martedì 31 marzo 2026

Racconto

 

Il tunnel lungo il Muro del pianto unico luogo di culto accessibile

Di PAOLO BRERA 

GERUSALEMME

La città vecchia di Gerusalemme è un deserto: niente turisti e niente fedeli in preghiera, bloccati a causa della guerra. La sola eccezione il cunicolo sacro all'ebraismo.

«Che fortuna! Ieri mio fratello ha dovuto aspettare in fila per due ore per venire qui al Muro del pianto», sorride Benny, professore di tecnologia in una scuola per disabili. Sono le 13.30, ha appena varcato davanti a noi l'accesso che conduce alla parte coperta del Muro. Dopo i controlli e un passaggio nei tunnel del Kotel, si arriva alla grande sala di preghiera del Wilson's Arch usata nelle giornate piovose e per lo studio del Talmud: uno dei suoi lati è la continuazione del Muro, davanti al quale normalmente si prega all'aperto sulla piazza adiacente. In fondo alla sala, l'Arco di Wilson affaccia sulla piazza deserta, chiusa da una transenna: i fedeli pregano comunque davanti allo stesso Muro, nella sezione coperta.

Le «regole di sicurezza» a cui hanno fatto riferimento la polizia israeliana e il primo ministro Netanyahu per giustificare di avere impedito non solo l'ingresso dei fedeli ma anche — prima del compromesso pattuito ieri — le celebrazioni a porte chiuse nel Santo Sepolcro, non impediscono di accedere a uno dei luoghi più sacri dell'ebraismo. Di pregare in piedi davanti ai blocchi di pietra erodiani del Muro.

Ci siamo tornati tre volte, ieri, in diversi momenti della giornata, senza alcuna difficoltà ad accedere. Al contrario, tutte e tre le volte abbiamo trovato chiusi i portoni del Santo Sepolcro, dove gli agenti all'ingresso non ci hanno lasciato passare. Lo stesso quando abbiamo tentato di avvicinarci alla Spianata delle Moschee in cui si trova Al Aqsa, il terzo luogo più sacro al mondo per i musulmani: anche in questo caso, in linea con le restrizioni comunicate dalle autorità, non si può passare, l'accesso è interdetto dai soldati.

Dopo l'aggressione all'Iran condotta insieme agli americani, gli israeliani hanno fortemente limitato l'accesso all'intera città vecchia e ai luoghi di culto. All'interno delle mura potrebbero accedere solo i residenti e i negozianti, il personale religioso accreditato, i giornalisti autorizzati e le forze di sicurezza. «La città vecchia e i luoghi sacri — spiegava domenica la polizia — si trovano in territorio complesso» con «reale pericolo per la vita umana in caso di incidenti con molti feriti». Ma raramente abbiamo trovato chiusi i varchi della città murata: nelle giornate normali e quando non c'è allarme aereo i soldati lasciano passare, ma non è la solita Gerusalemme. È una distesa di negozi chiusi tranne qualche banco di alimentari. Saracinesche abbassate, l'insolito silenzio in quel dedalo di vicoli in cui normalmente fatichi a conquistare il passo in una folla di turisti e fedeli, di religiosi e negozianti.

Ora è tutto cambiato. I soldati controllano ogni incrocio. Durante il Ramadan e persino nella grande festa di Eid al-Fitr, la polizia israeliana ha impedito ai musulmani di pregare ad Al-Aqsa e nelle strade adiacenti, costringendoli a farlo fuori dalle mura della città vecchia. All'inizio della settimana santa, nella Domenica delle Palme il patriarca Pizzaballa è stato bloccato all'ingresso del Santo Sepolcro insieme al Custode della Terra Santa, sebbene avessero programmato messa a porte chiuse e senza fedeli.

