sabato 7 febbraio 2026

Gobbo Olly!

 



O Capitano mio Capitano!

 


L’emozione m’ha agguantato quando ti ho visto,
mentre Andrea, Tenore — guarda il fato — cantava quel “tramontate stelle” che a te, giammai, s’addice, o mio Capitano!

Reduce dall’ennesima battaglia — questa volta contro un subdolo nemico della malora — hai attraversato, assieme allo Zio Beppe, oggi commentatore televisivo mai di parte, il tuo epico campo delle mille battaglie pallonare: tu, Sovrano della difesa, Condottiero eroico nel Milan delle Meraviglie. 

O Capitano, mio Capitano!

Sappiamo bene che ti ergerai vincitore anche dinanzi a questa avversità.
Che continuerai, con la tua eleganza, con quella mitezza — antitesi del tuo essere indomito a battagliar sull’erba — ad istruirci nel silenzio, nel retropalco, negli anfratti a te concessi.

Indomito come nessuno, mio Capitano!

Sensazioni olimpiche

 


Ho avvertito, nel corso della Cerimonia, una sensazione del tipo: «Guarda come saremmo bravi se non avessimo a che fare con questi cialtroni!».

Cialtroni spaparanzati nella super tribuna, voracissimi trangugiatori di visibilità. Non li nomino, ma l’identità è chiarissima — tranne Sergio Presidente, naturalmente.

Il Bulbarelli che è in noi, punito per aver svelato il viaggio in tram del Presidente, condotto da Valentino, certifica la nostra atavica smania del «so ma non posso parlarne!»: autentico cammeo italico, infarcito dai vari «conosco un amico che c’ha un cugino al ministero!».

Sfoderando l’Arte riusciamo a sbalordire chicchessia, pure quelli che arrivano con quarantacinque macchine di scorta e trecento guardie del corpo e che, al massimo, nelle loro terre — rubate a Toro Seduto — possono ammirare lo sciacquone di G. Washington.

Se non ci fossero i cialtroni, vivremmo di rendita, essendo compagni di strada del Bello.

Il telecronista preso all’ultimo momento, al posto del punito, che scambia Matilda De Angelis con Mariah Carey, sembra dire al mondo: «Benvenuti nel pressappochismo italico!».

Dicevamo l’arte: le duecento modelle vestite dalla buonanima di Giorgio Armani, coi colori della bandiera, validano davanti al globo l’unicità dei nostri prodotti, inarrivabili.

E poi le immagini dei luoghi incantati di cui siamo portatori sanissimi, con quel retrogusto amaro dovuto alla loro trasformazione in enclavi inaccessibili ai più: forbici sociali mefitiche che confermano l’agire imbelle dei cialtroni di cui sopra.

E quelle strisce di neve, tristissime, che urlano la dabbenaggine globale, con idioti al potere contenti per le nuove rotte mercantili aperte dallo scioglimento dei ghiacci.

Le nazioni che sfilano, gli arabi — che cazzo ci fanno gli arabi? — quel paese del Boia, fischiato giustamente, che pone un quesito: perché i russi fuori e loro no?

Sergio Mattarella che dice quindicesima al posto di venticinquesima — cavolo, l’emozione non conosce età.

Pierfrancesco Favino che interpreta alla grande L’Infinito di Giacomo Leopardi.

La sopracitata Mariah Carey, sponsor dello stoccafisso norvegese, che canta il must di Mimmo Nel blu dipinto di blu con la stessa intensità che avrei io nel tentare di battere il record del salto con l’asta di Armand Duplantis.

Bignamicamente: siamo sempre italiani, nel bene e nel male, circondati da cialtroni.

L'Amaca

 

Il diavolo, probabilmente 

di Michele Serra 

Si legge ogni singola parola, sul caso dei “turisti tiratori” che sarebbero andati a Sarajevo per sparare sugli assediati dalle postazioni degli assedianti, sperando che non sia vera.

Sperando che non sia vero che tra gli assedianti serbo-bosniaci c’era chi organizzava quel tiro a segno per lucrare qualcosa sul massacro in corso, come il carceriere che arrotonda il salario mettendo sul mercato la carne del carcerato; sperando che non sia vero che, tra gli altri, alcuni italiani appassionati di caccia abbiano considerato prede uomini, donne e bambini rinchiusi in quella città trasformata in una gabbia.

Sperando che non sia vero che tra i moventi, oltre alla passione per le armi, ci potessero essere anche pulsioni “politiche” o “ideologiche” (virgolette d’obbligo) che rendevano più agevole sparare su quegli inermi per ragioni di “pulizia etnica”.

