domenica 26 ottobre 2025

Voto unanime

 


Normalmente una specie vive sul pianeta qualche milione di anni. Non lo dicono le voci da bar o quelli che per induzione si convincono di essere scienziati; lo sostiene le la Scienza. L’Homo Sapiens è su questo pianeta da circa 250/300 mila anni. Qualcuno potrebbe obiettare “allora siamo una specie giovane!” 

Ma non è così. 

Stiamo sbrindellando il pianeta che ci ospita, soggioghiamo la Natura, alteriamo i cicli biologici, snaturiamo quelli meteorologici. 

Se fosse vero che la Vita è pensante, probabilmente si scrollerà di dosso, im un batter d’occhio questo enorme problema che siamo noi. 

I metodi sono innumerevoli: un virus invincibile, uno sconquasso tellurico, una glaciazione immane, un enorme meteorite. 

Esistesse un Gran Consiglio della Natura a cui partecipassero tutte le specie attualmente presenti su questo sasso blu, il verdetto sarebbe unanime: estinguiamo l’Homo Sapiens! Nessun voto contrario. Come nessun voto contro? E quello del rappresentante del genere umano? Pure lui contro? 

Sì, voterebbe contro anche lui: se fosse americano godrebbe a veder sparire i russi, se fosse russo viceversa, se fosse cinese impossibilitato a rimaner solo lui sceglierebbe l’estinzione. E così via!

Come dargli torto?

 



Desideri bellici

 



Ancora cicoria!

 



Circo Barnum

 

