giovedì 9 aprile 2026

A proposito del Libano

 

Cicatrici libanesie colpe d’Israele 


di Lorenzo Kamel 

Il 31 marzo, il ministro della Difesa Israel Katz ha chiarito che Israele stabilirà e manterrà il controllo di una “zona di sicurezza” sull’intera aerea situata a sud del fiume Litani, – corrispondente al 10 per cento del territorio nazionale del Libano – emanando al contempo ordini di evacuazione per spingere la popolazione a nord del fiume Zahrani, posto a circa 15 chilometri a nord del Litani.

Ha inoltre sottolineato che tutte le abitazioni nei villaggi libanesi vicini al confine israeliano saranno demolite, come sta già avvenendo a Naqura, Taybeh e in numerosi altri villaggi, alcuni dei quali colpiti con munizioni al fosforo bianco e bombe a grappolo.

Settantotto anni prima, quando il Libano poteva contare sull’esercito più esiguo tra tutti gli Stati arabi, il villaggio di Hula, situato sulla sponda meridionale del fiume Litani, fu teatro di un efferato massacro. Venne conquistato dall’esercito israeliano senza incontrare alcuna resistenza. Quaranta persone indifese furono falciate dalle mitragliatrici in un edificio fatto saltare in aria sopra le loro teste. Il principale responsabile di quell’eccidio, Shmuel Lahis, ricevette un’amnistia presidenziale e in seguito venne promosso al ruolo di direttore generale dell’Agenzia ebraica.

Diversi altri villaggi, tra cui Qadas e Saliha, adiacenti al confine libanese, furono teatro di massacri e deportazioni simili. Larga parte dell’attuale composizione demografica del Libano meridionale non può essere compresa senza fare luce sulle dinamiche legate al 1948. In altre parole, ciò che oggi stanno vivendo un milione di sfollati libanesi – a cui vanno aggiunti almeno 30mila israeliani – va in larga parte ricondotto a una serie di cicatrici e strategie geopolitiche che molti ignorano, o preferiscono dimenticare.

Basti qui ricordare che nel 1919, durante la Conferenza di Parigi, dove le potenze vincitrici stabilirono i termini di pace dopo la fine della Prima guerra mondiale, una delegazione dell’Organizzazione sionista mondiale guidata da Chaim Weizmann presentò un memorandum nel quale veniva rivendicato uno Stato ebraico esteso fino al fiume Litani (in aggiunta al Sinai e molto altro). Un anno prima (1918), Yitzhak Ben-Zvi e il futuro primo ministro dello Stato di Israele, David Ben-Gurion, pubblicarono un libro intitolato La terra d’Israele, nel quale i due autori descrivevano “il nostro paese” come esteso dal fiume Litani al Golfo di Aqaba (odierna Eilat).

Non c’è dubbio che negli ultimi decenni Hezbollah abbia lanciato razzi, droni e missili anticarro dal Libano meridionale verso il nord di Israele, in particolare a partire dall’8 ottobre 2023. Hezbollah ha una documentata storia di attacchi (anche) contro obiettivi civili, compiuti con vari mezzi.

I dati disponibili restituiscono però un quadro almeno in parte diverso rispetto a quello sovente presentato su numerosi media (principalmente occidentali). Tra il 2007 e il 2022, Air Pressure ha documentato 22.355 violazioni illegali dello spazio aereo libanese da parte delle forze israeliane. Per quanto riguarda il periodo dal 7 ottobre 2023 in poi, la rete televisiva britannica Channel 4 ha documentato che gli attacchi israeliani in Libano (un paese che da anni registra il più rapido aumento al mondo di nuovi casi di cancro e decessi correlati al cancro) hanno superato quelli di Hezbollah con un rapporto di 5 a 1. Ultimo ma non meno importante, la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha documentato, dall’accordo di cessate il fuoco del 27 novembre 2024, quasi 7.800 violazioni israeliane dello spazio aereo libanese, con rapporti che indicano oltre 10.000 violazioni alla fine del 2025.

Alla luce di questi e diversi altri dati e considerazioni, appare evidente che non pochi attori in questa regione avvertano altri come una minaccia. Israele, l’Iran e numerose altre entità statali e non statali sono percepite e vissute in tale modo da un ampio numero di popolazioni e paesi limitrofi. Ma questo non è un motivo sufficiente per normalizzare la decisione di uno Stato di bombardare il territorio di un altro (spesso prendendo di mira ospedali e infrastrutture civili), tantomeno se ciò avviene senza alcun coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Unsc).

Alcuni ritengono che, affinché Israele si senta “al sicuro”, ogni Stato sovrano confinante con Israele debba limitare le proprie capacità difensive e distruggere o ridurre le proprie industrie militari. Questo privilegio è concesso a un solo Paese a livello mondiale, ironicamente proprio quello che sta imponendo (a milioni di civili in Cisgiordania) la più lunga occupazione militare della storia moderna e contemporanea, nonché lo stesso che, solo nell’ultimo anno, ha effettuato pesanti bombardamenti su sette entità geografiche e sovrane.

Occorre precisare che tanto Hezbollah quanto l’Iran sono considerati dagli Stati Uniti e da Israele come i principali ostacoli alla realizzazione della visione di Trump e dei suoi alleati per il Medio Oriente. D’altro canto, il disarmo di Hezbollah è avvertito dalla sua base sociale come una minaccia esistenziale all’autonomia comunitaria che gli sciiti hanno costruito nel corso dei decenni.

Ciò appare ancora più significativo se si tiene a mente un altro aspetto raramente menzionato: quando nel 1982 l’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon invase il Libano, le sue truppe dovettero attraversare la parte meridionale del Paese e vennero accolte dalla popolazione locale, a chiara prevalenza sciita, in modo assai favorevole. Erano infatti percepiti alla stregua di “liberatori” impegnati, tra gli altri obiettivi, a contrastare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), accusata di aver trasformato l’intera area in una sorta di “Stato nello Stato”.

Nelle parole di Uri Avnery, un protagonista di quei giorni, “gli sciiti impiegarono poche settimane per comprendere che Israele non aveva alcuna intenzione di lasciare l’area (ci rimasero 18 anni). Fu proprio allora, per la prima volta nella loro storia, che decisero di ribellarsi” e organizzarsi.

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