Si parlava dei viaggi per Sarajevo, all’epoca, a tutt’altro proposito. Soccorsi umanitari, vigilanza civile, giornalisti e fotografi che cercavano di documentare quella abominevole guerra tra ex connazionali tornati a identità etnico-religiose arcaiche, come se i morti sortissero dal sottosuolo per ghermire i vivi.

Ma una cosa come questa, fare di una guerra il proprio lunapark, è talmente sotto l’umano, sotto il tollerabile, incommensurato a qualsiasi pena o giudizio, che la sola frase che si riesce a pronunciare è: speriamo che non sia vero.

A meno di credere a Satana, come si fa a credere che davvero qualcuno abbia potuto fare una cosa del genere?

Spettrale

 

Quel che resta dell’umanità: telefonini, la droga collettiva 


di Pino Corrias 

Con la sola luce dell’inchiostro, Carlo Verdelli, narratore e giornalista di lungo corso, esplora la scatola nera che ci portiamo nel marsupio del nostro quotidiano bagaglio, lo smartphone, che contiene tutto di noi, identità, amori, lavoro, desideri, segreti. Non è uno strumento, ma un ambiente. Progettato per catturare la nostra attenzione, modellare comportamenti, creare dipendenza. È il nostro specchio magico che ci gratifica e insieme l’abisso che ci inghiotte. Non per nulla il viaggio si chiama Il diavolo in tasca(Einaudi, 160 pagine) che cento volte al giorno realizza i nostri desideri senza l’attesa, l’informazione senza fatica, la relazione senza il corpo. Esercita su di noi uno strapotere “del quale non sappiamo più fare a meno”. Specialmente le ultime generazioni che dentro allo schermo ci sono nate, non conoscono il prima, neanche lo immaginano.

Vetro, plastica, litio, silicio. Assemblati e lucidati: da lì passa il mondo. E la velocità con cui la tecnologia se n’è impossessata fa persino spavento. Trent’anni fa i primi Motorola pesavano un chilo, memorizzavano dieci numeri e avevano un’autonomia di mezzora. Oggi solo sfiorando la superficie dei nostri 8 miliardi di smartphone – il 97 per cento degli abitanti del pianeta – ci inviamo 240 milioni di mail al minuto, scattiamo 93 milioni di selfie al giorno. L’anno scorso in Nepal hanno incendiato il Parlamento quando il governo ha chiuso d’impero l’accesso a 16 piattaforme digitali. Dopo due giorni di scontri, 19 morti, 150 feriti e la fuga del primo ministro, il nuovo governo ha dovuto cancellare il divieto. In mezza Europa, aprile 2025, per un potente sbalzo di tensione, 50 milioni di persone si sono ritrovate “catapultate per dieci ore in un tempo incognito, dove niente funzionava (…) ma l’angoscia più profonda era un’altra: come ricaricare il telefonino” e dalla selva oscura inviare un selfie per gridare “Io c’ero!”.

Tragedia e commedia di una rivoluzione dieci volte più grande di quella industriale e cento volte più veloce. Capace di riconfigurare l’infanzia, l’adolescenza, l’adulta età. I riti quotidiani della convivenza. Quelli della scuola, dove gli insegnanti raccontano di vedere “solo teste reclinate” e fantasmi “devastati dalla noia”, persi in mondi privati, prigionieri anche di menzogne e cattivi sortilegi. Verdelli ne racconta di estremi, dalla ragazzina attirata dai compagni di scuola nella trappola digitale, presa a calci perché disabile, filmata per umiliarla in chat. All’adolescente che accetta la sfida lanciata nel Web e ingoia più pastiglie possibile, fino a morirne. Per poi virare sulle schegge di vita quotidiana. Dalla cena di classe, dove dopo i selfie di rito, tutti infilano la testa in Brawl Stars, il game dei poteri magici. All’universitaria che alla mattina usa il tempo della colazione per mettersi in pari con i messaggi della notte, mentre la madre che le sta accanto fa lo stesso: “Prima si parlava, ora non c’è tempo”.

Batterie di sociologi, psicologi, filosofi, narrano la grande mutazione. Segnalano tutti la solitudine dentro l’infinita folla del Web e insieme il vuoto quando lo schermo si spegne. L’attesa è diventata una condizione intollerabile. Non la prevede il nuovo paradigma della immediatezza digitale che garantisce una risposta a ogni domanda, una soluzione a ogni dubbio: in che isola è finito Robinson Crusoe? Ma insieme anche sospinge il piano inclinato della superficie sulla quale scivoliamo, dove tutto scorre così velocemente da non offrire appigli, a cominciare dall’attenzione. Un terzo della popolazione, nel celebrato Occidente, “fa fatica a orientarsi nella lettura di un paragrafo di testo”, scrive Verdelli. Mentre “metà degli studenti italiani che escono dalla terza media, sa leggere, ma non capisce bene cosa”.

