sabato 20 dicembre 2025

Dodici!

 



Scelta specializzata

 

Il “nuovo” occhiuto, indagato e quindi candidato perfetto
DI DANIELA RANIERI
“Facce nuove in Forza Italia!”, ha detto il padroncino e talent scout di Mediaset (e di un terzo del governo) Pier Silvio Berlusconi; infatti, a quanto pare, stanno per defenestrare l’âgé Tajani e contestualmente testando sul mercato Roberto Occhiuto, presidente della Calabria, in politica solo dal 1993, rieletto “governatore” a ottobre dopo essersi abilmente dimesso dallo stesso incarico in seguito alla notizia di essere indagato per corruzione. Quest’ultimo titolo già basterebbe per essere il candidato perfetto di Forza Italia, anche se il competitor non fosse il guizzante Tajani, ma la “scossa liberale” promessa da Occhiuto, al cui cospetto mercoledì si sono radunati a Palazzo Grazioli (ex garçonnière o scannatoio che dir si voglia di Berlusconi senior) 22 parlamentari di FI, sta già eccitando le penne dell’establishment. Spiegando che non vuole fare correnti, e che schifa l’8% a cui “galleggia” Tajani, Occhiuto mira al partitone della nazione, praticamente il sogno erotico dei giornali padronali, in cui potrebbero confluire tutte le frattaglie del cosiddetto centro moderato, da Renzi a Calenda a Rotondi a Lupi a Carfagna (intervistatissima per i suoi 50 anni). I destini del governo sarebbero ridisegnati da una bella iniezione di moderati: Meloni è ancora graditissima alle élite militariste europee, per carità, ma concordando con Trump che si sfila dal sostegno all’Ucraina e dando retta ai leghisti che premono per scassare tutto, FdI sta agitando i pretoriani dell’ordine costituito (e poi non scordiamo che sono pur sempre fascisti!). Parliamoci chiaro: che ci fa uno talentuoso come Occhiuto a combattere con la Procura di Catanzaro? Non è ora che il suo casellario giudiziario spicchi il volo sul piano nazionale?
Intanto, Canale 5 riserva al convegno “In libertà, pensieri liberali per l’Italia” servizi da “L’Italia è il Paese che amo”. “Noi dobbiamo sradicare le corporazioni dall’agire politico del centrodestra, e io credo che questa attività la possa fare soprattutto Forza Italia”, dice Occhiuto, e chissà se Fininvest, Mediaset, Mediolanum, Mondadori etc. sono corporazioni, o se il presidente sta parlando dei sindacati. I giornali ne riferiscono con cauto rispetto: metti che questo Occhiuto davvero vola sul 15%, mangiandosi gli odiati 5Stelle? In fondo, i fatti che gli vengono contestati riguardano solo presunti scambi di utilità e nomine con movimentazioni bancarie sospette risalenti all’epoca in cui era deputato di FI e candidato presidente di Regione nel 2021: se condannato in primo grado, verrebbe sospeso dalla carica per 18 mesi per la Severino, e per ulteriori 12 mesi nel caso di condanna in appello; in ogni caso niente gli vieterebbe di rubare a Tajani il gagliardetto di favorito degli eredi B.. Solo se condannato in via definitiva, Occhiuto decadrebbe dalla carica, come già il padrone del partito dell’Amore (sono titoli che da quelle parti fanno venire gli occhi lucidi); in quel caso si scioglierebbe il Consiglio regionale e Occhiuto dovrebbe cercarsi un lavoro. Diventerebbe capo di Forza Italia per così dire honoris causa. Certo, se anche fosse eletto deputato o senatore alle prossime elezioni, che non sono poi così lontane, e godesse quindi dell’immunità parlamentare, il reato di corruzione non potrebbe cancellarselo (nemmeno se venisse fatto direttamente ministro, anche se in tal caso delle sue vicende giudiziarie future ed eventuali si occuperebbe direttamente il Tribunale dei ministri, che comunque è un filtro in più rispetto alle grezze procure dei comuni mortali), ma, possedendo di fatto un terzo della compagine governativa, potrebbe giocarsela mettendo bocca sulla cosiddetta riforma della giustizia del ministro Nordio, che ha già donato all’Italia l’abolizione del reato di abuso di ufficio e il depotenziamento del traffico di influenze, che a quanto se ne capisce è proprio la branca di cui è presuntamente esperto Occhiuto.

Così non va!

