mercoledì 1 aprile 2026

Robecchi

 

Cause del voto. L’elefante nella stanza che non hanno visto arrivare è Gaza 


di Alessandro Robecchi 

C’è qualcosa di potentemente lisergico nell’esplosione sui media dei famosi “giovani”, la scoperta che esiste gente che respira, mangia, fa le sue cose e le sue cazzate e va persino a votare, se gli gira, e vota No. Strana scoperta, visto che da anni e anni non si parla d’altro – i giovani qui, i giovani là – in un range di valutazioni che va da “ebeti con il telefono in mano” a “parassiti senza spina dorsale”. È la conferma che una società sana avrebbe bisogno di più giovani e di meno adulti anziani che parlano di giovani senza capirne niente.

È comunque divertente osservare il dibattito: a destra si fa collimare “il giovane” che ha votato No con un bolscevico indottrinato, amico dei terroristi e dei musulmani. A sinistra si ragiona su come tenerselo attaccato in vista delle elezioni politiche, blandirlo, o intestarselo direttamente. Pochi si chiedono come sia arrivato questo risveglio, cosa abbia fatto scattare, davanti a una chiamata alle urne, la decisione tignosa del famigerato “giovane”: stavolta ci vado.

Credo che tra le millemila ragioni di scontento di questa variegatissima componente (anche elettorale, e non solo giovanile) della società, ce ne sia una che brucia in particolare, una ferita insanabile, e il suo nome è Gaza. Per quanto un po’ sparita nelle valutazioni politico-sociologico-giornalistiche, seppellita sotto cataste di sfighe generazionali (dal lavoro, al diritto allo studio, alla casa), Gaza è l’elefante nella stanza. Nasconderlo non funziona, parlare di altre guerre imparentate, silenziare, lasciare che il genocidio cuocia a fuoco lento, a bassa intensità, non funziona.

Chi ha vissuto la militanza politica – o almeno la non-indifferenza – sa che c’è quasi sempre qualcosa che ti ci porta, che ti ci spinge, che modifica il tuo modo di vedere le cose e il mondo. Ecco. Per molti di quei misteriosi “giovani” di cui si almanacca tanto, e anche per chi ha deciso di tornare al voto per protesta, Gaza è stato proprio questo. E a volerli vedere, parte di quei giovani, si poteva incontrarli in strada, spesso, negli ultimi due anni e mezzo, nelle grandi città, a manifestare contro il genocidio, nel silenzio generale, a meno che non si rompesse una vetrina. La politica balbettava vergognosamente, o negava, o addirittura sosteneva la barbarie, i media nascondevano e minimizzavano.

C’è dunque un sommovimento di forze difficile da fotografare, da quantificare, da attribuire, che ha probabilmente svariate convinzioni e desideri e bisogni, ma che su una cosa ha tracciato una linea netta: Gaza. Un discrimine fortissimo, che complicherà certi calcoli di appartenenza, che renderà non scontata l’adesione elettorale a questa o quella maggioranza.

Chi ha traccheggiato, chi ha negato l’evidenza, chi ha continuato con la filastrocca che “Israele deve difendersi” ammazzando ventimila bambini, deportando a affamando un’intera popolazione, uccidendo indiscriminatamente, non sarà votabile da questa “nuova” componente dell’opinione pubblica; da questa “sorpresa” balzata fuori da un referendum per una riforma costituzionale già impresentabile di suo.

C’è una componente dell’elettorato (piccola? media? grande? giovanile? Non ce lo diranno certo i sondaggisti che non l’hanno vista arrivare) che si posizionerà su questo, e che non dimenticherà le ambiguità e i ritardi nella denuncia del genocidio, una cosa che riguarda i media e che riguarda i partiti. È qualcosa che va oltre il posizionamento politico, somiglia più a una vera questione morale.

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