venerdì 5 dicembre 2025

Sta invecchiando malissimo!

 

Fessino
DI MARCO TRAVAGLIO
Mentre la Schlein criticava le complicità dei melones col governo sterminatore di Israele e tentava di far dimenticare gli abbracci delle Picierno e degli altri destri del Pd con i lobbisti di Netanyahu, Piero Fassino ne combinava un’altra delle sue: partiva per Tel Aviv coi deputati del “gruppo di collaborazione parlamentare con Israele”. E dalla Knesset si collegava col sito della Lega accanto ai compagni di viaggio Formentini (Lega) e Orsini (FI), magnificando “la dialettica democratica in Israele anche in questi due anni”, senza dire una parola sullo sterminio a Gaza, da lui ritenuto una fatalità causata da Hamas. Provenzano, responsabile esteri Pd, ha precisato che Fassino “non era lì per il Pd”, ma l’altro l’ha smentito: “Era una missione istituzionale e di rappresentatività parlamentare” e lui era lì come deputato Pd. Se il Pd volesse evitare che un deputato del Pd parli in veste di deputato del Pd, dovrebbe far sì che non faccia parte del Pd, non candidandolo prima o espellendolo dopo. Se no quello continuerà a parlare a nome del Pd. Ma qui si pone il problema: che deve fare uno del Pd per essere cacciato dal Pd?
Sono almeno vent’anni che Fassino fa di tutto, ma non c’è mai riuscito. Ci provò quando chiamò Consorte per la scalata Unipol alla Bnl: “Siamo padroni di una banca?”, poi la telefonata uscì in campagna elettorale facendo perdere un sacco di voti ai Ds. Quando tenne a battesimo i 5Stelle stracciando la tessera a Grillo col famoso anatema: “Se vuol fare politica fondi un partito e vediamo quanti voti prende”. Quando tirò la volata alla Appendino al posto suo: “Se vuol fare il sindaco di Torino, si candidi e vediamo chi vince”. Quando inventò il Fatto: “Se Padellaro e Travaglio vogliono scrivere ciò che vogliono, lascino l’Unità e fondino un altro giornale”. Quando lanciò la Schlein a segretaria del Pd: “Il riformismo di Bonaccini ci farà vincere, è il segretario di cui abbiamo bisogno, ora massimo impegno per farlo eleggere”. Quando la mise subito in imbarazzo sventolando il cedolino dello stipendio e piangendo miseria perché era di soli “4.718 euro” (senza annessi e connessi). Quando, per candidarsi al settimo mandato, si scoprì veneto purosangue alla tenerà età di 72 anni e traslocò dal Po alla Laguna, dalla Fiat alla gondoeta: “Se eletto, il mio impegno prioritario sarà rappresentare in Parlamento la voce delle genti di Venezia, Treviso e Belluno” (“le genti” non si sentiva dai tempi di Costantino Nigra); e iniziò a cantare le lodi alle colate di cemento per la Milano-Cortina. Quando sgraffignò profumi al duty free di Fiumicino e si fece beccare in fragranza. Resta da capire che altro debba fare questo pover’uomo per farsi cacciare dal Pd. A meno che non lo tengano lì come amuleto portafortuna.

L'Amaca

 

Siamo uomini o coleotteri?
di Michele Serra
Nel tentativo (forse un po’ patetico, a una certa età) di non rimanere escluso da quanto dicono e pensano le generazioni successive alla mia, leggo che sarebbe in corso una vivace discussione social sulla figura del “maschio performativo”: che di primo acchito parrebbe il maschio che smania per sembrare “er mejo fico der bigoncio”, come si dice a Roma.
È invece, al contrario, il maschio che ostenta modi e gusti “femminili” con lo scopo recondito di attirare le ragazze. Un simulatore, insomma, che ha scelto la performance più subdola (la mimesi) a scopo di predazione. Un porco travestito da farfalla.
Pare che la discussione sia nata (in America) con intenzioni semi-giocose, assumendo presto i toni e la grevità di una ispezione morale — l’ennesima — sui comportamenti erotici e sentimentali.
Già Edoardo Prati, qualche giorno fa su questo giornale, si domandava se sia proprio il caso di catalogare le persone, e i loro comportamenti, con tanta pedanteria, appiccicando etichette a ciò che non è etichettabile (siamo, per fortuna, ognuno fatto alla sua maniera, e come cantava quel genio di Dalla, l’anno che verrà «faremo l’amore ognuno come gli va»).
Nell’accodarmi a Prati, vorrei porre ai partecipanti a questo dibattito, spero pochissime e pochissimi, un paio di interrogativi che li spingano a occuparsi d’altro.
Per esempio: se uno legge Jane Austen ma rutta tra un capitolo e l’altro, rientra nella categoria? E se beve una tisana, ma in canottiera traforata e con i bicipiti unti d’olio? E se suona il violino, peggio ancora la viola, ma pratica il sollevamento pesi? Infine, ultima domanda: e se la si smettesse di classificare gli umani come si classificano i coleotteri?

