sabato 8 agosto 2026

Se lo infastidite....

 

Il cabarettista geopolitico 


di Marco Travaglio 

Quando qualcuno ci insulta, cerchiamo di seguire Chateaubriand: “In questi tempi difficili, è opportuno concedere il nostro disprezzo con parsimonia, tanto numerosi sono i bisognosi”. Ma facciamo un’eccezione per Vittorio Emanuele Parsi, uomo dal nome francamente eccessivo, che in un comizietto nel solito garage, oltre alle consuete contumelie al sottoscritto, ha offeso il Fatto e tutta la nostra comunità. Parlava del “noto direttore di quel giornale pro russo infame” (è così intrepido da non fare nomi), mi attribuiva frasi mai dette (“chi se ne frega se gli ucraini muoiono”) e secerneva bile a volontà: “Che schifo d’uomo, che persona bieca, che piccolo imbrattacarte sei per dire una porcheria del genere”. Ora, è un vero onore godere della disistima di questo cabarettista della geopolitica, addirittura docente alla Cattolica, co-tenutario di un programma a conduzione familiare su La7 e membro del “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa” creato da Crosetto con gli effetti a tutti noti: insomma un analista parastatale. Ed è comprensibile che sia nervosetto, visto che da 53 mesi gli esiti sul campo della guerra russo-ucraina tramutano ogni sua analisi in barzelletta: “Più si va avanti, più la Russia rimane isolata… più la Cina vede i suoi interessi divaricarsi da quelli russi perché la Cina sa che nel futuro c’è la Cina, ci sono gli Usa, c’è l’Ue e non c’è la Russia”, “Putin ha il mondo contro… Persino i cinesi… addirittura Kim (Jong-un, ndr) non intende mandare armi alla Russia”, “Putin non mangerà il panettone nel 2023”, “L’Ucraina vincerà”, “Se c’è qualcuno che non può vincere la guerra, è la Russia”, che “sta perdendo sul campo di battaglia e sul fronte diplomatico”, “Per Putin l’Ucraina è come la Grecia per Mussolini: l’inizio della débâcle del regime”, “Il numero dei possibili sospetti (sull’attentato ucraino ai gasdotti NordStream, ndr) si riduce moltissimo: principalmente alla Russia… Se mettiamo insieme gli interessi, chi ha la capacità e uno stile d’azione disinvolto, i sospetti vanno lì”, “Chi non può permettersi altri sei mesi di guerra è la Russia” (questa è del 27.6.’22: 4 anni fa).

Avanspettacolo puro, che ci fa solidarizzare con i suoi studenti e con chiunque prenda sul serio il Pippo Franco della strategia. Naturalmente non abbiamo mai detto né pensato “chi se ne frega se gli ucraini muoiono”. Anzi, subito dopo l’invasione russa, mentre lui blaterava, la Fondazione del Fatto già raccoglieva fondi per accogliere i loro profughi. Diciamo e pensiamo da 53 mesi che per salvare gli ucraini serva negoziare un compromesso con Putin. Se il pover’uomo cerca qualcuno che se ne frega degli ucraini che muoiono, si faccia prestare uno specchio: avrà pessime sorprese.

venerdì 7 agosto 2026

È stato bello!

 


Premier all'ascolto

 


Natangelo

 



Il ritratto

 


Garbatamente rivoluzionario, era un orso borbottone buono 


di Andrea Scanzi 

Neanche due mesi fa. Casa sua, Pavana. È il suo 86esimo compleanno. Siamo in pochi. L’aria è dimessa. Francesco la mattina dopo dovrà ricoverarsi a Bologna. La malattia è tornata, in un quadro clinico già difficile. È l’unica volta in cui lo vedo quasi rassegnato. Pienamente consapevole della situazione. Quando ci salutiamo, mi abbraccia e dice: “Speriamo di rivederci”. Cerco di fargli forza, non ci riesco. Aveva ragione lui.

Sembrerà strano, ma per me Francesco Guccini è prima amico e poi artista. Del resto, sulla sua carriera c’è paradossalmente pochissimo da dire: cantautore prodigioso, scrittore straordinario. Avrebbe meritato il Nobel per la letteratura, non meno di quanto lo abbia meritato Bob Dylan. Come autore puro di testi, e come burattinaio di parole, è stato il più grande in Italia assieme a Fabrizio De André. Lui ne era conscio, ma fino a un certo punto. Era consapevole di avere scritto canzoni riuscite, come Amerigo, mentre non si capacitava dell’eccessivo successo che aveva baciato brani per lui quasi minori, tipo L’avvelenata.

Scrivo questo ricordo perché me lo hanno chiesto Maddalena e Marco, ma non è facile. Per me Francesco è anzitutto abbracci, pranzi, cene, risate. Era un grande mangiatore. Gusti tradizionali e contadini, pochi sofismi e ancor meno abracadabra. Lui mi prendeva in giro perché sono vegetariano, io lo prendevo in giro perché di vino ne capiva poco. Chissà perché era fissato con il Gewürztraminer. Aveva le sue idiosincrasie: per esempio non sopportava il fatto che tutti lo associassero al fiasco di vino sul palco e al lambrusco. “Il lambrusco lo bevo poco e il fiasco sul palco non l’ho tenuto praticamente mai”.