Solo gli ebrei sembrano avere più fortuna. Accanto al ristorante kosher "Between the Arches" c'è l'accesso che dalla città vecchia conduce al Muro del Pianto. Abbiamo attraversato diversi incroci presidiati dai soldati, e qualche transenna obliqua: si può andare, conferma un soldato con un segno della mano. All'ingresso finale c'è un gruppo nutrito di soldati indifferenti. L'atmosfera è rilassata, sorridono tra loro. Al varco non viene effettuato né un controllo dei documenti né viene chiesta la nazionalità, la religione praticata o le ragioni dell'accesso: si passa al metal detector ed eccoci sotto il monte del Tempio, nel luogo di preghiera più sacro per gli ebrei.

Qui di solito si va dritti, entrando nella piazza dall'alto. Ora la piazza è chiusa, si accede liberamente nei Tunnel del Kotel dove in tempi normali si organizzano visite guidate: ci sono reperti e scavi dai quali ci si affaccia su livelli profondi e sacri delle mura. Ora è l'unico passaggio per pregare al Muro, ed è aperto. Due fidanzati si scattano foto, un papà con l'abito tradizionale haredi avanza con tre bimbi accanto. In fondo, la sala è una sorta di sinagoga in cui ci si divide: le donne al piano superiore, i maschi scendono al livello della piazza. Ci sono le kippot bianche usa e getta per chi non ha con sé il copricapo, e i filatteri neri da legare al bicipite. Le sedie per la preghiera, i leggii per la Torah. C'è il Muro, soprattutto, davanti al quale gli uomini pregano in piedi. Due ragazzi entrano saltando le scale e sorridendo, con gli abiti neri degli haredim e i due boccoli di ricci fino alle spalle. Dall'Arco di Wilson una foto alla piazza, un'occhiata al resto del Muro.

Qui sotto, la guerra sembra non essere arrivata. I tunnel sono effettivamente una garanzia di sicurezza, ma l'accesso e le code — che abbiamo visto formarsi nei giorni scorsi e che ci ha confermato Benny, il professore incontrato all'ingresso — restano comunque una minaccia. La polizia israeliana, alla quale ieri abbiamo chiesto di spiegarci perché sia consentito l'accesso al suo luogo sacro solo alla comunità ebraica, non ha risposto alle nostre domande.

L'Amaca

 


Libertà di informazione

DI MICHELE SERRA

Non so se sia un sentimento tacciabile di moralismo, di passatismo, di altre mie personali inadeguatezze: ma vorrei tanto non avere mai visto, nelle edizioni online di tutti i giornali, anche questo, l'insostenibile video, in soggettiva, dell'agguato all'arma bianca contro la professoressa Mocchi, che guarda ignara e inerme arrivare il suo alunno senza sapere che è il suo aguzzino.

A diversi giorni dal misfatto quel video ancora guizza, qui e là, nel nostro palinsesto da tavolo e tascabile. E se mi ripugna vederlo non è tanto perché sia orrendo (lo è), quanto perché il movente fondamentale del suo giovane autore era che fosse mostrato, che il suo gesto avesse follower, che la fama (che è il solo vero Satana dei nostri tempi, tra i tanti immaginari) potesse baciarlo a soli tredici anni, precoce trionfo. Beh, è stato accontentato.

Si dice tanto che gli adulti sono responsabili del dissesto psicologico che scombina pensieri e parole di molti adolescenti: bene, ecco un'ottima occasione per mostrarsi, per una volta, adulti responsabili. Non si può far vedere tutto. Se la ragione, o il pretesto, è il diritto/dovere di informare, basta e avanza far sapere quello che è accaduto, dicendo dell'esistenza di quel video ma senza spiattellarlo davanti ai nostri occhi esterrefatti.

L'informazione, ogni giorno di più, si modella su format che non le appartengono e sono estranei alla sua funzione: che non è dare spettacolo, non è emozionare, non è scandalizzare, è dare notizie. I media, come è ovvio, devono rendere conto del presente, ma senza farsene colonizzare. Selezionare con intelligenza e con rispetto umano i materiali che si pubblicano fa parte, a pieno titolo, della libertà di informazione.

Infami

 



Natangelo

 



Intanto la Nobildonna...