Le aziende che producono il software del “nuovo capitalismo dell’informazione e della sorveglianza”, calcolano perfettamente le conseguenze. “Hanno alterato lo sviluppo umano su scala inconcepibile”, scrive Verdelli. Lo scopo? Incentivare il consumo delle immagini, delle storie vere o false che siano, per produrre dati preziosi sui nostri comportamenti. Incamerarli. Processarli. Custodirli. Visto che per loro noi siamo “oro e petrolio insieme”, la garanzia dei loro stratosferici profitti.

“Altre Sette Sorelle hanno sostituito quelle vecchie – scrive Verdelli –. Segnatevi i loro nomi: Meta, Amazon, Google, SpaceX, Microsoft, Apple, OpenAI. Il mondo che viviamo e quello che verrà è letteralmente in mano loro”. E nei loro forzieri.

Imperdibile la confessione di uno dei guru di Apple: “Perché dovrei sentimi in colpa? Il successo degli smartphone è straordinario e trasversale: geografico, sociale, anagrafico, di reddito. Sì, certo, la necessità di essere sempre in contatto è un bisogno creato artificialmente: gli sviluppatori di App lavorano per questo”. E ancora: “Il vero impatto da tenere sotto osservazione è quello sulla politica, la manipolazione delle opinioni, l’influenza sulla tenuta delle democrazie (…) In generale, le destre e i Paesi dell’Est l’hanno capito prima e se ne approfittano”.

La politica, per l’appunto: ultima stazione del viaggio di questo Diavolo in tasca. L’impatto dell’Intelligenza Artificiale che renderà possibile ogni cosa immaginata da noi utenti e dal potere. Celebrata senza impaccio dai suoi creatori, come Peter Thiel, cavaliere nero della Silicon Valley, cofondatore di PayPal e Palantir, che ha piazzato alla Casa Bianca il suo discepolo migliore, il vicepresidente J.D. Vance. Che come lui scarta “il fastidioso residuo” della democrazia, che “abiliterebbe il popolo” a interferire con le mani libere dei capitalisti. Per questo, dice Thiel, “deve essere la tecnologia a guidare il futuro”, non le procedure democratiche, non le lentezze novecentesche dei governi. Scenario se possibile peggiorato da uno dei padri dell’intelligenza artificiale, l’americano Daniel Kokotajlo, che si è recentemente dimesso da OpenIA: “Manca poco, prima che i modelli si migliorino da soli e diventino così avanzati da mettere davanti i propri interessi”. Se non ci sarà argine, aggiunge, “l’intelligenza artificiale continuerà ad auto svilupparsi, finendo per distruggere l’umanità con l’unico obiettivo di preservare se stessa”. Che poi sarebbe lo scenario del profetico Terminator, il film dove le macchine prendono il potere a causa della naturale stupidità degli umani. È il futuro che (forse) ci aspetta. Salvo imparare dalle avvertenze raccontate in questo libro, immaginato per genitori e figli: mandate un messaggio a chi vi sta a cuore.

Cicchetto Cicchito

 

Garantisti alle vongole 


di Marco Travaglio 

Abbiamo atteso che i “garantisti” alle vongole che da trent’anni, appena finisce dentro un ladro di Stato, chiamano Amnesty International dicessero una parola sull’obbrobrio forcaiolo (e inutile) del Dl Sicurezza, con la delizia del “fermo preventivo” per chi non ha commesso reati, però potrebbe. Purtroppo erano tutti impegnati altrove. Giuliano Ferrara commemorava Corrado Carnevale, il cosiddetto giudice che insultava Falcone e Borsellino appena assassinati perché osavano processare i mafiosi, costringendolo ad assolverli. I ‘riformisti’ (per mancanza di riforme) del Pd erano abbarbicati a Nordio, coautore dell’obbrobrio, per strombazzare il Sì salva-Casta. La famiglia B. faceva causa a Corona per 160 milioni e chiedeva di vietargli pure le serate in discoteca (un fermo pre-preventivo). E il nostro garantista preferito Fabrizio Cicchitto si scagliava su Libero contro la Gip rea di aver disposto i domiciliari per un manifestante indagato sugli scontri di Torino e l’obbligo di firma per altri due: “provvedimenti di straordinaria faziosità” che, per “non dare soddisfazione al governo”, “coprono la violenza ultraprovata dei guerriglieri” e vengono financo “contraddetti sia dalla Procura sia dai pm” (che poi sono la stessa cosa, ma fa niente). In pratica questo genio accusa da sempre i giudici di appiattirsi sui pm e ora ne accusa uno di non appiattirsi sui pm e di non dare soddisfazione al governo: cioè di fare il suo mestiere. Ma da lui c’è da aspettarsi di tutto.

