mercoledì 29 ottobre 2025

Robecchi

 

Donald Real Estate. L’edilizia à gogo: la sala da ballo dorata del trumpismo
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Chiedo scusa se mi occupo di edilizia, che è una cosa abbastanza importante e, in subordine di Donald Trump, il presidente più “edilizio” della storia, dato che ha fatto parecchi soldi proprio con le costruzioni, soldi che gli hanno permesso di arrivare alla Casa Bianca per due volte, un posto eccellente per occuparsi di edilizia. Non si contano gli interventi e i comizi del presidente in materia, il più famoso dei quali avvenne nel settembre scorso, all’Onu. Erano (e sono) momenti drammatici, con una guerra in corso alle porte dell’Europa – guerra che aveva promesso di far finire in ventiquattr’ore – e un genocidio in corso in Palestina, con la sua amministrazione che forniva (e fornisce) armi agli autori della carneficina. Insomma, ce n’erano cose da dire, ma lui cominciò il suo discorso in veste di geometra-capo, ricordando che molti anni prima le sue imprese avevano proposto un progetto da 500 milioni di dollari per rifare il palazzo, ma l’Onu, manigoldo, aveva rifiutato. “Vi darò marmo e pareti in mogano”, aveva promesso lui, e invece niente, maledizione: il suo discorso “storico” aveva così preso una piega offesa e vittimista, e disse più o meno le cose che dice l’idraulico quando lo chiamate: che l’idraulico prima era un fesso e che dovevate incaricare lui da subito. Un classico.
Altro giro, altra corsa per i progetti della famosa riviera di Gaza, quando Donald postò il famoso video sulla ricostruzione del luogo del genocidio: grattacieli, palazzi, casinò e tutto il campionario di ispirazione Las Vegas, compresa la statua d’oro con le sue sembianze e i dollari che piovevano dal cielo. Una terra martoriata, un cimitero, un mattatoio, trasformato in Real Estate, buoni affari e una Montecarlo mediorientale prossima ventura (spoiler: no, per i palestinesi non c’era posto, ma sarebbero serviti parecchi muratori). Il sogno passò per una pessima provocazione, ma non tutti ci hanno rinunciato definitivamente. Tramontata (molti anni fa) la ristrutturazione del Palazzo di vetro a New York e in stand-by la riviera di Gaza, Donald si concentra dunque sul giardino di casa, non in metafora (il Sudamerica), ma quello vero, quello della Casa Bianca, con pesanti lavori di ristrutturazione che prevedono la già ultimata demolizione dell’ala est per far posto a una magnifica sala da ballo, più di 8.300 metri quadrati, posti a sedere per 650 persone. Un progettino niente male i cui costi sono già lievitati (da 200 milioni, a 250, e ora stimati a 350). Lo stile, per quanto neoclassico in linea con il corpo principale dell’edificio storico, è decisamente San Siro-Babilonese, enorme e sproporzionato, e in più dotato di tutti quei fregi in marmo, stucchi vari e oro che piacciono tanto allo spirito sobrio e misurato di Trump: in confronto il salotto dei Casamonica era una faccenda minimal-chic. Qualcuno ha provato a sollevare questioni di lana caprina, come vincoli storici, permessi, sovrintendenze e altre piccolezze assurde “de sinistra”, ma il presidente e i suoi consiglieri hanno tirato dritto, più concentrati su come raccattare soldi per i lavori, che naturalmente sono arrivati a pioggia. Si fanno i nomi, come finanziatori, di Microsoft, Apple, Amazon e altri giganti, ben contenti di partecipare alle spese. Tutta gente che avrà poi, naturalmente, qualche ringraziamento speciale. Un po’ come quando la zia Pina vi regalò le tende per la casa nuova, e da allora, dite la verità, è la vostra zia preferita, anche se non siete – mannaggia – i padroni del mondo.

Garante del c...!