 

Gli amici, i paradisi fiscali e le holding schermate: chi c’è dietro l’operazione “Twiga bis” di Santanchè 


di Thomas Mackinson

Il compagno Dimitri Kunz, l’amica Paola Ferrari, un ex nome della “cricca” del G8, fiduciarie e holding schermate tra Lussemburgo e Isole Vergini. Ecco chi c’è dietro la nuova avventura imprenditoriale di Daniela Santanchè: il turbolento affare per l’acquisto dei bagni a Marina di Pietrasanta partito quando lei era ancora ministra, in pieno conflitto di interessi. Nascerà un Twiga bis: 10-12 mila euro a stagione per una delle 40 tende extralusso da 23 mq, arredi griffati Ferragamo.

“Andremo in vacanza insieme, in montagna o in campagna. Io a leggere, lei a sferruzzare”. Paola Ferrari corre in soccorso dell’amica fresca di rovinose dimissioni. La giornalista sportiva dipinge il ritratto di una donna che “sa risorgere dalle difficoltà” e che nasconde la dote insospettabile di magliaia capace di sfornare “maglioni per tutti”. Il mare, però, non lo nomina. E un motivo c’è: la sabbia scotta. Dietro l’operazione milionaria guidata dal compagno della ministra c’è dentro fino al collo anche lei, insieme ad altri “strani” soci. La società creata su misura per fondere le concessioni del Bagno Felice e dell’adiacente Bagno Genzianella nell’esclusivo “Tala Beach” si chiama Marina 24 S.r.l., costituita in fretta e furia il 19 febbraio 2026, con alcuni soci che depositano le procure due giorni prima. Capitale sociale di 100 mila euro e oggetto ad hoc per l’operazione. Il volto pubblico è Kunz, nominato Ad con “ampi poteri” di spesa. Ma di soldi ne mette pochi: la sua holding Thor S.r.l. detiene solo il 15,8% del capitale. I veri fondi arrivano da terzi, tramite un “patto a quattro” diviso in quote paritarie del 21,05%. Il primo pacchetto è della Alevi S.r.l. di Paola Ferrari. Un film già visto: l’amica incrocia spesso i portafogli con la Santanchè, e nell’agosto 2023 staccò un assegno da 200 mila euro per salvarla dalla bancarotta di Visibilia. Un altro 21,05% è della Flumen Urbis S.r.l.: amministratore unico e socio al 94% l’ingegnere Francesco Piermarini. È il cognato di Guido Bertolaso, travolto dallo scandalo “Cricca” degli appalti d’oro dei cantieri del G8 alla Maddalena e poi assolto. Dalle macerie dei Grandi Eventi alle spiagge chic della Versilia. Sull’altra metà del capitale (42,1%) è nebbia fitta. Un 21,05% è schermato dalla “The Building Square SA”, fiduciaria del Lussemburgo che cela i reali proprietari. Il quinto socio è l’albanese Dashamir Seiti, socio di una lavanderia a Firenze che amministra l’immobiliare “Munroe K Italia S.r.l.”. Il socio unico di quest’ultima? La “Bithel Holdings Inc”, con sede a Tortola, Isole Vergini Britanniche: il classico paradiso offshore per capitali schermati.

