sabato 22 novembre 2025

L'Amaca

 

Il complotto che non lo era
di Michele Serra
La cosa più preoccupante non è che un giornale abituato alla manipolazione della realtà a fini politici abbia definito «complotto del Quirinale» una opinione informale espressa durante una cena privata con amici.
La cosa più preoccupante è che l’intero mondo mediatico, con poche eccezioni, abbia poi adottato quella parola, «complotto», ovvero un oggettivo falso, come se fosse una notizia da confermare oppure da smentire: non essendola.
Dovrebbero esistere degli anticorpi in grado di tutelare da questo tipo di contagio ciò che ci ostiniamo a definire “informazione”: verifica delle fonti, compostezza nella forma, rispetto del lettore. È vero che, in molti casi (quello in questione, per esempio) tra giornale e lettore esiste un patto scellerato: l’unica “notizia” che interessa è quella che sputtana e infanga l’avversario politico.
Ma se la faziosità è un vizio diffuso, è anche vero che c’è un limite non detto ma ben percepibile, una specie di fairplay di fatto che dovrebbe suggerire di non avvelenare del tutto la materia prima del giornalismo, che è la conoscenza dei fatti e il loro confezionamento corretto, magari perfino in buon italiano.
Ha raccontato bene Filippo Ceccarelli l’habitat romano, molto promiscuo e molto consociativo, nel quale questo genere di gossip politico collettivo alligna e prospera, anche se nel tempo di un paio di giorni poi svanisce per lasciare spazio alla diceria successiva.
L’obiezione è che questa spensieratezza complice, tra vicini di tavolata, suona ancora più triste, e patetica, nel momento in cui il giornalismo vive la crisi strutturale più profonda e grave della sua storia. Avrebbe bisogno, per salvarsi, di riguadagnare almeno qualche briciola di autorevolezza. Meglio morire composti che sbracati.

venerdì 21 novembre 2025

Ecce Strenna!

 


Già provato prima d'iniziare il rito, a volte tragico, dei regali natalizi, ondivago e commercialmente balbuziente, ho avuto la fortuna di imbattermi nella nuova creazione della dea delle fetecchie, la pandorante dorata, il nettare del brand, la sempre ragazzina Chiara Ferragni! 

Cosa propone l'ex reginetta Mida del commercio internazionale? 

Abituata pre Balocco ad appioppare ad ignavi, completini a quattro-cinquecento euro, normalissima acqua andata a ruba a soli 7 euro - al tempo ricordo che imploravo per gli acquirenti un severo corso di rieducazione sociale in puro stile maoista -  la Nuova Chiara si lancia in una meravigliosa strenna natalizia: una candela, una semplice candela con stampato nel bicchiere il suo nome, uno stemma araldico ed il motto " It's gonna be incredible" (Sarà incredibile)

Il prezzo? Solo 39,90 euro! 

Pochissimo, una quisquilia. 

Corro subito ad accaparrarmene almeno una dozzina, perché la geniale Chiara mi è tanto, tanto, tanto simpatica. 

Commosso la ringrazio, sperando che al prossimo giro la sorte non la costringa a vendere rotoli di carta igienica. A 20 euro cadauno chiara…mente!     

Solluchero!

 




Natangelo

 



Ma siete matti?

 



Non si vogliono fermare!

 

