lunedì 3 novembre 2025

Ma davvero?

 



I distruttori ricchi

 

Abbigliamento in crisi, ma i Benetton ridono
DI GIANNI DRAGONI
Poco ci manca che facciano una banca. Ma l’ultima trovata dei Benetton per far soldi ci assomiglia: vogliono entrare nella gestione dei patrimoni finanziari, l’“asset management”, in pratica la gestione del risparmio degli italiani. A più di sette anni dal crollo del Ponte Morandi, una strage con 43 morti ancora senza colpevoli, i Benetton proseguono la marcia trionfale verso il profitto. L’obiettivo è gestire tre miliardi di euro nella prima fase e arrivare a 10-15 miliardi entro cinque anni. D’altra parte la famiglia veneta è sempre più ricca e incassa dividendi in crescita dall’impero che fa capo alla holding Edizione (autostrade, aeroporti, autogrill, immobili, finanza), ma chiedono ulteriori sacrifici ai lavoratori di Benetton Group, l’azienda di abbigliamento da cui tutto era cominciato.
L’ultima tappa del calvario è il contratto di solidarietà al 90% per 80 dipendenti per due mesi, novembre e dicembre, dopo che 400 persone sono già uscite con misure “volontarie”. Per questo il 27 ottobre c’è stato uno sciopero di due ore a Castrette di Villorba, la sede centrale, il primo sciopero dopo 30 anni. I sindacati hanno chiesto all’ad Claudio Sforza di spalmare il sacrificio sull’intero organico di 800 dipendenti.
Per i Benetton questo sarà forse solo un piccolo fastidio che disturba la loro immagine buonista, peraltro già offuscata dal crollo del ponte a Genova, ma il problema è serio. Nel maggio 2024 Luciano Benetton aveva denunciato il “buco” nei conti di Benetton Group scaricando le colpe sull’ad, Massimo Renon, con una tecnica tipica della famiglia. Per le scarse manutenzioni autostradali che, secondo l’accusa nel processo a Genova, sarebbero la causa del crollo del Morandi, i Benetton hanno dato la colpa all’ex ad di Aspi, Giovanni Castellucci. Il pm ne ha chiesto la condanna a 18 anni e sei mesi di reclusione.
Nell’azienda di abbigliamento Luciano era tornato come presidente operativo nel 2018, ma quando è divampata la crisi ha detto che non si era accorto di nulla. Cacciato Renon il nuovo ad, Sforza, in carica dal 4 giugno 2024, ha presentato un piano di ristrutturazione, cigs, riduzione di organico e dei negozi. Da Treviso nel maggio scorso è stato diffuso un messaggio di miglioramento, nel 2024 le perdita netta consolidata di Benetton Group è di -100 milioni, più che dimezzata rispetto ai -235 milioni del 2023, addossati alla precedente gestione. Ma il miglioramento è meno rilevante di quanto appaia da queste cifre, enfatizzate dai principali mezzi di informazione, generosamente innaffiati dalla pubblicità di “United Colors”. Le vendite sono diminuite, il fatturato consolidato si è contratto del 9,7% a 917 milioni. Inoltre nel 2023 erano stati caricati oneri non ricorrenti e svalutazioni, la tipica pulizia di bilancio. Quest’anno nel primo semestre le perdite nette sono diminuite a -37 milioni, rispetto a -66,5 milioni l’anno scorso.
Nel 2024 Edizione ha ricapitalizzato Benetton versando 90 milioni. Il deterioramento dei conti ha creato un problema con la Sace, la società pubblica che aveva garantito al 90% un finanziamento bancario in pool di 135 milioni a tasso variabile ottenuto da Benetton in base al decreto Liquidità dell’aprile 2020. Già a fine 2023 non erano state rispettate alcune clausole del contratto di finanziamento (“covenant finanziari”) e così il 4 dicembre 2024 Benetton ha rimborsato il prestito in anticipo, rispetto alla scadenza del 31 marzo 2027. I soldi li ha forniti la capogruppo Edizione, non più però con un’iniezione di capitale ma con un finanziamento di 110 milioni fruttifero. Questo vuol dire che la Benetton in crisi deve pagare gli interessi ai suoi padroni.
Secondo l’azienda il pareggio di bilancio è previsto a fine 2026. Nel bilancio consolidato di Benetton si scopre che sono triplicati i compensi agli amministratori e organi di controllo, da 349mila euro del 2023 a 1,052 milioni nel 2024.
A parte questo fastidio, per i Benetton il problema, si fa per dire, è rendere ancora più profittevoli le loro ricchezze, dilatate dagli 8,3 miliardi che la loro principale società, Mundys, l’ex Atlantia, di cui possiedono il 57%, ha incassato dallo Stato – secondo un accordo approvato dai governi Conte 2 e Draghi – con la vendita di Autostrade per l’Italia (Aspi) a una cordata controllata dalla Cdp (al 51%) per evitare il rischio di revoca della concessione. Per il crollo del Morandi nessun componente della famiglia è stato indagato.
Il piano “asset management” è stato rivelato dal Sole 24 Ore il 21 ottobre. Verrà costituita una “newco”, inizialmente controllata al 100% da Edizione, la holding posseduta dai quattro rami della famiglia. L’obiettivo è di avere due soci di minoranza, uno sarebbe in famiglia, 21 Invest, il giocattolo di Alessandro Benetton, il figlio di Luciano che è presidente di Edizione e vicepresidente di Mundys. L’altro socio sarebbe Tages, società fondata e guidata da Panfilo Tarantelli. La nuova creatura sarebbe una Sgr, cioè una società di gestione del risparmio, soggetta alla vigilanza della Banca d’Italia che dovrà autorizzare l’operazione.
Lo scorso 24 giugno l’assemblea di Edizione ha deliberato un aumento del 10% del dividendo versato alla famiglia, da 100 milioni a 110 milioni e 10mila euro. Dal crollo del Ponte a oggi i Benetton hanno intascato 560 milioni di cedole. Nel bilancio 2024 di Edizione si scopre che i “compensi agli organi sociali” sono aumentati da 3,3 a 5,2 milioni, “l’incremento è attribuibile ai piani di incentivazione della società”. I beneficiari sono soprattutto Alessandro Benetton e l’ad di Edizione, Enrico Laghi, il commercialista romano che è stato commissario di Alitalia e Ilva.