Regionali, liste chiuse: vincono impresentabili, ras e transfughi
DI LORENZO GIARELLI E ILARIA PROIETTI
Selezione In Campania il Pd perdona Picarone, indagato per associazione a delinquere, e la destra fa il pieno di trasformisti
Le sfide per la presidenza saranno anche scontate, ma le guerre tra coalizioni e tra alleati per strappare poltrone in Consiglio regionale nascondono storie imperdibili. Fatte di transfughi, cacicchi, indagati, “figli di” e veti, nella peggiore tradizione delle elezioni regionali. Ieri è scaduto il termine per depositare le liste in Campania, Puglia e Veneto (si vota tra un mese).
Eccone allora un’antologia che per forza parte dalla Delukistan all’ombra del Vesuvio. Come sarà la regione dopo lo Sceriffo? Intanto un’idea la danno le liste otto per Edmondo Cirielli e otto per Roberto Fico. E qui viene il bello: a sostegno del candidato del M5S ci sarà anche la lista di De Luca A testa Alta che candida Gennaro Oliviero, presidente del Consiglio regionale epicentro della tesseropoli di Caserta che ha mandato in tilt il Pd. Con Casa riformista ci sono Armando Cesaro (figlio del forzista Luigi, noto come Giggino ’a Purpetta) e Enzo Alaia, appena indagato per corruzione in concorso, mentre nella lista messa in piedi da Clemente Mastella corre suo figlio Pellegrino.
Anche il Pd ha le sue grane. In lista si è trovato posto per Franco Picarone, consigliere uscente indagato per associazione a delinquere. Al contrario di Massimo Schiavone, (figlio del patron delle cliniche Vincenzo) coinvolto con Oliviero nell’affaruccio tessere gonfiate che avevano indotto Schlein a mandare Susanna Camusso a commissariare il partito a Caserta. O forse è solo una questione di pesi, visto che Schiavone era il candidato di Pina Picierno, eroina della destra dem, che ieri ha sbottato: “Esclusione inaccettabile”.
Per sostenere Cirielli invece la destra si è trasformata in un suq di transfughi. Giusto per dare l’idea dei candidati che hanno cambiato casacca negli ultimi mesi: Giovanni Zannini (indagato per corruzione, eletto con De Luca e passato a FI), Ernesto Sica (da FI a FdI), Nicola Caputo (assessore con De Luca, entrato in FI), Michela Rostan (ex Pd, Leu, Iv, FI e ora in Lega), Alfonso Piscitelli (da FdI alla Lega), Massimo Grimaldi (da FdI alla Lega), Vincenzo Santangelo (da Iv a FdI). In corsa anche parenti illustri, come Ira Fele (FdI), moglie del deputato meloniano Michele Schiano, e Ione Abbatangelo, figlia dell’ex parlamentare missino Massimo. FdI ripropone pure Marco Nonno, a giudizio per devastazione e saccheggio. Noto, ma impossibile da dimenticare, è poi il derby tra Gennaro Sangiuliano (FdI) e Maria Rosaria Boccia, ex amante candidata con la lista di Stefano Bandecchi.
Il fallimento in Toscana ha condotto a miti consigli Roberto Vannacci, il quale non sarà candidato in Puglia a sostegno di luigi Lobuono. La Lega si è affidata al deputato Roberto Marti ma anche a un vecchio amico: con la regia di Massimo Cassano correranno tra gli altri Antonio Paolo Scalera, eletto l’ultima volta nella civica La Puglia Domani e il collega Napoleone Cera, arrivato da FI. Forza Italia invece può contare su un recordman di preferenze come Massimiliano Stellato, giunto tra i berlusconiani dopo un lungo safari tra Pd, Iv, Udc, Udeur e tanto altro. Altrettanto irrequieta la carriera politica di Anna Carmela Minuto, pure lei con FI. Dopo anni con l’Udc, nel 2018 è entrata in Forza Italia salvo poi migrare nella Lega nel 2022 (garantendosi la nomina nel cda di Difesa servizi), prima del rientro in FI.
Tra i nomi noti a sinistra invece c’è Nichi Vendola, che torna candidato dopo dieci anni senza incarichi: l’inchiesta Ilva? Tutto è dimenticato.
Nel Veneto Luca Zaia sarà capolista della Lega per fare incetta di voti per Alberto Stefani (sfida Giovanni Manildo) e marcare la differenza coi vannacciani (che pure ci sono, vedi Stefano Valdegamberi e Milena Cecchetto). Ma il timore dell’emorragia di consensi si è già manifestata con gli addii. Tipo quello di Luciano Sandonà, ex zaiano passato con FdI a Padova; o Gabriele Michieletto, finito coi Popolari (che hanno un loro candidato presidente, Fabio Bui). Sempre in FdI corrono Marco Andreoli, nel 2020 eletto con la Lega, e Silvia Rizzotto, già lista Zaia. Toni Da Re, storico esponente della Lega e già europarlamentare, espulso dopo aver insultato Salvini, è invece in lista con FI. Non mancano nomi dal curriculum bizzarro: in FdI corre la contessa Alvina Verecondi Scortecci, protagonista dell’Isola dei Famosi 2024.

Calendando

 