Il problema sono proprio i soldi, e salta fuori insieme al cartello “Tala Beach – coming soon”. “Di quelli lì mi fido come di un cane morto di vescovo su una strada. A me i quattrini non me li hanno neanche dati”, era sbottato col Fatto Massimo Mallegni, ex senatore di Forza Italia approdato in FdI e proprietario del Bagno Felice. Nel giro di 24 ore, lui e Kunz provano a smentire ma la conversazione era registrata. Mallegni, una furia, inviava diffide a Marina 24 Srl: “Gli acquirenti telefonano ai clienti e dicono ‘abbiamo noi lo stabilimento’. Loro ce l’hanno il giorno che firmano e pagano”. Solo con la replica salta fuori una caparra di 800 mila euro versata a un preliminare il 13 marzo. Kunz, piccato, aggiunge: “il preliminare c’è ed è un atto pubblico liberamente consultabile”. Ma non risulta trascritto e, alla richiesta di mostrarlo, non risponde. Chi risponde è Mario Mallegni, 84 anni, titolare del Bagno Felice: “Per ora non è stato venduto”. Eppure è l’unico che può farlo: ha il 73% delle quote. Il titolare del Bagno Genzianella Vivaldo Maines, 71 anni, da 40 piega i lettini che saranno presto spazzati via da piscina e centro estetico. Esasperato, ansioso, si mostra estraneo alle dinamiche societarie dell’affare: “Il nome dell’acquirente non l’ho manco visto. È più grossa di me la cosa, non ho trattato con persone normali come noi, lì ci sono personaggi, società, io non ci capisco nulla. M’han detto firmi qui e qui, fine del discorso. Oltre a quel bagno non c’ho altro”. Il “Tala Beach” apre a maggio: restano libere solo 15 tende extralusso. Altro che “magliaia”.

Ho appena aderito

 


Intervista a Giulia Torrini, presidente di “Un Ponte Per”: “Portiamo Leonardo spa e il governo in tribunale: basta armi. Meglio le penali che i tagli al nostro welfare 


di Riccardo Antonucci 

Presidente di “Un Ponte Per”. “Vanno chiusi tutti i contratti con Israele, o è complicità col genocidio”
Intervista a Giulia Torrini, presidente di “Un Ponte Per”: “Portiamo Leonardo spa e il governo in tribunale: basta armi. Meglio le penali che i tagli al nostro welfare


“Il governo spagnolo sta dimostrando di essere in grado di bloccare l’attività Usa nelle basi sul suo territorio. Magari domani scopriremo che legalmente non può farlo, ma intanto sta dando un segnale ai cittadini, dimostra che c’è volontà di agire contro la deriva della guerra a ogni costo”. Giulia Torrini è presidente di Un Ponte per, associazione che con A buon diritto, Arci, Acli, Assopace Palestina e Pax Christi ha citato davanti al tribunale civile di Roma lo Stato italiano e l’azienda Leonardo spa per chiedere l’annullamento dei contratti che il colosso della Difesa italiano ha ancora attivi con le imprese belliche di Israele. “Un ponte per è nata nel 1991 con la prima guerra del Golfo, dopo 35 anni di attività dove siamo stati in Iraq, Libano e Siria crediamo che non abbiamo bisogno di leader che vedono nell’azione militare il primo investimento dell’economia dello Stato, secondo le logiche del capitalismo che alimenta l’economia di guerra andando a conquistare Paesi che, guarda caso hanno il petrolio”.

La vostra iniziativa legale denuncia di fatto il coinvolgimento italiano nell’industria della guerra permanente israeliana…

E nel genocidio, che però è stato l’apice di un processo chiaro da tempo. Israele non bombarda i civili palestinesi dal 7 ottobre 2023, lo fa regolarmente da decenni con armi anche fornite da noi. Associazioni con una lunga storia come la nostra vedono molto chiaramente i termini del problema.

Cosa puntate a ottenere, al di là del dibattito politico che la causa inevitabilmente scatena?

Chiediamo di valutare se i contratti sottoscritti anche prima del 7 ottobre siano validi o no, e chiediamo di valutare la possibilità di sospenderli, applicando quella parte della legge 185 del 1990 che non parla solo di revoca, ma anche di sospensione dei contratti in essere. In fondo la riflessione è semplice: siccome il governo non applica le leggi internazionali sul genocidio, lo facciamo noi società civile con la nostra advocacy. Le controparti mettono la questione sul piano commerciale, chiedono di considerare che quei contratti di fornitura rappresentano fatturato e lavoro. Ma può la libertà di commercio valere più della legge, più della Costituzione e degli accertamenti dell’Onu sulle violazioni dei diritti umani da parte di Israele? Abbiamo l’esperienza dell’Iraq sotto gli occhi, sappiamo bene cosa significa avviare un Paese in una spirale di violenza: il ciclo dittatura, guerra, estremismo islamico. Ci siamo già occupati in passato di come i vari governi italiani abbiano compartecipato alla distruzione di una società civile di un Paese, e l’attuale esecutivo ha compartecipato alla più grande distruzione della società civile della storia, a Gaza. Il problema sono le penali di questi contratti? Si paghino. Meglio che risparmiare sul welfare.