Ha seguito l’attualità fino alla fine. Guardava Rete4 per detestarne smodatamente alcune facce. Mai stato comunista, sempre stato socialdemocratico garbatamente rivoluzionario. Soffriva non tanto il tempo che passa, ma il fatto che giorno dopo giorno perdesse tutti gli amici del cuore. Adorava la sua Pavana. Sarebbe stato ore e ore a raccontare la storia di quel paese, gli alberi genealogici, le parole perdute. Erano le cose che lo appassionavano di più. Pieno di aneddoti, dopo un po’ si annoiava a parlare di musica.

Non ha mai legato fino in fondo con Lucio Dalla. Era invece grande amico di Zucchero e Ligabue. Proprio con Ligabue dicevamo spesso due cose. La prima è che Francesco aveva sconfitto la morte un sacco di volte, perché se ne sarebbe dovuto andare (stando ai medici) molto tempo prima. La seconda è che quasi sempre i miti ti mettono in soggezione: Francesco no. Ti metteva subito a tuo agio. Era un orso borbottone: ma buono, buonissimo.

Per i suoi compleanni, qualche volta, cantava. A parte un mese fa, a quelle feste c’era la sua band storica: i Musici. Ellade Bandini, Vince Tempera, Flaco. Ho dei video in cui intoniamo insieme Bella ciao, e un altro in cui io e Michele Serra, con i Musici, cantiamo Il vecchio e il bambino. Francesco borbottava dicendo: “Questa parte non l’avete fatta mica tanto bene…”.

Negli ultimi tempi aveva una voce esile, piccola piccola, ma dolce. Lucido fino alla fine. Buono fino alla fine. Battagliero fino alla fine. L’ultima volta che l’ho visto, mi domandò deluso perché De Gregori avesse detto quelle cose lì sugli artisti che non devono impegnarsi. Eviterò, per carità di patria, di scrivere qui cosa risposi io e cosa aggiunse lui, perché De Gregori non ne sarebbe granché felice.

Era un grande gattaro, mentre era imbranatissimo coi cani. Quando si trovava davanti la mia Labrador, l’accarezzava quasi con la paura di romperla e poi mi diceva: “Io non so cosa fare con questa canona…”. In quei momenti esplodeva di una tenerezza disarmante. A volte si imbarazzava, per esempio quando la mia compagna Sara, nel salutarlo, gli domandava sempre: “Ti posso dare un bacino, Francesco?”. E lui rispondeva: “Ma sì sì, certo”. E tornava quella tenerezza disarmante.

C’è un ricordo che ora è più forte degli altri. Un anno fa. Dopo pranzo, Francesco mi disse: “Andrea, ti va di leggere un racconto che ho scritto?”. Io: “Certo”. Sarebbe confluito nel suo libro Così eravamo. Pensavo di doverlo leggere in privato. No: mi chiese di leggerlo a voce alta, lì, nella sua casa, davanti a lui. Penso di non essere mai stato così teso in vita mia. E il primo a sorriderne fu proprio Francesco. Resterà uno dei ricordi più belli della mia vita.

Sempre in quel periodo, lui e Raffaella – sua moglie, donna meravigliosa che gli è stata vicino fino alla fine – ci avevano fatto vedere alcuni luoghi a loro cari, in auto, sotto la pioggia. Francesco la sfotteva: “Chissà come saranno contenti di questo tour indimenticabile, un’esperienza davvero appassionante…”. Aveva un’ironia irresistibile. Poi ci trovammo a tavola. Più di un anno prima, aveva ricevuto una diagnosi per la quale sarebbe dovuto essere morto da un bel pezzo. D’un tratto disse: “Sapete, ero sereno perché sapevo che il tempo sarebbe scaduto a breve. Mi sentivo pronto, e invece adesso non so quasi cosa fare. Ho questo tempo in più che non era previsto. Ho vissuto una vita fortunata, ho fatto delle buone cose. Non ho paura della morte, sono sicuro che dopo non ci sarà nulla, ma va bene così”. Credo che quel “tempo in più” siano stati mesi belli, anche se nelle ultime settimane il destino non gli ha risparmiato nulla.

Quando conosci i miti, è difficile che non compaia un po’ di disillusione. Con Francesco, neanche un po’. Era un uomo bellissimo. Era un maestrone meraviglioso.

La miglior risposta alle fregnacce!

