperte della sinistra!” La crisi reale diventa immediatamente una nera favola politica. I dati sugli sbarchi nei primi sei mesi del 2026 dicono che ci sono stati 16mila ingressi in Grecia, 15mila in Italia e solo 12mila in Spagna. Ma la matematica non conta e stavolta neanche la geografia, visto che Ceuta è in Africa, non in Europa. La paura funziona meglio. E tutti i particolari che complicano il racconto vengono espulsi dalla scena. È quello che il linguista George Lakoff chiama “frame”. In questo caso la cornice è “invasione” con risonanza così forte che finisce per autoavverarsi: i confini sono violati, l’Europa è assediata, la sinistra è complice. Il verdetto arriva all’istante. Ulteriori spiegazioni sono noiose, ingombranti, ipocrite. Il meccanismo aggiorna quello della propaganda. La ripetizione dell’allarme e della denuncia conferma il messaggio inventato e cancella quello vero.

A Marcinelle tre sindacalisti voltano le spalle al palco dove La Russa, presidente del Senato, sta commemorando la strage di minatori, anno 1956. Parte l’assalto dei comunicati di Fratelli d’Italia contro la Cgil: “Vergogna! Vergogna!”.

La notizia è falsa. I tre sindacalisti che si voltano sono belgi e rivendicano il gesto. La Cgil non c’entra niente. Ma la denuncia è un frame ghiotto. Gli strilli sono un buono pasto per la propaganda. Meloni lo afferra, arrotando il tono e lo sguardo per la grande indignazione: “Voltare le spalle è un gesto grave e vergognoso!”. Nemmeno le immagini che mostrano la falsità dell’accusa servono a cambiare il verdetto: “È inutile che Landini smentisca. Chieda scusa”.

Berlusconi lo aveva capito trent’anni fa: la politica non doveva più rappresentare la realtà, doveva produrla. Meloni governa dentro quella rivoluzione. Ha sostituito il sorriso aziendale con la nazione assediata. Il venditore con la combattente. Il Re Mida che si è fatto da solo, con l’Underdog che da sola cavalca.

Con lei la menzogna non è più una vergogna da nascondere, ma un metodo di governo da esibire. La propaganda non serve più a mostrare ciò che ha fatto. Serve a nascondere ciò che non ha fatto. A ingrandire quello che conviene. A cancellare ciò che disturba. A inventare il nemico necessario. A fabbricare una realtà sufficientemente semplice da stare dentro uno slogan. E sufficientemente falsa perché il potere possa starci comodo. Il danno finale non è che i cittadini credano a una bugia. È peggio. È che smettano di pretendere la verità.

La vitola

 

I misteri della vitola 


di Marco Travaglio 

Immersi più che mai, anche dopo il suo arresto, nei misteri di Valter Lavitola, partiamo da due tra i pochissimi fatti finora accertati. 1) Sigfrido Ranucci e i suoi famigliari sono le vittime dell’attentato mafioso del 16 ottobre a Pomezia che, pur con finalità “dimostrative”, poteva costare loro molto caro. 2) Il gip che ha arrestato Lavitola scrive: “Non è emerso alcun elemento… per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola; anzi le risultanze acquisite inducono a ritenere che il giornalista sia stato vittima della manipolazione dell’indagato, in ragione da un lato della raffinata astuzia di quest’ultimo, dall’altro del profondo legame tra i due… tanto da indurre la persona offesa ad avere quella reazione di… incredulità appena appresa l’incriminazione dell’ amico”. Ranucci aveva trasformato Lavitola da fonte ad amico e non poteva credere che c’entrasse con la bomba. Così quello ha continuato a “manipolarlo” e “alimentare in lui il convincimento che la tesi degli inquirenti sia assolutamente inverosimile”. Ranucci ha seguitato a pensare che l’attentato fosse legato a qualche servizio di Report e Lavitola ne approfittava, “convinto che, finché avrà il sostegno della vittima, la sua posizione ne risulterà avvantaggiata”. Le parole del gip confermano la buona fede di Ranucci. Escludono che, come insinua il peggio della politica e della stampa, si sia fatto l’attentato da solo. E non contengono una sillaba su eventuali servizi di Report condizionati da Lavitola: quindi i diktat Rai sulla sospensione delle repliche estive e i comitati etici, così come centinaia di articoli contro il programma che da anni i peggiori lestofanti sognano di silenziare sono carta straccia.