La mandrakata

 

Il bottino di guerra e la mandrakata Ue
DI FABIO MINI
La burocrazia europea sta puntando i piedi per sottrarre “legalmente” alla Russia 180 miliardi di euro di capitali statali depositati in Belgio per darli all’Ucraina.
Il povero governo belga e il povero responsabile di Euroclear (poveri, si fa per dire) si stanno opponendo con forza dicendo che è una cosa illegale e pericolosa per tutta l’Europa. Come da sempre fanno le banche, anche Euroclear prima vuole le garanzie europee e poi acconsente. Le garanzie riguardano il versamento in anticipo da parte degli Stati europei dell’intero ammontare del deposito russo.
I maghi europei della finanza creativa ci stanno pensando e la Von der Leyen, la Kallas e tutti i funzionari Ue troveranno una soluzione. C’è da giurarci. Perché il gioco delle tre carte non è un brevetto italiano. Tuttavia anche le garanzie europee, per quello che valgono, non possono compensare la perdita di affidabilità che pone il Belgio nella pesante situazione di vedersi annullare i mandati di deposito e dover restituire i capitali, con gli interessi. Non solo. Euroclear è anche gestore delle transazioni di titoli di 90 Stati e la perdita di affidabilità porterebbe senz’altro alla revoca di molti mandati di gestione con la perdita del controllo di trilioni di dollari. Il furto “legalizzato” dei beni di uno Stato è comunque soltanto una parte del furto che viene perpetrato con il pretesto della guerra.
C’è un dettaglio che sfugge all’attenzione degli osservatori della guerra in Ucraina. A forza di controllare di quanti centimetri avanza la Russia e quanti chilometri retrocede l’Ucraina si tralasciano o si tacciono gli effetti collaterali delle disfatte militari ancor prima che avvengano. La fuga dei responsabili non è soltanto una questione di individui, la stessa immunità richiesta e accordata con pseudo-negoziati (il crimine non dovrebbe essere negoziabile) non riguarda solo le persone, ma soprattutto i beni che questi hanno sottratto al patrimonio dello Stato. Oltre alla fuga degli oligarchi, la sottrazione di tali beni viene facilitata dalla dissoluzione delle strutture politiche, di quelle amministrative e degli organi di controllo. Non c’è stato oligarca o dittatore che non abbia trafugato quel che poteva nel momento della fuga. Quelli più accorti e astuti hanno approfittato della guerra per appropriarsi e portare altrove i beni dello Stato che avrebbero potuto servire proprio per la guerra.
I numeri della campagna anticorruzione in atto, centinaia di milioni, sono delle quisquilie in confronto ai numeri del bottino di guerra fatto da chi la perde. Valigie di banconote cambiavano di mano per un passaggio ponte sulla nave dei fuggiaschi, camionate o interi vagoni ferroviari pieni di opere d’arte passavano i confini e sorpassavano le truppe in ritirata dall’Italia o da altri Paesi per finire nei forzieri degli oligarchi e gerarchi tedeschi prima o durante la disfatta. I musei iracheni sono stati depredati di migliaia di reperti archeologici di valore inestimabile sottratti ai forzieri statali per essere venduti sul mercato nero internazionale a prezzo stracciato.
Il bottino di guerra dei vincitori è sempre stato considerato lecito, ma il furto con il pretesto bellico è stato sempre sottovalutato e raramente perseguito. Oggi in Ucraina si respira aria di disfatta. Gli oligarchi stanno scappando preceduti dal saggio trafugamento di tesori pubblici oltre all’altrettanto saggia e prolungata esportazione di denaro nei paradisi fiscali. Nei giorni della caduta di Melitopol sono spariti reperti inestimabili dal locale museo. Sequestrati dai russi o trafugati e “portati al sicuro” dagli ucraini in fuga? Fin dai primi giorni di