Bloccare i contratti di Leonardo come incide sulle mancanze del governo italiano nel denunciare il genocidio a Gaza?

Il nostro piano è bloccare gli investimenti in armi che vengono vendute nei territori di guerra. Se il giudice civile ci desse ragione sarebbe un precedente importantissimo, questa è una tra le prime cause in Europa che contesta a un’azienda produttrice, non a caso in cui lo Stato è azionista. Spostandola su un altro piano, fino a qualche anno fa sembrava impensabile multare Meta per la mancata tutela dei minori sui social, invece è successo. E la Spagna dimostra che un governo può intraprendere un’altra direzione. Magari in l’Italia serve una causa civile per capire che l’altra direzione è quella giusta, quella che i cittadini vogliono.

Nell’ottica dei governi europei, questo comporterebbe anche l’obbligo di slegarsi dall’alleato degli Stati Uniti, non trova?

Il punto è che quello che è successo a Gaza ha dimostrato che Israele è stato un grandissimo fallimento per la politica americana, che oltretutto aumenta l’antisemitismo nel mondo. O gli Usa si sganciano da Israele o saranno travolti dalle conseguenze.


Dal grande passato

 

Una voce poco fa 


di Marco Travaglio 

“Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da condizionamenti… Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane”. Sembrano parole dette oggi per spiegare la bocciatura della schiforma Nordio-Meloni. Invece sono di 35 anni fa: 28 luglio 1981. Le pronunciò Enrico Berlinguer nell’intervista a Eugenio Scalfari sulla “questione morale”. Parlava del referendum abrogativo della legge sull’aborto, promosso dal Movimento per la vita e vinto dal No col 68% (affluenza del 79), insieme alla solita raffica di referendum radicali, tutti bocciati: “Sia nel ’74 per il divorzio, sia ancor più nell’‘81 per l’aborto gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai proletari… Per l’aborto quasi il 70% ha votato No. Ma, poche settimane dopo, il 42% ha votato Dc… (I partiti) sono macchine di potere e si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sottosegretariati, assessorati, banche, enti. Se no, non si muovono. Quand’anche lo volessero, così come i partiti sono diventati, non ne avrebbero più la capacità”.

Quella lezione dall’oltretomba è più che mai valida oggi per partiti diversissimi da quelli di allora. Ma dovrebbe riguardare anche gli elettori, abituati a considerarsi infallibili perché nelle democrazie sono come i clienti degli hotel, dei ristoranti e dei negozi: “Hanno sempre ragione”. Sia che vadano a votare, sia che si astengano. Ma non sono infallibili. Il loro errore più frequente è di sottovalutarsi: sia quando votano partiti e candidati impresentabili per ricambiare un favore o per riceverne uno in futuro, pensando che “in fondo non cambia nulla”; sia quando restano a casa, pensando che “in fondo sono tutti uguali”. Negli anni 90 e nei primi 2000 i partiti di centrosinistra facevano di tutto per confermare quei luoghi comuni: in Parlamento inciuci e bicamerali per le schiforme “condivise”; in piazza la vera opposizione dei girotondi, dei pacifisti e degli altri movimenti fino a Grillo. E l’unica alternativa al regime era un berlusconismo light. Ora però un’opposizione che si oppone c’è. E chi vendeva il suo voto o proprio non lo usava non può più dire “sono tutti uguali”: il 22 e 23 marzo ha provato l’ebbrezza di farne buon uso in assoluta libertà e di veder cambiare subito molte cose. Se lo rifarà alle elezioni politiche dipenderà dai partiti, ma anche da lui.