sabato 15 novembre 2025

Voglia di populismo

 



Natangelo

 



A proposito di...

 

Il progetto di Licio Gelli era vanificare la democrazia
DI ADRIANO SANSA
La Loggia P2 era oscura e corruttrice. È credibile che qualcuno dei suoi progetti fosse indirizzato al bene comune? Oppure tutto tendeva a consumare dall’interno le istituzioni, per asservirle a un sistema di potere invisibile capace di vanificare la democrazia? Ora si capisce che i più giovani possano non avere presente il contesto di quegli anni drammatici e la vicenda del ritrovamento di quell’elenco, penoso e pauroso insieme. Ma poiché siamo un Paese dall’età media elevata, bisogna pensare che la maggior parte di noi ricordi e sappia. Alla loggia P2 erano iscritti esponenti di tutti i poteri dello Stato e vari personaggi di ogni settore della vita nazionale, accomunati da un disegno eversivo, pericoloso e vergognoso. Alcuni dei vertici dei corpi armati confermavano la complessità e le profonde diramazioni del disegno. Non tutto si è potuto chiarire, ma ciò che è emerso, anche a proposito del suo ruolo nella macchinazione delle stragi, basta a dire che la P2 fu un tradimento delle istituzioni della Repubblica.
Nei piani scoperti dai magistrati milanesi era prevista anche la separazione delle carriere, quella stessa sulla quale ora si dovranno pronunciare gli italiani. Mi domando, e domando ai miei concittadini: come potete, come avete potuto così spesso dimenticare che si sta realizzando ora un risultato cui mirava una ramificata banda di corrotti, corruttori, traditori e delinquenti?

Pusillanimi

 

Il silenzio è d’oro
DI MARCO TRAVAGLIO
La notizia che a Kiev, mentre i soldati vengono mandati al macello senza più uno scopo, i fedelissimi di Zelensky rubano tutto il rubabile dai fondi e dalle armi inviati da Nato e Ue senz’alcun controllo, viene accolta in Italia e nel resto d’Europa con un misto di sorpresa e incredulità. Ma come: noi paghiamo, gli ucraini crepano e il regime sguazza tra mazzette e water, bidet e rubinetti d’oro massiccio? Ma Zelensky non era il “nuovo Churchill” (Nancy Pelosi e Messaggero), il “De Gaulle ucraino” (Prospect Magazine), il redivivo “Scipione l’Africano” (Minzolini, Giornale)? E la sua Ucraina non era “incorruttibile” (Zafesova, Stampa)? In realtà bastava leggere l’inchiesta internazionale “Pandora Papers” del 2021 per sapere che Zelensky è una creatura dell’oligarca, prima latitante e ora detenuto, Ihor Kolomoisky, re dei metalli, finanziatore di milizie fascio-nazi (dall’Azov al Dnipro) e titolare della tv 1+1 che lo lanciò; e che il presidente ucraino ha una villa a Forte dei Marmi con 6 camere da letto, 15 stanze, parco e piscina, acquistata nel 2017 per 3,8 milioni, intestata a una società italiana controllata da una cipriota e mai dichiarata prima dell’elezione nel 2019, come pure una delle quattro offshore controllate da lui e dai suoi soci nella casa di produzione Kvartal95 con conti correnti in vari paradisi fiscali (Isole Vergini, Cipro e Belize). Uno dei soci, Timur Mindich, che fino all’altrogiorno ospitava Zelensky in casa sua, è l’uomo dal cesso d’oro e dalle credenze piene di pacchi di banconote da 200 euro, esentato dalla naja malgrado l’età da leva e appena fuggito all’estero grazie a una soffiata per scampare all’arresto: sarebbe il regista del sistema tangentizio che grassava il 10-15% di ogni appalto per il sistema elettrico. Che, non bastando i bombardamenti russi, veniva rapinato dal regime, come i fondi per le uniformi e persino i 170 milioni versati dalla Nato per costruire trincee di legno.
Notizie che non possono che galvanizzare il morale delle truppe superstiti intrappolate nelle sacche russe da Pokrovsk a Kupyansk, in attesa che Zelensky e il generale Syrsky (una sorta di Alì il Chimico o il Comico ucraino) la smettano di millantare successi e resistenze o di incolpare la nebbia e suonino la ritirata finché ci sarà qualcuno vivo da ritirare. Dinanzi alla disfatta militare e morale dell’Ucraina con i nostri soldi, i governi europei tacciono imbarazzati. Per promettere altri soldi, vista la fine che fanno, attendono tutti che la gente dimentichi le foto dei cessi d’oro. Tutti tranne uno, il più sveglio della compagnia: Antonio Tajani che, temendo di essere preceduto da qualcun altro, si affretta ad annunciare “un nuovo pacchetto di aiuti a Kiev nelle prossime ore”. Casomai non sapessero più cosa rubare.

L'Amaca

 

La cultura è dei colti
di Michele Serra
Nella discussa vicenda dei tagli al cinema decisi dal ministro della Cultura (e anche del cinema) Giuli, l’aspetto deprimente è la prevedibilità. Vecchia storia: poiché la destra si sente discriminata nel mondo della cultura e dell’arte, si vendica usando il potere politico come strumento di rappresaglia. Tal quale il rozzo Trump, che taglia i fondi alle università perché non gli sono fedeli (ovvero: perché fanno il loro mestiere, che non è ossequiare il potere politico).
È uno schemino risaputo e neppure troppo dissimulato. Ma, come tutti gli schemini, è una lettura sicuramente non abbastanza fedele alla realtà delle cose. Molte possibili varianti, e sfumature, avrebbero bisogno di essere messe in luce: ma non sarà possibile farlo fino a che qualcosa, o qualcuno, non metterà in discussione il presupposto stesso di questo stupido gioco delle parti. E il presupposto è che per farsi largo in campo culturale e artistico sia obbligatorio essere di sinistra (e viceversa: che la destra sia, intellettualmente parlando, rappresentata da Briatore).
Non è vero che la cultura — e l’arte, il cinema, il teatro — siano “di sinistra” per partito preso. È una fola messa in giro da mediocri, incapaci di attribuire alla propria mediocrità lo scarso successo. Ma fino a che lo diciamo noi di sinistra, che non è vero, non vale: non fa che confermare lo schemino di cui sopra. Si attende, dunque, uno di destra che finalmente dica: piantiamola con questa storia, la cultura è di tutti, e soprattutto la cultura è dei colti. Di chi legge, pensa, studia. Uno che potrebbe finalmente dirlo, per esempio, è proprio il ministro Giuli. Lo spieghi ai suoi, che la cultura è una fatica aperta a tutti. La facciano, una buona volta, questa fatica. Troppo facile piantare le tende alla Rai. Poi bisogna farla, la Rai.

venerdì 14 novembre 2025

Vai Joe!

 


E poi, per lisciare il pelo all’anima come solo il miglior barbaresco sa fare al berbero prima del Palio a Siena, ecco spuntare, tra gli innumerevoli rutti musicali di cui questo tempo è pregno, questo cammeo abbacinante, fluido ringalluzzente core e anima, impreziosito da quel Joe Bonamassa che sta alla chitarra come il tuorlo alla carbonara.

Non ci credo!