guerra in Ucraina il rischio che interi tesori sparissero dalla circolazione è apparso e subito scomparso. Un video del tempo mostrava ucraini che s’inginocchiavano al passaggio di un furgone che si disse stesse trasportando il tesoro della cattedrale di Santa Sofia di Kiev, compreso il tabernacolo con il Santissimo Sacramento, in un posto “sicuro”, un” bunker segreto”. Per smentire questa fake news fu detto che in realtà il furgone trasportava il feretro di un eroe ucraino caduto in Donbass nel 2018. Poi si scoprì che il video risaliva al 2015. “Sono giunte informazioni che le truppe russe stanno preparando un attacco aereo sul santuario più importante del popolo ucraino dai tempi della Rus’ di Kyiv: la Cattedrale di Santa Sofia di Kyiv”, e anche in quell’occasione si parlò di trasferimenti dei tesori nei caveaux in Polonia graziosamente messi a disposizione dall’amica e alleata. Nessuno ha fatto più caso alle migliaia di furgoni che da allora vanno e vengono dall’Ucraina o a quel Suv con targa tedesca e guidato da una avvenente signora ucraina con 12-15 milioni di dollari in banconote arrestata in Svizzera nell’agosto del 2022 e subito rilasciata con tanto di scuse.
Nessuno ha controllato le centinaia di trasporti eccezionali di armi e forniture umanitarie dirette in Ucraina e gli altrettanti trasporti riservati discretamente affidati alle banche o alle “fondazioni”. E ovviamente nessuno si è mai interessato dei voli di Stato da e per l’Ucraina che da allora solcano indisturbati i cieli del globo. Ci mancherebbe. Gli “ori degli Sciti” sono di nuovo in mostra a Kiev. Erano di proprietà di alcuni musei della Crimea e ovviamente erano tenuti a Kiev.
Durante il colpo di Stato del 2014 buona parte della fantastica collezione si trovava in prestito in Olanda. Con il referendum e il ritorno della Crimea alla Russia ci sono voluti sette anni di incertezze legali per non restituire gli ori alla Crimea e darli all’Ucraina. Tutto legale. Quanti altri tesori sono stati “portati al sicuro”? Il governo di Kiev ha già svenduto gran parte del proprio patrimonio pubblico agli speculatori di guerra e chiede costantemente altri soldi non si capisce bene se per far funzionare la macchina statale o i Suv dei suoi governanti.
Il presidente ucraino va girando accumulando contratti di fornitura e acquisto di armamenti ed equipaggiamenti di ogni genere. C’è da chiedersi se gli servono per armarsi e sfamare la sua gente o per avere pezzi di carta da portare in garanzia per altri prestiti e fideiussioni con le quali aumentare a dismisura il debito pubblico già esorbitante.
Quanti squali stanno ora circolando intorno alla naufraga Ucraina pronti a sbranarla, ma soprattutto quanto è rimasto allo Stato ucraino di patrimonio nazionale che ancora veramente gli appartenga? Le indagini anti-corruzione si stanno rivolgendo ai soldi incassati illecitamente dai governanti ucraini corrotti. Non sono partite ancora quelle riferite a coloro che gli stessi hanno usato per corrompere chi gli poteva servire ad aumentare l’illecito guadagno nei singoli Paesi e nell’Unione europea. Finora sono stati individuati alcuni rivoli di corruzione, ma il fiume di sottrazione dall’interno è stato sempre in piena e non dal 2022.
Esiste un collegamento storico riscontrabile tra le fasi precedenti la disfatta e i trasferimenti di capitali, di proprietà immobiliari e beni, le false vendite, i movimenti di lingotti e altri preziosi. Ed è ormai un fatto scontato che quasi tutti i capitali e patrimoni sottratti dai leader corrotti non sono più tornati ai legittimi proprietari nemmeno quando la caduta dei loro regimi ha comportato anche quella delle loro teste.

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