Poveri surfisti israeliani, disturbati dalle bombe
Tutti a preoccuparsi dello Stretto di Hormuz, di quel trascurabile braccio di mare tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman in cui le petroliere col greggio a bordo sono paralizzate da 40 giorni dalla tensione geopolitica dopo l’attacco american-israeliano all’Iran.
Tutti ridicolmente in apprensione, come se i problemi in mare fossero solo quelli.
Poi, per fortuna, dopo settimane di vacue discussioni su questo inutile collo di bottiglia marittimo, il giornalismo d’assalto ha finalmente spostato l’attenzione su un altro pezzo di mare strategico, nonché sulle vere vittime della situazione: i surfisti israeliani.
L’agenzia Ansa e quasi tutte le testate nazionali hanno rilanciato le commoventi interviste ai surfisti di Tel Aviv, con testimonianze drammatiche su come sia diventato stressante surfare sulle onde, col fastidio dell’orologio munito di allarme-bomba che può suonare proprio mentre si sta per cavalcare l’onda perfetta. “Fare surf in tempo di guerra non è come farlo in tempi normali, sei sempre in allerta ma il surf lo abbiamo nel sangue!”, “È la nostra terapia!”, dicono i poveri surfisti intervistati, freschi di abbronzatura e con la tavola sotto braccio. Una terribile agonia.
Ed è giusto che il giornalismo tenti di farci empatizzare con i surfisti israeliani all’indomani della carneficina di Beirut, con oltre 200 persone uccise a seguito dei raid israeliani. Lì, purtroppo, che stessero surfando o cenando a casa, i libanesi non possedevano gli orologi anti-bombe. Al massimo, da quelle parti, suonano i cerca-persone e di solito non è un preavviso: si salta direttamente in aria. Sono le delicate accortezze dell’intelligence israeliana che evita il fastidio di dover correre fuori da casa o dall’acqua e mettersi al riparo, magari con la muta bagnata, col rischio di prendersi pure un raffreddore.
Va ancora meglio ai gazawi, che in mare non possono neppure entrare per nuotare, navigare e pescare, così da evitare il famoso “effetto Marò”. Poi dicono che gli israeliani non proteggono i civili. Anzi, ci pensano così tanto che fanno fuori pure quelli che potrebbero radicalizzare i surfisti e spingerli a cavalcare le onde nonostante il divieto, per cui un anno fa, nel dubbio, l’Idf ha ammazzato Ahmed Abu Hassira, uno dei primi palestinesi a introdurre il surf a Gaza. Non stava surfando, ma non si sa mai.
Nessun commento:
Posta un commento