Il 13 maggio 1977, all’indomani dell’omicidio di Giorgiana Masi in una manifestazione a Roma, il deputato Psi Cicchitto tuonava alla Camera contro il governo Andreotti e il ministro Kossiga per un decreto ben più blando di quello meloniano: “Vogliono limitare le manifestazioni… le procedure del governo ci lasciano sgomenti… c’è un tentativo di repressione indiscriminata… per cambiare il volto dello Stato uscito dalla Resistenza ed edificarne uno che intrecci incapacità, disfacimento e repressione… Ben determinati settori del potere investono le forze dell’ordine cercando di determinare uno spostamento a destra, un riflusso verso una tendenza al rancore e allo scontro coi manifestanti… un disegno di provocazione e rottura… Contestiamo le direttive impartite alle forze dell’ordine: un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse alla piazza, da cui sono derivate aggressioni a cittadini per nulla organizzati né violenti, che a loro volta hanno innescato un meccanismo pericoloso, grave e drammatico… Chiediamo il ritiro del decreto… Le forze democratiche giovanili debbono stare attente a non cadere nelle trappole che lo Stato repressore gli tende”. Poi, tre anni dopo, si infilò il cappuccio della loggia P2. Che da 46 anni gli oscura un po’ la visuale.

venerdì 6 febbraio 2026

Lo spirito olimpico

 

“Tre euro per pulire una stanza da 800 euro a notte. Siamo pagati a camera, non a ore”. La protesta delle lavoratrici dei grandi hotel durante le Olimpiadi


“Tre euro netti per pulire una stanza che viene venduta a 800 euro a notte”. Laura è una cameriera ai piani di un hotel a quattro stelle di Milano. Una delle tante lavoratrici in appalto che reggono il sistema del turismo di una città che da oggi si prepara a vivere il grande evento delle Olimpiadi invernali. “Ogni giorno attacco alle 8.30 – racconta al Fatto.it la sua collega Irene – ci consegnano un foglio dove devi fare 12 camere in 6 ore. Ma se tu non riesci a fare le tue 6 ore sei pagato per le camere che fai, dunque è come se fossimo pagati a camera, non a ore”. Quanto si porta a casa al mese? “Dipende, ma in media sui 800-900 euro”. E come si fa a vivere con quelle cifre a Milano: “In tante vivono fuori, se no ci si arrangia, questo è il mondo del turismo”.

Per questo le lavoratrici hanno scelto di scendere in piazza insieme ai sindacati Si Cobas, Sial Cobas e Cub proprio nel giorno della cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi. Una manifestazione che si sarebbe dovuta tenere di fronte alla sede di Federalberghi ma che, dopo il divieto della questura, è stata spostata in piazzale Loreto, lontano dal centro. “Nel settore degli hotel le cameriere ai piani lavorano secondo una pratica lavorativa che noi definiamo di cottimo integrale – spiega Mattia Scolari, segretario Cub Milano e provincia – le buste paga non sono costruite sulla base delle ore effettivamente lavorate ma sono costruite sulla base dei minutaggi attribuiti al ribasso già predefiniti per la pulizia di ciascuna camera. E con queste Olimpiadi i lavoratori e le lavoratrici degli hotel non vedranno un euro in più in busta paga, anzi…”.

Lo sa bene Antonio, facchino di un grande hotel del centro città. Ha un contratto full time e ogni mese porta a casa 1200-1300 euro. E da quando sono iniziati ad arrivare i turisti per le Olimpiadi i ritmi sono diventati sempre più intensi. “Ma il numero di lavoratori non è cresciuto”. Anche per le cameriere ai piani i ritmi di lavoro sono diventati sempre più frenetici. “Siamo passati da 30 a 26 minuti per camere” racconta Laura. Quando sente parlare della ricchezza che sarà portata dall’arrivo dei Giochi sorride con amarezza: “Porteranno ricchezza ai proprietari degli hotel, non a noi lavoratori”.