domenica 2 novembre 2025

Prosit!

 


La Messa di Rai 1 della domenica per certi versi agevola al buddismo… ad esempio questo vescovo che dice “avevo fame e non mi avete dato da mangiare” apre ad una riflessione sul cibo introiettato ad minchiam e di cui anch’io sono portatore insano. La corale profuma di lacca anche dalla tv, la cantante del salmo deve essersi alzata alle 5 per curare tutta l’impalcatura montata. S’avverte nel rito la smania di apparire tramite il mezzo televisivo. Le vesti preziose e lo sfavillio dell’oro agevolano quanto detto. Prosit!

Prima Pagina

 



Giorgia senti Caselli

 

Giorgia, lo sai di ispirarti a Gelli anziché a Borsellino?
DI GIAN CARLO CASELLI
Giorgia Meloni ha spesso rivendicato di essersi dedicata alla politica subito dopo la strage mafiosa di via d’Amelio in cui perse la vita – insieme alla sua scorta – Paolo Borsellino. Aver scelto questo grande magistrato come figura di riferimento le fa indubbiamente onore. Ma la sua ossessione per la separazione delle carriere fra Pm e giudici non è in sintonia con tale scelta, come ha ben dimostrato ieri Antonella Mascali su questo giornale.
Ma oltre a ignorare (o non tenere in alcun conto) il pensiero di Paolo Borsellino, Giorgia Meloni ignora (o non tiene in alcun conto) un altro dato importante: nero su bianco, la separazione delle carriere si trova già scritta – come obiettivo da raggiungere insieme alla sottomissione del Pm al potere esecutivo e alla riforma del Csm – nel “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli sequestrato nel 1981.
Ora, sarebbe ben strano se nessuno a Palazzo Chigi – a partire dallo zelante Guardasigilli Carlo Nordio – avesse messo in guardia Giorgia Meloni sulla inopportunità di mostrarsi d’accordo con lo squalificato e impresentabile Licio Gelli.
Ma ancor più strano sarebbe se la premier, nonostante l’avvertimento che il progetto di separazione affonda le sue radici nel terreno a dir poco melmoso praticato dal venerabile capo della P2, lo avesse ugualmente sponsorizzato, fino a celebrarne l’approvazione come una vittoria epocale del suo governo. Un bel rebus, che solo Giorgia Meloni potrebbe risolvere: magari degnandosi di rispondere, una buona volta, alle domande di una conferenza stampa…

Biograficamente

 

