sabato 15 novembre 2025

Pusillanimi

 

Il silenzio è d’oro
DI MARCO TRAVAGLIO
La notizia che a Kiev, mentre i soldati vengono mandati al macello senza più uno scopo, i fedelissimi di Zelensky rubano tutto il rubabile dai fondi e dalle armi inviati da Nato e Ue senz’alcun controllo, viene accolta in Italia e nel resto d’Europa con un misto di sorpresa e incredulità. Ma come: noi paghiamo, gli ucraini crepano e il regime sguazza tra mazzette e water, bidet e rubinetti d’oro massiccio? Ma Zelensky non era il “nuovo Churchill” (Nancy Pelosi e Messaggero), il “De Gaulle ucraino” (Prospect Magazine), il redivivo “Scipione l’Africano” (Minzolini, Giornale)? E la sua Ucraina non era “incorruttibile” (Zafesova, Stampa)? In realtà bastava leggere l’inchiesta internazionale “Pandora Papers” del 2021 per sapere che Zelensky è una creatura dell’oligarca, prima latitante e ora detenuto, Ihor Kolomoisky, re dei metalli, finanziatore di milizie fascio-nazi (dall’Azov al Dnipro) e titolare della tv 1+1 che lo lanciò; e che il presidente ucraino ha una villa a Forte dei Marmi con 6 camere da letto, 15 stanze, parco e piscina, acquistata nel 2017 per 3,8 milioni, intestata a una società italiana controllata da una cipriota e mai dichiarata prima dell’elezione nel 2019, come pure una delle quattro offshore controllate da lui e dai suoi soci nella casa di produzione Kvartal95 con conti correnti in vari paradisi fiscali (Isole Vergini, Cipro e Belize). Uno dei soci, Timur Mindich, che fino all’altrogiorno ospitava Zelensky in casa sua, è l’uomo dal cesso d’oro e dalle credenze piene di pacchi di banconote da 200 euro, esentato dalla naja malgrado l’età da leva e appena fuggito all’estero grazie a una soffiata per scampare all’arresto: sarebbe il regista del sistema tangentizio che grassava il 10-15% di ogni appalto per il sistema elettrico. Che, non bastando i bombardamenti russi, veniva rapinato dal regime, come i fondi per le uniformi e persino i 170 milioni versati dalla Nato per costruire trincee di legno.
Notizie che non possono che galvanizzare il morale delle truppe superstiti intrappolate nelle sacche russe da Pokrovsk a Kupyansk, in attesa che Zelensky e il generale Syrsky (una sorta di Alì il Chimico o il Comico ucraino) la smettano di millantare successi e resistenze o di incolpare la nebbia e suonino la ritirata finché ci sarà qualcuno vivo da ritirare. Dinanzi alla disfatta militare e morale dell’Ucraina con i nostri soldi, i governi europei tacciono imbarazzati. Per promettere altri soldi, vista la fine che fanno, attendono tutti che la gente dimentichi le foto dei cessi d’oro. Tutti tranne uno, il più sveglio della compagnia: Antonio Tajani che, temendo di essere preceduto da qualcun altro, si affretta ad annunciare “un nuovo pacchetto di aiuti a Kiev nelle prossime ore”. Casomai non sapessero più cosa rubare.

L'Amaca

 

La cultura è dei colti
di Michele Serra
Nella discussa vicenda dei tagli al cinema decisi dal ministro della Cultura (e anche del cinema) Giuli, l’aspetto deprimente è la prevedibilità. Vecchia storia: poiché la destra si sente discriminata nel mondo della cultura e dell’arte, si vendica usando il potere politico come strumento di rappresaglia. Tal quale il rozzo Trump, che taglia i fondi alle università perché non gli sono fedeli (ovvero: perché fanno il loro mestiere, che non è ossequiare il potere politico).
È uno schemino risaputo e neppure troppo dissimulato. Ma, come tutti gli schemini, è una lettura sicuramente non abbastanza fedele alla realtà delle cose. Molte possibili varianti, e sfumature, avrebbero bisogno di essere messe in luce: ma non sarà possibile farlo fino a che qualcosa, o qualcuno, non metterà in discussione il presupposto stesso di questo stupido gioco delle parti. E il presupposto è che per farsi largo in campo culturale e artistico sia obbligatorio essere di sinistra (e viceversa: che la destra sia, intellettualmente parlando, rappresentata da Briatore).
Non è vero che la cultura — e l’arte, il cinema, il teatro — siano “di sinistra” per partito preso. È una fola messa in giro da mediocri, incapaci di attribuire alla propria mediocrità lo scarso successo. Ma fino a che lo diciamo noi di sinistra, che non è vero, non vale: non fa che confermare lo schemino di cui sopra. Si attende, dunque, uno di destra che finalmente dica: piantiamola con questa storia, la cultura è di tutti, e soprattutto la cultura è dei colti. Di chi legge, pensa, studia. Uno che potrebbe finalmente dirlo, per esempio, è proprio il ministro Giuli. Lo spieghi ai suoi, che la cultura è una fatica aperta a tutti. La facciano, una buona volta, questa fatica. Troppo facile piantare le tende alla Rai. Poi bisogna farla, la Rai.