Tutto il resto, cioè il movente dell’attentato, è un campo minato di domande senza risposte. Lavitola voleva “martirizzare” Ranucci a sua insaputa per spingerlo in politica come premier del centrosinistra e “diventare il suo Gianni Letta”? Non essendoci limiti alla mitomania e alla follia, può persino darsi che il faccendiere berlusconiano, massone e pregiudicato pensasse di aiutare Ranucci con una bomba a due anni dalle elezioni e poi con un sondaggio ideato da un ex leghista e vidimato da Mieli e Cappellini. E già si vedesse con lui a Palazzo Chigi tra gli applausi di Pd, 5Stelle e Avs. Il tutto mentre Sigfrido negava in Vigilanza di volersi candidare e preparava la nuova stagione di Report proprio nell’anno elettorale. Certamente Ranucci è stato ingenuo, ma forse non al punto di immaginarsi grandi chance nel centrosinistra con un simile consigliere. Che sarà pure un manipolatore di “raffinata astuzia”, ma come bombarolo s’è rivelato un disastro. S’è fatto subito beccare ed è tornato da dove era venuto: in galera.

domenica 9 agosto 2026

Natangelo

 


L'Amaca pre vacanze

 


Magari Meloni ci smentisse

di Michele Serra


I guai grossi non si possono evitare, ma proprio questo rende odiosi, in quanto evitabili e superflui, i guai piccoli. Tipico esempio di guaio piccolo odioso, perché perfettamente evitabile, è il miserabile sgarbo del governo italiano alla Spagna: inutile, provocatorio e anche a tradimento. Vile nei confronti di un partner europeo che avrebbe avuto diritto a solidarietà e collaborazione, non a questo gesto ostile e — come già spiegato e capito da tutti, tranne il Salvini — del tutto ininfluente sul fronte della difficile gestione dei flussi migratori in Europa.

Non si fa in tempo a ricalibrare il giudizio sul governo Meloni, cercando di evitare uno sguardo troppo fazioso, di frenare i giudizi drasticamente ideologici (tipo: sono fascisti!), che il governo Meloni provvede a rimarcare lo sprofondo che lo separa dalla democrazia dei diritti e soprattutto dalla costruzione europea, che il melonismo detesta perché l'Europa è per la destra sovranista come la kryptonite per Superman: se c'è l'Europa il sovranismo muore, e viceversa, se vince il sovranismo (Meloni tra le star in cartellone) l'Europa muore. E dunque, dopo qualche settimana (un paio al massimo) di tentativi di moderare i termini, e levigare i giudizi, e sperare che il clima politico rincivilisca, alla fine sei costretto a dire: sì, purtroppo sono fascisti.

Peccato. Perché sarebbe di gran lunga più confortante pensare che sia frutto di pregiudizio, buttare Meloni in quel calderone di istinti aggressivi, xenofobia, nazionalismo stupido e vacuo. Mettiamola così: Meloni è l'infaticabile, puntuale vidimatrice dei nostri pregiudizi. Riuscisse mai a smentirci, le saremmo grati.

PS — L'Amaca come ogni anno va in vacanza. Purtroppo non in Spagna. Ci si rivede il 25 agosto.

Rinfresco di memoria

 

I putiniani smemorati 


di Marco Travaglio 

Come la peperonata, che ogni tanto torna su, è ripartita la caccia ai “putiniani” immaginari per regolare i conti della politica, scomunicare i non allineati al pensiero unico e tentare di spaventare chi dice la verità sulla guerra: la Nato, l’Ue e l’Ucraina stanno perdendo, la Russia sta vincendo ed è urgente negoziare un compromesso realistico per il bene non di Putin, ma di quel che resta del popolo ucraino e dell’economia europea. A rendere comica la tragedia c’è che chi distribuisce patenti di putiniano a chi non lo è mai stato è proprio chi lo è sempre stato. Almeno fino all’invasione dell’Ucraina del 2022. Peccato che Putin sia sempre stato lo stesso da quando salì al potere, come premier nel 1999 e come presidente nel 2000. La guerra in Cecenia è del 1999-2009. Gli assassinii di Anna Politkovskaja e Alexander Litvinenko del 2006. Il conflitto in Georgia del 2008. L’annessione della Crimea (con sanzioni internazionali) del 2014. Il massacro di Aleppo del 2016. Ma questi predicatori dal pulpito sbagliato hanno i riflessi lenti e la memoria corta.

