Provaci ancora, Kanye
DI MICHELE SERRA
«Da quando in qua gli scemi non possono viaggiare?», mi dice un vecchio amico, cinico ma saggio, commentando il veto britannico all'ingresso nel Paese del popolarissimo rapper americano Kanye West.
Nella sua non breve carriera, accanto a pezzi di musica che molti considerano memorabili, West ha affastellato una notevole serie di bestialità, tra le quali fanno spicco l'antisemitismo e l'omaggio a Hitler. Poi si è scusato, con confuse allusioni alle sue condizioni psichiche passate e assicurando di essere, in fin dei conti, un brav'uomo; e ha chiesto un incontro chiarificatore con la comunità ebraica di Londra.
Il quadro complessivo, in questo come in altri casi simili, è di una persona che non sa mai bene che cosa sta dicendo, ma lo dice lo stesso. «Quello parla solo per dare aria ai denti», diceva mio padre (e ancora non aveva mai sentito parlare Trump). Si torna, dunque, alla domanda del mio amico: sarà giusto, sarà utile attribuire la fama di Nemico Pubblico a un blaterone che spara cazzate a raffica, e in seconda battuta si rende conto di avere perso la faccia, e soprattutto di avere perso clienti, e mentre si scusa sembra perfino meno credibile di quando accusava?
Ma poi, per confessare fino in fondo perché il mio amico (e pure io) avremmo visto di buon occhio l'arrivo a Londra di Kanye West: l'incontro tra il suddetto e la comunità ebraica rischiava di essere un capolavoro di comicità alla Mel Brooks. Che cosa avrà mai da dire un afroamericano fan di Hitler a un gruppo di ebrei londinesi, mentre costoro lo fissano, forse severi, forse solo esterrefatti? Una diretta televisiva dell'incontro (con i ricavi devoluti a Amnesty) ce la saremmo vista volentieri.
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