 


LA MELONI, CON GUCCINI, NON C’ENTRA NULLA

di Andrea Scanzi

Leggo che la presidente del consiglio ha scritto quanto segue:
“Francesco Guccini ha interpretato inquietudini e ideali di generazioni di italiani. E io ho amato profondamente la sua musica e le sue canzoni. Conosco a memoria molto dei suoi testi. Splendidi, poetici, lirici. “Cirano” e “Cristoforo Colombo” sono tra le composizioni più belle e profonde della musica italiana, e io gli sono grata per il contributo che ha dato alla mia formazione ideale».
“Continuerò a cantare le sue canzoni, e a ringraziarlo per averci regalato delle emozioni. Lo farò nonostante probabilmente non ne sarebbe contento, nonostante abbia letto le sue dichiarazioni livorose verso di me. Perché non mi appartiene e non mi apparterrà mai l’ideologia: sono una persona libera e la libertà di leggere e ascoltare tutto – al di là delle differenze – sarà sempre la mia bussola».
Vorrei dire a questa caricatura di presidente del consiglio (con rispetto parlando) quanto segue:
- le dichiarazioni “livorose” su di te, Francesco le ha rilasciate a me. E tu lo sai bene, Giorgia. Non erano neanche “livorose”: semplicemente ribadivano l’ovvio, ovvero che dei suoi testi non ci hai capito una mazza, e che quando avesti pure l’ardire di invitarlo ad Atreju, ti rise dietro.
- I testi di Francesco non sono stati e men che meno sono o mai saranno la tua “bussola”. Lui cantava l’uguaglianza e la tolleranza, tu pratichi l’opposto. O non sai ascoltare, o sei intellettualmente disonesta come nessuna.
- sei l’unica al mondo che dice di adorare Guccini e poi al contempo definisce le perle “musicali” di Marcello De Angelis (bleah) seminali, illuminanti e decisive. Ecco: dire di ispirarsi tanto a Guccini quanto a De Angelis è come dire (estremizzando) di essere devoti tanto di Gandhi quanto di Goebbels (ribadisco di estremizzare). Fai pace con te stessa e smetti di sparare ‘ste sciocchezze insostenibili, Meloni. Non offendere ulteriormente il buon senso.
- la tua “bussola” non è Guccini: è salvare Delmastro, è cavalcare biecamente la cronaca nera, è trasformare Pucci in martire, è citare a sproposito Borsellino, è titillare la pancia più politicamente vomitevole del paese. Sempre e comunque. L’esatto opposto di Guccini.
- Francesco non era “livoroso” nei tuoi confronti. Non essere eufemistica. Francesco ti disistimava dal profondo del cuore. Ti riteneva persino un’irrisolta, che aveva subito traumi profondi in gioventù che l’avevano poi portata a crescere così rabbiosa, tipo il giudice di De André. Ti reputava il peggio del peggio della politica e rideva del fatto che tu non avessi capito NULLA della sua arte. Ti detestava, e ti sfotteva pure con un un piacere garbato ma evidente. Aveva per te la stessa stima che posso avere io per Donzelli o Fugatti (sempre con rispetto parlando). Anzi meno. Parecchio meno. Di te, dei tuoi amici Orban, Abascal e Trump, dei tuoi giornalisti portaborse, dei tuoi parlamentari smandruppati. Vi schifava. Gli facevi politicamente orrore. E neanche puoi immaginare cosa e quante ne dicesse, seppur garbatamente (era fatto così), su di te.
Quindi, cara la mia gattoparda destrorsa Meloni, fai una bella cosa: Francesco lascialo stare. Non c’entri niente, non ci hai capito niente. Vola bassa, che è la sola cosa che puoi fare. Tu, al massimo, puoi capire un monologo minore del tuo amichetto Fiorello. Stai nel tuo, e lascia i giganti dove devono stare. Ovvero lontanissimi da te e dalla tua politica stolta, bieca, retrograda e quasi sempre oscena.

L'Amaca

 

Uno spettro si aggira per l'America

di Michele Serra


Cento anni dopo la pubblicazione del famoso saggio di Sombart Perché negli Stati Uniti non c'è il socialismo?, il socialismo negli Stati Uniti invece c'è. O almeno così si fa chiamare, senza temere di usare quel nome-tabù, che suona come una profanazione nel tempio del capitale. I candidati socialisti vincono le primarie dem, diventano sindaco di New York, soprattutto attraggono i giovani. Sono in campo come mai prima. E non è la cosiddetta cultura woke, tutta diritti e niente economia, a motivare quelle truppe in marcia. Sono soprattutto gli argomenti sociali: welfare e lavoro.

Perché questo accada non è facile da capire. Si legge e ci si fanno domande. Ma è possibile che la risposta, o parte della risposta, non sia troppo difficile: perché non è più vero che il capitalismo dà una speranza a tutti, facoltà che Sombart metteva al primo posto tra le ragioni del mancato vigore del socialismo in America. Il mito del «tutti ce la possono fare» è offuscato dalle clamorose diseguaglianze e dall'altrettanto clamorosa concentrazione della ricchezza in pochissime mani. L'oligarchia non è alleata del capitalismo, non lo è per nulla. Assomiglia a una gara truccata, alla manomissione di regole (o illusioni) antiche, cancella il vecchio mito che tutti ce la possono fare, se si impegnano.

Da questo punto di vista siamo autorizzati a pensare che gli anni di Trump, Musk, Bezos e pochi altri siano gli anni più tristi e nocivi nella lunga storia del capitalismo americano. Così nocivi da fare riscoprire il socialismo, che è poi un modo per dire giustizia sociale e welfare, anche a milioni di giovani americani. Banale dirlo, ma è impossibile non sentirsi dalla loro: avranno vita durissima, ma almeno sanno di non essere più eterna minoranza.