Antonio Di Dietro
DI MARCO TRAVAGLIO
“La separazione delle carriere è il primo passo per trasferire la magistratura inquirente sotto controllo dell’esecutivo… Non sono le carriere, ma i comportamenti che fanno la differenza. Anche un pm e un avvocato possono trovarsi imputati perché si son messi d’accordo” (4.2.2000). “Si vorrebbe imporre, per garantire l’imparzialità del giudice, la separazione non fra potere giudiziario e politico, ma fra magistrati inquirenti e giudicanti: così le inchieste contro la corruzione e il potere politico non si potranno più fare con serenità” (15.3.2000). “Voterò no al referendum per separare le carriere” (15.5.2000). “La Giustizia ha bisogno di interventi radicalmente opposti a quelli sbandierati dal Polo: non la separazione delle carriere e lo snaturamento del Csm aumentando i membri di nomina politica” (13.1.03). “La divisione delle carriere impedirà la fisiologica trasmigrazione tra pm e giudici, con grave danno per le professionalità e la libertà di scelta dei magistrati” (8.3.03). “Il processo di Milano (a Berlusconi e Previti per corruzione di giudici, ndr) dimostra che a carriere unite possono accadere cose turche. In primo grado ha dimostrato che degli avvocati possono corrompere dei giudici. Più separate di così, le carriere, si muore! Il problema non sono le carriere, ma la deontologia professionale, la moralità di chi svolge incarichi pubblici delicati” (4.5.03). “Il centrodestra vuole separare le carriere per mettere sotto controllo dell’esecutivo la magistratura. È il vecchio piano di Licio Gelli, poi ripreso dal libro rosso di Previti” (24.3.04). “Il ministro Alfano vuole separare le carriere in violazione del dettato costituzionale. La Giustizia affidata al governo Berlusconi è come un pronto soccorso lasciato in balìa di Dracula” (4.6.08). “Berlusconi lasci stare Falcone, è come il diavolo che parla dell’acqua santa. I problemi della Giustizia sono la mancanza di fondi e di personale, non la mancata separazione delle carriere. Così si vuole solo sottomettere la giustizia al potere politico e segnare la fine della certezza del diritto” (21.8.08). “La separazione delle carriere è l’anticamera della fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, attraverso il controllo dell’esecutivo sul pm. È una proposta gravissima perché farebbe crollare uno dei cardini della Costituzione: l’autonomia della magistratura” (15.7.13).
Così parlò per tutta la vita Antonio Di Pietro: idee chiarissime contro tutte le bicamerali e le schiforme di ogni colore. Poi un giorno qualcuno lo convinse che era sempre stato favorevole alla separazione delle carriere e lui non solo cominciò a dire il contrario di ciò che aveva sempre pensato, ma entrò persino nel Comitato del Sì alla schiforma Nordio. Chissà com’è successo.

L'Amaca

 

La privatizzazione dell’odio
di Michele Serra
Fatico molto a capire il significato politico, chiamiamolo così, del “caso delle tre femministe” (prendendo per buona la definizione giornalistica della vicenda) accusate di stalking. Intanto mi disorienta la confusione totale tra parola pubblica e parola privata, non capisco più che cosa viene detto o scritto per essere condiviso “da tutti”, che cosa dalla propria “bolla”, che cosa dalla propria cerchia intima. Non aiuta l’uso molto disinvolto delle intercettazioni.
Posso solo dire che, se in questa difficoltà di lettura pesano sicuramente la mia età e la lontananza dai social, avverto con un senso di sollievo l’esserne fuori. (Sarà viltà, sarà l’indubbio privilegio di avere da molti anni il mio piccolo pulpito, fatto sta che ogni volta che leggo di questi dolorosi incidenti mi rallegro di avere evitato quei luoghi).
Al netto di questa scarsa confidenza con il contesto, se mi attengo al testo la confusione, se possibile, aumenta. Non trovo una chiave di lettura — auguro alle protagoniste di averne una. C’è un livello di odio e di disprezzo umano molto alto, questo sì, di molte e molti nei confronti di molte e molti, questo lo capisco anche io. Ma le ragioni di quell’odio e di quel disprezzo? Non esistono destra/sinistra, non percepibili moventi culturali (tantomeno la misoginia: in primo piano ci sono donne che accusano donne). E dunque?
L’impressione è di un tutte contro tutte, tutti contro tutti, persone che odiano persone. L’odio ideologico non era migliore di questo odio umano indiscriminato e capillare. Aveva un solo vantaggio: era leggibile. Questo odio minuto, spalmato sulle singole persone, non richiama la politica, neppure nelle sue peggiori espressioni. Richiama il caos.