 

Parla per te
DI MARCO TRAVAGLIO
L’altroieri papa Leone XIV, nel suo primo messaggio per la Giornata della Pace, ha scomunicato i piani di riarmo dei governi europei che si dicono cattolici, ma sono “blasfemi”. Ha contrapposto ai loro folli aumenti di spese militari il “disarmo integrale” e la “pace disarmata”. Ha definito “scandaloso che si faccia la guerra per raggiungere la pace”, “si trasformino in armi persino i pensieri e le parole”, si ritenga “una colpa non prepararsi abbastanza alla guerra”, si lancino “campagne di comunicazione e programmi educativi che trasmettono una nozione meramente armata di difesa e sicurezza” e “diffondono la percezione di minacce”, si propagandi “una logica contrappositiva molto al di là del principio di legittima difesa”, invece di una “cultura della memoria che custodisca le consapevolezze maturate nel ’900 e non ne dimentichi i milioni di vittime”. Poi si è appellato a “chi ha responsabilità pubbliche nelle sedi più alte” perché la smetta con gli “appelli a incrementare le spese militari” e a “giustificarle con la pericolosità altrui” e percorra “la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale”. E contro il pensiero unico guerrafondaio foraggiato dalle “enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che sospingono gli Stati in questa direzione” ha invocato “il risveglio delle coscienze e il pensiero critico”. Parole sante.
Intanto i soliti casi europsichiatrici deliravano di “soldi o sangue” e varavano eurobond per comprare altre armi, come se l’Europa non spendesse già più del doppio della Russia e un terzo più della Cina. “La nostra spesa per la difesa – diceva Von der Leyen – deve aumentare. La Russia spende fino al 9% del suo Pil per la difesa. L’Europa in media l’1,9%. C’è qualcosa di sbagliato in questa equazione”. Vero: di sbagliato c’è che la Russia, oltre a essere in guerra, ha un Pil molto basso, quindi usarlo per paragonare la sua spesa militare (che comunque nel 2025 è al 6,3% del Pil) con la nostra è ridicolo. I Paesi Ue, con un Pil nove volte più alto, spendono già oggi con l’1,9% la mostruosità di 350 miliardi, al netto dei piani di riarmo, contro i 120 della Russia e i 240 della Cina. E non sono in guerra con nessuno, anzi non hanno proprio nemici.
Mentre il Papa parlava, a Mattarella devono essere fischiate le orecchie. Infatti ieri ha detto l’opposto, associandosi alla versione falsa di Ursula: “La spesa per efficaci strumenti che garantiscano la difesa collettiva è da sempre poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono la sicurezza e la pace nel diritto internazionale. E tuttavia, poche volte come ora, è necessario”. Invece noi poche volte come ora ci siamo sentiti meno rappresentati dal presidente della Repubblica.

Natangelo

 



L'Amaca

 

È il binario che traccia il solco
di Michele Serra
Da utente affezionato, anche se non sempre soddisfatto, di Trenitalia, confesso il mio divertito sgomento per la campagna pubblicitaria che inonda palinsesti e stazioni e si fonda sul concetto “l’emozione di essere italiani”, in un tripudio di tricolore, con l’inevitabile colonna sonora di Bocelli (ideona!) e con questo incipit dello speaker: “Siamo un popolo di ferro”. In attesa di un Frecciarossa in ritardo, viene da commentare: è il binario che traccia il solco, ma è l’orario che lo difende.
L’impressione è che il fervore nazionalista dello spot voglia inserirsi nella lotta per l’egemonia culturale in corso, senza avversari disposti a partecipare, per mano del governo sovranista e del suo pittoresco think tank. Pazienza, ormai ci stiamo abituando. Peccato che la parola “emozione”, tra le più abusate sui social e sui media più andanti – se ci si emozionasse un po’ di meno e si ragionasse un po’ di più staremmo tutti meglio – di fatto impoverisca l’invocato sentimento nazionale, annegandolo nella melassa (che fa arrugginire in pochi secondi il ferro).
Essere italiani non è “un’emozione”, è una condizione complicata. Per qualche verso privilegiata (ho appena visitato, a Palazzo Strozzi, la mostra del Beato Angelico), per qualche verso avvilente (gli stipendi miseri, la fuga all’estero dei giovani). È ragione di orgoglio, per quanto non si abbia alcun merito nell’essere nati qui piuttosto che in Papuasia; ma anche ragione di angoscia per lo stato del Paese, decisamente non brillante nonostante gli squilli di tromba e Bocelli. Di tutto abbiamo bisogno, tranne che di retorica.

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