Sergio Mattarella. Dopo la Crimea e le sanzioni a Mosca, ha insignito delle massime onorificenze della Repubblica Italiana 30 ministri, funzionari e oligarchi del cerchio magico di Putin, tra cui il suo portavoce Peskov: alcuni sono stati sanzionati nel 2014, altri lo saranno nel 2022.

Enrico Letta. Nel 2013, da premier, riceve Putin con tutti gli onori a Trieste, firma con lui 28 intese commerciali e 7 accordi intergovernativi e lo ringrazia per “la disponibilità, l’amicizia e la voglia di cooperare insieme”. Putin ricambia invitandolo ai Giochi invernali di Sochi. Obama, Merkel, Cameron e Hollande le disertano per protesta contro le nuove leggi russe anti-gay, ma Letta ci va. Col suo governo, gli acquisti di gas russo, già esplosi sotto i governi B., balzano a 28 miliardi di m3 (il 45% del totale).

Matteo Renzi. Mentre va al governo nel 2014, la Russia si pappa la Crimea e finisce sotto sanzioni. Ma con lui e poi con Gentiloni la dipendenza dal gas russo cresce ancora, fino al 47,8%. Renzi autorizza poi la vendita a Mosca di 94 blindati “Lince” Iveco per 25 milioni (Putin li userà per attaccare l’Ucraina). A marzo 2015 incontra Putin a Mosca per tre ore: “Di fronte alla minaccia terroristica ed estremista in Libia, il ruolo della Russia può essere decisivo… La cooperazione fra Russia e Italia prosegue attivamente… Le sanzioni creano problemi a entrambe le parti”. E il Donbass? Renzi dice alla Tass che Kiev deve rispettare gli accordi di Minsk e concedere l’“autonomia speciale come in Alto Adige”.

A maggio Renzi riceve Putin all’Expo Milano: “Grazie di essere qui, la accolgo con grande gioia… Lavoreremo insieme per ripartire dalla tradizionale amicizia Italia-Russia… Il lavoro che possiamo fare insieme ha radici antiche e noi vogliamo che abbia un futuro ricco di energia per il pianeta e per la vita”. A novembre Mario Calabresi gli domanda: “Possiamo fidarci di Putin?”. E lui: “Sì. Nessuno può immaginare di costruire l’identità europea contro il vicino di casa più grande, considerandolo nemico… Putin è il capo di un Paese assolutamente cruciale per la stabilità del mondo. Sarebbe assurdo alzare una cortina di ferro tra Europa e Russia”.

Giugno 2016: Renzi rivede Putin al Forum Economico di San Pietroburgo e duetta con lui in conferenza stampa: “Chiederemo di ridiscutere le sanzioni Ue… L’Italia vuole essere più presente economicamente in Russia… Abbiamo chiuso accordi per più di 1 miliardo, che spalancano partnership per oltre 4-5 miliardi… La parola ‘guerra fredda’ non può stare nel vocabolario del terzo millennio. È fuori dalla storia, fuori dalla realtà ed è inutile. Abbiamo bisogno che Ue e Russia tornino a essere buoni vicini di casa. Russia ed Europa condividono gli stessi valori”. Gran finale: “Se avete notato, oggi il presidente Putin è stato più europeista di me. Spassiba, grazie”. Putin ricambia: “Renzi è un grande oratore, mi complimento con lui per l’intervento. L’Italia può andare fiera di un premier del genere”. All’uscita Renzi chiede e ottiene un passaggio sull’auto blindata dell’amico Vladimir.

Nel 2021 entra nel Cda di Delimobil, colosso russo di car sharing con sede in Lussemburgo creato da un napoletano in società con la banca statale russa Vtb. Ne esce l’anno dopo per l’invasione dell’Ucraina, con 40mila euro di gettoni di presenza. Poi inizia a dare dei putiniani agli altri.

Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri di Renzi e poi premier. “L’Ucraina non fa parte della Nato e l’Italia dà per scontata questa non appartenenza anche per il futuro. Occorre garantire l’autonomia di Kiev, ma anche il ruolo di un grande Paese come la Russia”. “L’Ue non sia un rubinetto di sanzioni”.

Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico di Renzi, nel 2016 vola con lui al Forum putiniano di San Pietroburgo e dichiara alla tv di Stato russa: “Nessuna grande azienda italiana ha mai chiuso bottega in Russia, in qualunque circostanza, e questo è il segno di un’amicizia Qui ci sono tutte le grandi aziende, il presidente del Consiglio, il ministro, le associazioni economiche, le banche. Più di così non potevamo portare, dovevamo traslocare il Colosseo!”.

Lorenzo Guerini. Nel marzo 2020, pochi giorni dopo il lockdown, l’attuale turbo-atlantista e riarmista del Pd è ministro della Difesa del governo Conte-2. E concorda col suo omologo russo la missione sanitaria “Dalla Russia con Amore” per l’Italia travolta dal Covid. Poi Putin e Conte si sentono per ufficializzarla. Sul sito del ministero della Difesa il 26.3.20 appare un comunicato ufficiale: “Emergenza Covid-19: il ministro Guerini ringrazia tutti i Paesi che ci stanno aiutando nella lotta al Covid-19. ‘È positivo che molti Paesi stiano contribuendo a darci una mano nella gestione di questa emergenza, inviando personale sanitario, mezzi, attrezzature, dispositivi. A tutti diciamo grazie per l’aiuto che ci stanno dando’… Guerini ha rivolto il suo ringraziamento a Usa, Cina, Germania, Francia, Russia, solo per citarne alcuni”. La foto è della delegazione russa con la didascalia: “Il team di specialisti militari russi arrivato in Italia per partecipare alla lotta al Coronavirus”. Ma oggi, per Guerini, il putiniano è Conte.

Mario Draghi. Dopo l’infornata di Lince Iveco targata Renzi nel 2015, l’Italia non vende altre armi a Mosca fino al 2021. Poi arriva Draghi e le vendite ripartono per 21,9 milioni, fino all’invasione russa dell’Ucraina.

Giorgia Meloni. Nel 2015 dice: “Putin è meglio di Renzi, ha ragione Salvini”“Le sanzioni sono folli, inutili e senza senso”, “scellerate”, “ci costano miliardi di euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro”, Renzi e Gentiloni che le accettano sono “servi e nemici dell’Italia”. “Il governo FdI abolirà le sanzioni alla Russia che massacrano il mercato italiano. Prima gli italiani”. “Nell’Italia che vogliamo, il governo non cede ai ricatti di Bruxelles”. 2018: “Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione Russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile”. 2021, nel libro “Io sono Giorgia”: “La Russia è parte del nostro sistema di valori europei, difende l’identità cristiana e combatte il fondamentalismo islamico”. 8.2.22, a due settimane dall’invasione dell’Ucraina: “Serve una pace secolare con la Russia, ma mi sembra che Biden usi la politica estera per coprire i problemi che ha in patria… L’Europa deve giocare un ruolo per la pace e avere una terzietà per l’Ucraina. Sono contro le sanzioni perché il nostro interesse non è spingere la Russia verso la Cina”. Poi, quando si avvicina al governo, si spalma su Biden: “Sosteniamo le sanzioni all’aggressore russo e scommettiamo sulla vittoria militare ucraina”.

Guido Crosetto. Nel 2010 è sottosegretario alla Difesa del governo B. e auspica “rapporti con la Russia di collaborazione industriale” e perfino militare, con “una joint venture tra Iveco e un’azienda russa” per fabbricare i blindati Lince e farli “adottare dalle forze russe”. Nel 2017 è presidente della Federazione Aziende Italiane per la Difesa e attacca gli Usa perché inviano soldati e carri armati in Polonia, provocando Putin: “Assurdo e gratuito atto ostile della Nato nei confronti della Russia: non si schierano centinaia di carri armati su un confine all’improvviso”, “La Nato che sposta 3.600 carri armati (3.600!!) è una stupidaggine spaventosa spiegabile solo con il delirio attuale di Obama”. Oggi dà la caccia ai putiniani.