 

Notoria dipendenza
DI MARCO TRAVAGLIO
La sconcezza del “garante della privacy” Agostino Ghiglia a rapporto nella sede FdI poco prima di votare la multa da 150 mila euro a Report s’è chiusa, per ora, a tarallucci e vino. Ghiglia ha detto di aver fatto tutto nella massima trasparenza: doveva parlare di libri con Italo Bocchino (e con chi se no) e ha incrociato di sfuggita Arianna Meloni nella sede del suo partito. In effetti, in quale altra sede avrebbe dovuto recarsi: quella del Pd o dei 5S? Il piccolo problema è che la legge impone “figure di notoria indipendenza” per le autorità di garanzia, mentre lui – ex parlamentare e dirigente Msi, An e FdI – è di notoria dipendenza. Come quasi tutti i membri delle “authority”, ridotte a cronicario per politici trombati o in via di riciclo. Quindi lo scandalo non è Ghiglia nella sede di FdI, ma nell’ufficio del Garante della Privacy. Vengono le lacrime agli occhi a pensare chi ne fu il primo presidente: Stefano Rodotà, un giurista che si sarebbe fatto uccidere per non subire pressioni politiche. Dopo di lui, il diluvio. Gli subentrò Soro, ex capogruppo del Pd, e trovò già lì l’ex deputato verde Paissan. Intanto all’Antitrust era planato Guazzaloca, ex sindaco di destra a Bologna appena sconfitto, ma soprattutto macellaio. Alla Consob regnò il forzista Vegas, passato senza fare un plissé da viceministro di B. ad arbitro dei mercati finanziari. In Consob c’è pure Gabriella Alemanno: non omonima, ma sorella di Gianni. Poi c’è l’Agcom: B. ci piazzò il manager di Publitalia e deputato forzista Martusciello nonché il dirigente Mediaset e sottosegretario Innocenzi; la Lega il suo parlamentare Capitanio. Poi arrivò Monti e nominò presidente un suo ex collaboratore in Ue, Cardani, seguito dal dem Giacomelli, sottosegretario uscente di Gentiloni. Quanto all’Antitrust, è guidata da Roberto Rustichelli, ex consigliere del governo B. e magistrato (un ossimoro).
Ma il caso più strepitoso è quello di Giancarlo Innocenzi, detto “Inox”, all’Agcom. Nel 2009 la Procura di Trani lo intercetta mentre B. gli detta un nuovo editto bulgaro: “Chiudiamo tutto, non solo Santoro: aprite il fuoco su tutte le trasmissioni di questo tipo”. Inclusa la Dandini. Lo incalza, lo cazzia, lo stalkerizza. Inox è disperato: “Berlusconi mi fa uno shampoo dopo l’altro e mi manda a fare in culo due volte al giorno”. Mobilita altri commissari. Vuole che il presidente Calabrò minacci la Rai con una multa del 3% sul fatturato (90 milioni). Persino Mauro Masi, Ad berlusconiano della Rai, definisce la pretesa di B. “roba che nemmeno nello Zimbabwe”. Ma l’anno dopo sia Santoro sia Dandini spariscono dalla Rai. Questo sono le “authority”: un Var gestito da Juve, Milan, Inter, Roma e Napoli. O le aboliamo, o cacciamo i partiti, o la smettiamo di meravigliarci.

L'Amaca

 