Le cose serie e noi
DI MARCO TRAVAGLIO
Si può dire “che palle” in prima pagina? Non lo so, ma non mi viene commento migliore sulla batracomiomachia innescata dallo scoop della Verità sulle frasi dal sen fuggite al consigliere di Mattarella, che molti giornali allergici alle notizie si vantano di avere accuratamente scansato. Salvo poi riempirci pagine su pagine dal giorno dopo. Eppure è tutto piuttosto semplice: chi lavora al Quirinale deve tenere le sue idee politiche per sé o fra le quattro mura di casa. Se le spiattella in un luogo pubblico e si fa beccare, come Garofani, non gli resta che dimettersi: non per aver commesso un crimine, ma per aver messo in imbarazzo la massima istituzione del Paese che, per essere tale, dev’essere super partes. Invece qui pare che Mattarella sia più infallibile del Papa (che fra l’altro non lo è neppure per i credenti, salvo le rare volte in cui parla ex cathedra) e trasmetta pure la sua infallibilità ai suoi collaboratori, per contagio. Pur di non ammettere che Garofani l’ha fatta fuori dal vaso, si inventano “attacchi al Colle” (il mondo alla rovescia) e immancabili interferenze “ibride” russe, perché il consigliere è pure segretario del Consiglio di Difesa dove Mattarella e tutto il cucuzzaro avevano appena detto peste e corna della Russia: ergo Putin gongola e la Zakharova anche di più. Così le gazzette e i politici (poteva mancare il duo Calenda&Picierno?) irridono al “complotto” evocato dai meloniani e poi ne inventano uno ancor più ridicolo (“Ha stato Putin”).
Intanto il mondo parla di cose serie. Dopo 45 mesi di guerra Russia-Nato in Ucraina, c’è finalmente un nuovo piano di pace dopo quello sabotato a Istanbul: i 28 punti proposti da Trump a Kiev, Mosca e Ue. Zelensky, disperato fra disfatte al fronte e ladri in casa, non chiude la porta, anzi: “Lavoreremo con gli Usa sui punti del piano per garantire una fine dignitosa alla guerra. L’Ucraina sostiene le proposte di Trump”. Peskov, portavoce di Putin, idem: “Ogni momento è il migliore per una soluzione politico-diplomatica e pacifica”. Indovinate chi sabota il piano? La Ue. L’estone Kallas, che rappresenta un Paese di 1,3 milioni di abitanti e incredibilmente gestisce la politica estera europea: “Per funzionare, il piano deve coinvolgere l’Ue e l’Ucraina”. In realtà coinvolgere l’Ue (che vuole continuare la guerra per non ammettere di averla persa) e la leadership di Kiev (che perderebbe consensi se proponesse rinunce territoriali anziché subirle come un amaro calice) è il miglior modo per farlo fallire. E comunque il piano, come già per Gaza, è l’unico esistente. Si chiama “pace possibile”, non esistendo in natura la “pace giusta”. Chi lo chiama “resa” non ha ancora capito cosa dovrebbe inghiottire l’Ucraina, e l’Ue con essa, se la guerra continuasse un altro po’.

L'Amaca

 

Vi rivogliamo “on the road”
di Michele Serra
L’ordine pubblico è una cosa complicata, punto d’arrivo di tanti e tali problemi che solo a pensarci cadono le braccia. Dunque quasi ci si vergogna a dire che in attesa di straordinarie riforme, benemerite campagne educative, geniali innovazioni legislative, terapie vigorose contro le tossicodipendenze, ci sarebbe una piccola grande cosa che si potrebbe fare subito, non dico da domattina ma quasi: ed è la presenza quotidiana di polizia, carabinieri e vigili urbani nelle strade e nei quartieri.
Nel vivace (molto vivace) quartiere milanese dove ho casa, con lo spaccio che fa spicco tra altre fiorenti attività economiche e ricreative, vedere in mezzo alla gente una divisa è una circostanza rarissima. Peccato, perché quello è un ruolo insostituibile di protezione, deterrenza, soccorso; è la presenza concreta e manifesta dello Stato e della Città; e la sua rarefazione non aiuta a vivere più sereni.
Ignoro i costi che avrebbe raddoppiare (almeno) la presenza delle forze dell’ordine per le strade; e immagino quanto faticoso sarebbe sburocratizzare benemeriti corpi militari e civili costretti a disporre davanti ai computer interi eserciti, così che poi, per forza, non restano tempo e persone per il lavoro “vero”, quello in mezzo alla gente. (Parentesi: chiedete a un medico di base quante ore passa a fare il burocrate e quante a fare il dottore, che sarebbe poi il suo mestiere).
Mi domando: quanto manca al magico giorno in cui algoritmi e intelligenze artificiali potranno provvedere alle scartoffie, così che polizia e vigili possano tornare in mezzo a noi, per la strada, on the road again?