Il conflitto è stato un boomerang per Trump: negli States crolla tutto
Sabato sera, mentre i negoziati di pace con l’Iran fallivano in Pakistan, Donald Trump faceva il suo ingresso trionfale al Kaseya Center di Miami per un match di arti marziali. Sangue, sudore, botte virili, il suo elettorato che lo accoglie come un sovrano erano ciò che il presidente mostrava all’America e al mondo nel momento più difficile della sua carriera politica. Non si sa quanto lo show gli sia davvero servito. Le prospettive per lui sono tutt’altro che buone. La guerra in Iran doveva essere l’occasione per risollevare le sue incerte sorti politiche. Si è rivelata la tempesta perfetta che ne segna, forse per sempre, il declino. Il 28 febbraio, il giorno dell’inizio dell’operazione militare in Iran, la media dei sondaggi compilata da Real Clear Politics mostrava che il 43,5% degli americani approvava il lavoro di Trump. Il 12 aprile, la percentuale è scesa al 41,5%. In poco più di un mese di guerra, il consenso per un presidente già molto impopolare si è ulteriormente ridotto. Quello che Trump aveva promesso – un’offensiva rapida, facile, vincente sin dal primo giorno – non si è del resto realizzato. L’Iran si è mostrato un osso molto più duro del previsto. L’illusione di un blitz in stile Venezuela si è presto dissolta. E mentre a Washington continuavano a strombazzare successi e trionfi, la realtà quotidiana per gli americani si faceva sempre più grigia. Inflazione in salita. Prezzo della benzina alle stelle. Il presidente ha reagito come suo solito. Negando le difficoltà. Minacciando di “distruzione totale” il nemico. Attaccando gli alleati europei che non si sono allineati. Il risultato è davanti agli occhi di tutti. Il fallimento, almeno temporaneo, dei negoziati di Islamabad mette Trump di fronte a una serie di alternative pochissimo esaltanti. Un negoziato lungo, faticoso, dagli esiti imprevedibili, con Teheran. Un’operazione militare particolarmente difficile per riaprire lo Stretto di Hormuz. Una ripresa della guerra che rischia di affossare ancora di più il gradimento per il presidente.
A Washington il clima è intanto sempre più agitato. Decine di democratici chiedono la sua uscita di scena anticipata: o attraverso l’impeachment o mediante il 25° emendamento. C’è bisogno di una “valutazione complessiva delle capacità cognitive” di Trump da parte del suo medico, spiega Jamie Raskin, deputato dem del Maryland. Non sono di grande aiuto nemmeno i repubblicani. I moderati del partito tacciono. I “falchi” – gente come l’ex candidata alla presidenza, Nikki Haley o il senatore del Wisconsin Ron Johnson – gli chiedono invece di andare avanti e di “finire il lavoro”. Su tutt’altre posizioni sono le voci più ascoltate del mondo Maga – Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones, Candance Owens – che ormai quotidianamente criticano e insultano e accusano di tradimento il loro antico beniamino. “Sono stufa di questa m… di guerra. Trump può comportarsi come un essere umano normale?” ha detto Kelly, che conduce uno show seguito da oltre quattro milioni di conservatori duri e puri. Tra sondaggi in picchiata e incognite di guerra, il presidente cerca di resistere. Sabato, in viaggio per la Florida, ha spiegato che a lui in fondo non interessa l’esito dei negoziati, perché “vinceremo comunque”. Anzi, “li abbiamo già sconfitti militarmente” ha spiegato, prima di assistere in prima fila, combattente tra i combattenti, al match. Sangue, sudore e botte non sembrano però in grado di cancellare la forza della realtà.
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