Natale ai Parioli
DI MARCO TRAVAGLIO
L’altra sera Jeffrey Sachs, l’economista Usa che sa tutto di Mosca e Kiev per aver collaborato con Gorbaciov, Eltsin, il presidente ucraino Kuchma e tre segretari generali Onu, ha avuto la sventura di imbattersi in Carlo Calenda a Piazzapulita. Mentre raccontava ciò che vide a Kiev nel 2013-‘14 nella cosiddetta “rivoluzione di Maidan” foraggiata dagli Usa per cacciare il presidente Yanukovich, reo di voler restare neutrale fra Nato e Russia, Calenda lo interrompeva: “Non è vero, ero al governo” (sì, ma ai Parioli, non a Kiev). E il prof, allibito: “Incredibile, lei non sa quanto gli Usa hanno pagato per rovesciare Yanukovich. Ero lì, l’ho visto, sono stato portato a Maidan. Mi hanno spiegato di aver dato 15 mila dollari a uno, 20 mila a un altro”. Lo disse pure l’inviata di Obama, Victoria Nuland: “Gli Usa hanno investito 5 miliardi per dare all’Ucraina il futuro che merita”. Poi dettò all’ambasciatore i nomi del governo golpista da mettere al posto del presidente eletto. Impermeabile ai fatti, Calenda farfugliava qualcosa sui vaccini e il Covid. Poi sparava: “Lei mente e fa propaganda putiniana”. Sachs trasecolava: “Mi sta dando del bugiardo? Sono scioccato, è odioso”. In effetti noi ai Calenda siamo così abituati da non farci più caso. Ma per chi viene da fuori dev’essere uno choc discutere con un ex ministro rimasto fermo alla lallazione: mamma-cacca, bello-brutto, buono-putiniano, pumpum-ratatatatà.
Magari Sachs pensa che qui nessuno prenda sul serio Calenda. Invece questo caratterista che ha soppiantato le maschere da commedia dell’arte, anzi da cinepanettone (Natale ai Parioli) tipo il Cumenda, il Ganassa, il Bauscia, è considerato, invitato, lodato negli ambienti politico-giornalistici come quello “serio”, “preparato”, “riformista” (per mancanza di riforme). La sua collezione di fiaschi da magnager e da politico (si fa per dire) fa curriculum: meno ne azzecca, più piace alla gente che piace. L’altra sera deplorava che “nel 2014-22 l’Europa fu totalmente dipendente dal gas russo”. E si scordava di dire che fu pure grazie a lui. Nel 2016, ministro dello Sviluppo, volò col premier Renzi al Forum Economico di San Pietroburgo alla corte di Putin, da due anni sotto sanzioni Ue per l’annessione della Crimea. E dichiarò alla tv russa: “Nessuna grande azienda italiana ha mai chiuso bottega in Russia… e questo è un segno di amicizia. Qui ci sono tutte le grandi aziende, il presidente del Consiglio, il ministro, le associazioni economiche, le banche. Più di così non potevamo portare, dovevamo traslocare il Colosseo…”. Se l’avesse saputo, Sachs avrebbe rivolto al conduttore la domanda che ogni essere senziente gli porrebbe ogni volta che vede il Calenda in tv: “Ma uno normale non l’avete trovato?”.

L'Amaca

 

Tutto il peggio già accaduto
di Michele Serra
Irritato da uno spot dello Stato dell’Ontario nel quale si rivede e si risente Ronald Reagan che boccia la politica dei dazi, Trump in persona ha interrotto le trattative economiche con il Canada. Per poterle riaprire, il governo canadese ha dovuto ritirare quello spot. Nel caso Trump legga i giornali canadesi, che in prevalenza pullulano di ostilità nei suoi confronti, chiederebbe al governo di Ottawa di chiuderli o si accontenterebbe di comperarli o chiuderli lui?
L’episodio — assieme a tanti altri — non può essere liquidato come il capriccio di un prepotente. È — assieme a tanti altri — molto peggio. È l’arbitrio di un despota, che di libertà di critica non vuole sentire parlare. Trump ignora l’abc della tolleranza — o, se non lo ignora, lo calpesta. Riserva a se stesso il diritto di buttare merda (non metaforicamente) sugli americani che manifestano contro di lui, come nello spregevole video (violento, carico di odio) che ha diffuso sui suoi social. Ma non tollera alcuna forma di critica o di discussione, strozza le università non allineate, minaccia giornali e giornalisti non ossequiosi, spedisce l’esercito nelle città che non hanno votato per lui. Riserva a se stesso il diritto di insulto, e taccia di insulto nei suoi confronti ogni forma di opposizione. Che cos’è, se non la mentalità di un tiranno?
La domanda se la democrazia in America corra dei rischi è abbastanza bizzarra. Non è il futuro istituzionale a essere a rischio; è il presente di una nazione, della sua scena pubblica, del suo linguaggio politico, a essere scempiato. Non è quanto potrebbe accadere, è quanto è già accaduto, a partire dall’assalto al Parlamento e alla grazia concessa agli assalitori, a coprire di nero gli Stati Uniti.