Antonio Tajani. Prima commissario Ue e ora ministro degli Esteri, si barcamena fra il putinismo di B. e i diktat europei. Nel 2014, dopo il ribaltone di Maidan, l’annessione russa della Crimea e l’inizio della guerra civile, chiede di “tenere in considerazione le istanze di buona parte dell’Ucraina, che è russofona… Putin ha sbagliato, ma non dobbiamo commettere l’errore di chiudere la porta al dialogo con la Russia, visto il fabbisogno energetico delle nostre imprese”. Nel 2022, dopo l’invasione, propone Merkel e B. come mediatori e ricorda le colpe dell’Ue: “Berlusconi è già stato capace di mettere a un tavolo Putin e Bush, avvicinando la Russia alla Nato e all’Occidente, ma poi non s’è fatto più niente”. E cazzia Biden per aver dato del criminale a Putin: “Io avrei usato un altro linguaggio. Se sia criminale dovrà dirlo il tribunale dell’Aja, ma ora dobbiamo raggiungere la pace”. Del resto “Putin ha commesso moltissimi errori, ma anche l’Occidente isolando la Russia e spingendola nelle braccia della Cina”: “Serve un incontro tra Putin e Zelensky e urge abbassare i toni, anziché puntare a un isolamento forte di Putin”. Il tipico putiniano “pacifinto”.

La Stampa. Nel 2014, diretta da Calabresi, pubblica due reportage dell’inviata Maria Grazia Bruzzone: “Ucraina: se il nuovo corso filo-Occidente include l’ultra-destra neonazista”, “I neo-nazi imperversano in Ucraina, ma il nazismo non è più il ‘male assoluto’ (per l’Occidente)”. Poi arriva Maurizio Molinari e i nazi spariscono: non dall’Ucraina, ma dalla Stampa.

Repubblica. Dal 2010 al 2016 allega il supplemento mensile Russia Oggi, scritto e pagato dalla propaganda putiniana. Con soffietti a Putin e ai suoi uomini. Il patriarca Kyrill ha una “visione del mondo in contrasto con il vuoto spirituale dell’uomo europeo, guarda il mondo, si interroga sulle sue sfide e ha il coraggio di elaborare una visione per il futuro”. La Russia è una culla di democrazia, malgrado “tutti i pregiudizi dell’Occidente”. Putin è un amore: “Un concorso via web per dare un nome al nuovo cane del premier Vladimir Putin… che si affida ai cittadini: leggerà le proposte e deciderà. Poi farà conoscere il piccolo pastore bulgaro alla labrador Connie, informa il sito dell’esecutivo. Prima il nome, dopo le presentazioni”. Che tenero! Ma purtroppo è vittima dei “tabù contro la Russia”, degli “attacchi costanti e perfidi”, della “paradossale macchina occidentale dei pregiudizi, delle credenze errate, della puzza sotto il naso”. E dire che i capisaldi della politica di Putin sono “Dialogo, impegno e pacifismo: i sentieri della democrazia”.

Foglio. Nel 2016 il direttore Claudio Cerasa pubblica un soffietto a Renzi che si batte contro le sanzioni a Putin: “Sanzioni contro il nemico Putin? Signore, signori, non è il momento… La Nato s’arrabbia? Ce ne faremo una ragione… Qui sta l’essenza del Renzi più autentico… Va alla guerra di logoramento mettendo il veto sul dossier russo… ristabilisce una salutare distanza dopo l’appoggio obamiano al Sì e riafferma l’autonomia da Washington… si allinea alle idee per niente minoritarie dell’opinione pubblica che… non capisce la strategia della Nato, non gradisce l’accerchiamento della Russia e riconosce a Putin carisma e qualità da comandante in capo… Renzi ha fatto prevalere la sua linea all’Ue, la conseguenza è che le sanzioni alla Russia non ci saranno”. L’autore è Mario Sechi, poi portavoce della Meloni e direttore turboatlantista di Libero. In realtà le sanzioni continueranno come se Renzi non esistesse. Nel 2017 il Foglio attacca gli Usa per la loro “russofobia”. E nel 2019 Giuliano Ferrara celebra il Ventennio Putiniano: “Studiare il successo di Vladimir Putin. Religione, Europa, libertà: indagine sui vent’anni di potere. Nel mondo in cui la libertà ̀è stata compressa seriamente, Putin giganteggia: oggi non lo si può disconoscere”. Zelensky invece è un mascalzone: “È proprietario di alcuni studi cinematografici in Russia e di una villa in Versilia con quindici stanze mai inserita nella dichiarazione dei redditi”. E occhio al “rischio eterno del populismo” e all’“accentramento di potere”, per la verità “già evidente”. Come passa il tempo.