venerdì 14 novembre 2025

Vai Joe!

 


E poi, per lisciare il pelo all’anima come solo il miglior barbaresco sa fare al berbero prima del Palio a Siena, ecco spuntare, tra gli innumerevoli rutti musicali di cui questo tempo è pregno, questo cammeo abbacinante, fluido ringalluzzente core e anima, impreziosito da quel Joe Bonamassa che sta alla chitarra come il tuorlo alla carbonara.

Non ci credo!

 



Differenziata per pochi

 



Proroga

 


Precisazioni deontologiche

 

Risposta sbagliata
DI MARCO TRAVAGLIO
Dopo il cronista licenziato per domanda sbagliata (che in realtà era giusta: perché la Russia dovrebbe pagare la ricostruzione dell’Ucraina e Israele non dovrebbe pagare quella di Gaza?), il giornalismo italiano tocca un’altra vetta inesplorata: l’intervista censurata per risposte sbagliate. L’intervistato è il ministro degli Esteri russo Lavrov: il Corriere gli aveva inviato una serie di domande scritte, a cui il ministro ha dato altrettante risposte scritte. Ma il Corriere – dice Lavrov – gli ha comunicato che le sue risposte “contengono troppe affermazioni discutibili che devono essere verificate o chiarite e la loro pubblicazione andrebbe oltre i limiti ragionevoli”. Lavrov ha proposto di pubblicare “una versione abbreviata nel cartaceo e il testo completo sul sito”, ma invano. Si pensava che la sua fosse l’ennesima puntata della famosa guerra ibrida di Mosca contro l’Italia e la sua libera stampa. Poi però il Corriere ha confermato tutto: Lavrov “ha risposto alle domande inviate preliminarmente dal Corriere con un testo sterminato pieno di accuse e tesi propagandistiche. Alla nostra richiesta di poter svolgere una vera intervista col contraddittorio e la contestazione dei punti che ritenevamo andassero approfonditi, il ministero ha opposto un rifiuto categorico. Evidentemente pensava di applicare a un giornale italiano gli stessi criteri di un Paese come la Russia dove la libertà d’informazione è stata cancellata. Quando il ministro vorrà fare un’intervista secondo i canoni di un giornalismo libero e indipendente saremo sempre disponibili”.
Già, ma è stato il Corriere a chiedere un’intervista a Lavrov, non viceversa. E di solito, quando si intervista qualcuno, è per sapere come la pensa lui, non per dirgli come deve pensarla. Se il Corriere voleva porgli tutte le sacrosante obiezioni con le famose “seconde domande”, doveva chiedergli un’intervista orale. Purtroppo gli ha inviato le domande scritte e poi ci è rimasto male perché Lavrov non elogia Zelensky, la Nato e l’Ue, non insulta Putin, non attacca la Russia, insomma la pensa come il governo di cui fa parte. Roba da non credere, eh? A quel punto, fatta la frittata, non restava che pubblicare le risposte di Lavrov, magari aggiungendo commenti critici e fact checking (cosa che peraltro non si usa con i politici italiani ed europei che mentono, cioè quasi tutti). Invece l’intervista l’ha pubblicata Lavrov sul web, trasformando l’assist del Corriere in un gol a porta vuota. Come la Bbc col montaggio tarocco del discorso di Trump. Se il Corriere voleva dimostrare che la Russia ha abolito la libera stampa (come se servissero altre prove), ha ottenuto l’effetto opposto: dimostrare che in Occidente la libera stampa se la passa maluccio. Come se servissero altre prove.