Il gabbiano Molli, paladino italiota anti-Peppa (e “Fatto”)
Federico Mollicone, detto dai suoi camerati “Sotto la cravatta nulla”, viene anche lui dalla nidiata della sezione di Colle Oppio, sede di quel seminterrato esistenziale del Movimento sociale che vuole dire fiamma & rancore in purezza. Proprio come la sua amica Giorgia Meloni e il più anziano di loro, Fabio Rampelli, il capo dei cosiddetti Gabbiani, che ancora oggi si sentono figli della Nazione, non della Repubblica, grazie a una spiccata memoria selettiva che tiene insieme l’orbace della tradizione con il suprematismo digitale di nuovo conio, ma sempre passando dalle “Fettuccine di Alfredo”, uno dei loro documentari popolani preferiti.
Cresciuto in quella penombra, oggi Mollicone sta nella piena luce di Presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, con tutte le maiuscole del caso, a spezzare di giorno in giorno, di saga in saga, le catene della odiata egemonia culturale della sinistra. La quale, proprio in queste ore, sta strumentalizzando un inciampo di cui lui non ha colpa, il mancato finanziamento pubblico del docufilm sulla vita e sull’atroce morte di Giulio Regeni, il nostro ricercatore, sequestrato, torturato e ucciso dai Servizi segreti egiziani. Che sarà mai?
Occupato com’era a valorizzare il progetto “Fantastico Medioevo”, e a promuove un “Nuovo immaginario nazionale”, Molli non aveva tempo per dare un’occhiata a Tutto il male del mondo che la commissione ministeriale ha scartato, preferendo finanziare storie meno drammatiche, ma di sicuro per loro più illustri, la biografia di Gigi D’Alessio, la commedia di Pier Francesco Pingitore, quello del Bagaglino, il giallo con Manuela Arcuri, il favoloso film di Giulio Base (un milione e mezzo di euro) per il suo Albatross, incassi al botteghino, 34 mila euro. “Non sapevo del documentario – ha detto Mollicone –. L’ho appreso dai giornali”. Così come ha appreso dai giornali (per smentirlo) l’amichettismo che regola le sue nomine, le sue segnalazioni, nelle più varie istituzioni culturali, dalle fondazioni teatrali alle produzioni Rai, dai festival ai convegni.
Stesso inciampo per il suo camerata maggiore, Alessandro Giuli, addirittura ministro della cultura, detto “L’Elegantone” per via delle basette, dei panciotti con catena e del soprabito in pelle nero-nazi, che a suo tempo s’è infilato nei panni del povero Gennaro Sangiuliano, l’ex ministro dimissionato quando ancora gli sanguinavano il cuore e la cabeza. Anche Giuli, esperto di “pensiero meridiano solare”, sapeva niente del docu su Regeni. Ma si è affrettato a tirarsene fuori: “Non condivido la scelta della commissione, ma non è stata il frutto di una decisione politica”.
Semmai, ha ragionato di rincalzo Molli, è la sinistra che ha scelto la polemica per trarne un frutto politico: “Ho il timore, purtroppo, che tutto questo scandalo sia stato costruito a tavolino”. Per la banale ritorsione di una sinistra “in queste ore colta da crisi isterica” perché vede “sfarinarsi la sua egemonia”.
Ma costruita a tavolino cosa? La storia di Regeni? La composizione della Commissione? La decisione di non finanziare? La circostanza che nessuno ne sapeva nulla? Lo scaricabarile che in piccolissima e miserabile misura replica quello del governo egiziano?
Federico Mollicone non sa, non vede, non c’era. Per la testa ha ben altro: una cultura come perimetro, come spazio nazionale da presidiare. Del resto è camerata romano da quando è nato, nell’anno 1970. L’ha istruito il babbo Nazzareno, classe 1939, dirigente missino, autore del libro-moschetto “L’aquila e la fiamma”, seguace di Pino Rauti, l’ideologo, che ci ha lasciato in eredità l’intera storia della sua organizzazione, Ordine Nuovo, ispirato dal pensiero di Julius Evola, antiliberale, anticomunista, anticapitalista, razzista. Che Rauti maneggiò in modo complementare con la linea in doppiopetto di Giorgio Almirante. Praticando un estremismo antisistema che lo condusse a suo tempo, a essere indagato – e poi assolto – per le stragi fasciste che hanno insanguinato gli Anni Settanta.
Molli studia al liceo linguistico. Poi smette. Le sue sua passione sono la politica e le bretelle. Milita accanto a Gianni Alemanno, marito al quel tempo di Isabella Rauti, figlia in carta carbone del padre. Poi in scia di Giorgia Meloni, quando abbandona Alleanza nazionale. Invece di Tolkien, ogni volta che può cita Nietzsche, “filosofo del futuro” di cui si sente allevo. Partecipa alle associazioni “Fare futuro” e “Fare verde”. Anche se campa scegliendo il mestiere di fare comunicazione e fare marketing.
La svolta nel 2018, e poi nel 2022, quando viene due volte eletto deputato in Fratelli d’Italia. Si fa notare per qualche intervento d’alto valore culturale, come l’assalto e le botte a un deputato dei 5 Stelle, Leonardo Donno, colpevole di voler consegnare in Aula un tricolore al ministro Calderoli, quello del matrimonio druidico e della secessione padana. Donno rimedia 3 giorni di prognosi per pugni e calci. Mollicone 15 giorni di sospensione. Archiviati i quali si impegna in una polemica contro Peppa Pig, il cartone animato, colpevole di veicolare una pericolosa scheggia di “cultura gender”, presentando un personaggio “con due mamme” dunque con il rischio di “indottrinamento dei nostri figli”. I giornali abboccano. Peppa non replica. Molli s’avventura a definire le famiglie omosessuali “illegali in Italia” e la maternità surrogata “un reato peggio della pedofilia”.
Non contento il 2 agosto 2024, anniversario della strage di Bologna del 1980, 85 morti, 216 feriti, s’è spinto a definire le sentenze di Cassazione “un teorema per colpire la destra”. Accompagnando l’iniziativa con una interrogazione al ministro della Giustizia, il magico Carlo Nordio, per “sapere se nello sciame di processi siano state rispettate le garanzie di accusa, difesa e il giusto processo”. Alzando un polverone di polemiche con massima irritazione del Quirinale, dei parenti delle vittime, persino di Giorgia Meloni che avrebbe preferito il silenzio a quella sgangherata difesa degli antichi camerati, Mambro, Fioravanti, Ciavardini, Bellini, meglio sorvolare.
Mollicone quando non deve, non replica. Nel frattempo macina benemerenze. Critica l’uso di parole straniere nei documenti pubblici. E altrettanto l’uso di attori stranieri in ruoli di personaggi italiani, pratica di perfida “appropriazione culturale”. In quanto alla difesa della identità nazionale asseconda l’autorevole Carlo Calenda, il quale ha appena chiesto in parlamento “se il Fatto Quotidiano prenda oppure no i soldi da Putin”. Astuta polemica culturale che Molli da oggi aggiunge a Peppa Pig per il curriculum.
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