Nuove tecnologie, vecchia idiozia
di Michele Serra
Molti anni fa uno di quei cataloghi (cartacei) dove si vendeva qualunque patacca, a partire dalle mitiche “scimmie di mare”, proponeva per poche lire anche una specie di “binocolo magico” che prometteva di vedere, attraverso le pareti, le donne nude. Come nei baracconi ottocenteschi, la truffa e la credulità procedono sempre a braccetto.
Il nudo femminile, prima che la pornografia diventasse uno dei beni di consumo correnti, era mitizzato. Pierino che guarda dal buco della serratura la ragazza fiorente che si fa la doccia fu, qui da noi, l’icona cinematografica di quello spirito maschile misero e scemo che oggi su Telegram e analoghe fogne del web conosce il suo trionfo.
Ecco finalmente disponibile il vero “binocolo magico”: grazie all’IA qualcuno denuda, ovviamente senza il loro consenso, le donne vere, mettendo il falso nudo a disposizione del bavoso entusiasmo dei Pierini di ogni luogo e di ogni età.
La denuncia, sacrosanta, di Francesca Barra, vittima con molte altre di questo abuso disgustoso, contiene la più inappellabile delle frasi, e al tempo stesso la più grave delle denunce: «Non sono io». Prima rapita, poi falsificata, infine messa a disposizione del non spettabile pubblico.
Il fenomeno in sé non merita ulteriori parole: Barra e le altre denuncianti hanno stra-ragione e hanno orgoglio, chissà mai che almeno uno degli autori del loro rapimento e del loro abuso non venga individuato e, come merita, sputtanato. In aggiunta, viene da dire una cosa triste: niente come le nuove tecnologie può esaltare la vecchia idiozia degli uomini, centuplicandone la miseria e la capacità di offesa.

martedì 28 ottobre 2025

Va proprio così!

 



Tristezza

 



Salis, Salis!

 

Salis, finita la luna di miele della sindaca: il centrosinistra diviso sull’inceneritore
DI MARCO GRASSO
È la prima vera incognita per Silvia Salis, stella nascente di ciò che si muove al centro del centrosinistra: la rumenta, versione genovese della monnezza. La neosindaca si sarebbe convinta che Genova ha bisogno di un termovalorizzatore, nonostante la ritrosia di (quasi) tutti i partiti che la sostengono. Una soluzione al problema rifiuti che, oltre a sconfessare la linea del centrosinistra genovese degli ultimi 15 anni, è vista come fumo negli occhi da Avs e M5S (non costruirne faceva parte dei patti pre-elettorali), oltre che da un pezzo del Pd, preoccupato della ricaduta di consenso nei quartieri (popolari) più esposti ai fumi del nuovo impianto: Sestri Ponente, Voltri, Valpolcevera e, secondo uno studio delle correnti, anche la Valbisagno. Nei progetti della società municipalizzata Amiu e della multiutility Iren, il termovalorizzatore dovrebbe sorgere sulla collina di Scarpino, che ospita una discarica che nel 2030 arriverà a fine vita. Il centrodestra fiuta aria di implosione, e il capogruppo Pietro Piciocchi ha già offerto a Salis i voti della destra.
I cassonetti ricolmi di spazzatura da settimane testimoniano l’esistenza di una piccola emergenza rifiuti. I cittadini si lamentano, anche perché pagano una delle Tari più alte d’Italia, e Amiu è stata costretta a scusarsi pubblicamente. La causa immediata della crisi sono alcuni guasti negli impianti di separazione, tutti fuori regione. Quella più profonda, è la mancanza chiusura del ciclo dei rifiuti. La vecchia giunta guidata da Marco Bucci si era spesa per un progetto finito assai male: un impianto di separazione (Tmb) a Scarpino, mai partito perché le fondamenta affondavano nella spazzatura; doveva essere pronto per il 2020, ad oggi ci sono solo le palificazioni, costate oltre 10 milioni di euro, e un conto che non si sa bene chi dovrà pagare. Ma su quelle fondamenta, oggi, c’è chi pensa di costruire un termovalorizzatore, idea che non dispiace al tandem Amiu-Iren ma che i critici considerano antieconomico (perché troppo piccolo) e inquinante (perché in mezzo alla città). Bruciare la spazzatura è un tabù per una parte della maggioranza, perché va in direzione contraria all’implementazione della raccolta differenziata. Corsi e ricorsi della Storia. L’ultimo sindaco di Genova a teorizzare un progetto simile fu Beppe Pericu. Oggi il figlio è avvocato che assiste Iren nelle fusioni societarie, oltre che finanziatore della campagna di Salis. La sorella, architetta e docente universitaria di Design industriale, è assessora all’Ambiente della giunta Salis.

Natangelo