Giornale. Titoli della direzione Sallusti: “Ecco il Putin anti-islamici. È l’unico capace di batterli. Nessun altro leader ha ottenuto una vittoria così schiacciante sugli integralisti’”. È “l’unico leader mondiale ad avere sempre una strategia chiara e il coraggio delle sfide solitarie”. “Obama disastrato. Così Putin diventa l’unico difensore dell’Europa”, “La grande occasione di Putin il pacificatore: ‘Perché l’Europa ringrazierà Putin su migranti e lotta all’Isis. Il leader ‘illiberale’, sanzionato dalla Ue, è l’argine decisivo contro i jihadisti e gli arrivi incontrollati. La ‘pax russa’ in Siria è un’opportunità per Mosca e un regalo all’Europa”. “Quando si parla di Ucraina, la tentazione di rinunciare a capirci davvero qualcosa e abbandonarsi a superficiali ironie è sempre forte. Quasi che avesse ragione il presidente della Russia, per il quale l’esistenza stessa dell’Ucraina indipendente rappresenta un insulto alla storia”.

Libero. Titoli delle direzioni Feltri e Senaldi: “Putin è più democratico della Merkel”. “Magari Putin contribuisse a far vincere la Lega!”, “Putin non è un barbaro, aiutiamolo”. Ed ecco Sallusti: “Perché fu un errore rompere con lo Zar”. È il 23.2.’22. Il giorno dopo Putin invade l’Ucraina. E Sallusti apre la caccia ai putiniani.

Corriere della Sera. Nel 2016 Paolo Valentino ammonisce l’Ue: “Tanta paura dell’orso cattivo è anche il frutto di un pregiudizio”. Nel 2017 Antonio Armellini teorizza “Il nuovo ruolo della Nato e il dialogo con Putin. Non bisogna cedere al venticello da guerra fredda”: l’Ucraina dovrebbe “costituire una zona di interposizione non conflittuale… estendere verso Oriente la linea Nato non serve”. 2018: “Il nuovo ruolo della Nato e il dialogo con Putin”“svolta di Putin” pronto al “dialogo internazionale”.

Il 5.12.’21 Franco Venturini, grande editorialista ed ex corrispondente da Mosca, scrive: “Dovremo forse morire per Kiev, come i nostri padri morirono per Danzica? Fortunatamente la domanda è ancora retorica, ma potrebbe smettere di esserlo in tempi brevi se la partita a scacchi tra grandi potenze… sulla pelle dell’Ucraina sfuggisse al controllo… Riusciranno a fermare la ruota già in movimento che ci minaccia, Biden e Putin? Non diventeremo di nuovo i ‘sonnambuli’ che non impedirono la Prima guerra mondiale e Christopher Clark ha così mirabilmente descritto? La strada è in salita. Gli occidentali hanno già pronto un pacchetto di durissime sanzioni economiche contro la Russia… La tentazione di provarci è sicuramente presente al Cremlino. Ma esiste, nella crisi ucraina, anche una tentazione americana. Se la situazione dovesse aggravarsi, il modo migliore per proteggere l’Ucraina non diventerebbe quello di farla entrare nella Nato a tambur battente? … Per evitare il peggio, Biden e Putin dovranno fare esattamente questo: rinunciare alle rispettive tentazioni… Cosa dovremmo fare, spiega il Cremlino, se una Ucraina atlantica schierasse al nostro confine missili capaci di raggiungere Mosca senza darci il tempo di approntare difese? Ma Biden non può, almeno ufficialmente, garantire alla Russia che la Nato respingerà le richieste di uno Stato sovrano già allineato sulle posizioni occidentali. La partita a scacchi richiederà giocatori di alto livello, mosse innovative e una buona dose di impolitica sincerità se le due più grandi potenze nucleari del mondo valuteranno correttamente la posta in gioco. Cioè noi europei”. Purtroppo Venturini è morto quattro mesi dopo, lasciando il Corrierenelle mani dei sonnambuli.