Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 26 maggio 2025
Disanima
La riforma dell’Università: professori un tanto al chilo
DI TOMASO MONTANARI
Un errore gravissimo. In pochi giorni il governo Meloni cambia il reclutamento universitario: ma nettamente in peggio. Viene soppressa l’abilitazione scientifica
In pochi giorni, il governo Meloni cambia il volto del reclutamento universitario: nettamente in peggio. Viene soppressa l’Abilitazione scientifica nazionale, con cui si veniva dichiarati idonei alle due fasce della docenza. Di quel sistema orribile, si butta via il (pur sempre possibile) vaglio di merito, per tenere proprio il peggio, e cioè l’aspetto brutalmente quantitativo. Ora ci sarà una autocertificazione (sic!) in cui ciascun candidato dichiarerà di avere i requisiti minimi per partecipare ai concorsi locali: pura quantità, non importa cosa ci sia scritto, chi se ne frega. Manca solo la richiesta di allegare lo scontrino della bilancia con la pesatura della carta delle pubblicazioni. Dopodiché, scattano i concorsi locali, con un membro interno e gli altri estratti a sorte. In nome della responsabilizzazione delle singole università, si ha il coraggio di affermare. Ma quale università può essere onestamente ritenuta responsabile di decisioni prese da sorteggiati di altri atenei? E cosa diavolo c’entra il sorteggio con il merito, e appunto con l’assunzione di una responsabilità? Ma i vincitori saranno valutati ogni due anni, si incalza. Valutati, ancora una volta a peso: un tanto al chilo. Ottenendo solo di moltiplicare la mole di ricerche inutili, finte, dannose, in un delirio di iper-produzione che nulla ha a che fare con la qualità, o anche solo con la decenza. Il cottimo della ricerca.
Come se non bastasse, ecco anche la riforma del pre-ruolo, approvata con un blitz grazie ad un emendamento al Pnrr, in totale spregio della dignità del lavoro parlamentare e accompagnata da una campagna che diceva volutamente il falso, presentandola come una provvidenziale misura per attrarre giovani. È esattamente il contrario: essa mira a sterilizzare l’unica forma dignitosa prevista dall’ordinamento attuale (e difesa dalla Commissione Europea come architrave del Pnrr applicato alla ricerca), il contratto di ricerca. E lo fa introducendo figure a minor tutela e maggior tasso di schiavismo accademico: l’incarico post-doc, un rapporto di lavoro a tempo determinato a cui vengono attribuiti anche compiti didattici (perché la didattica universitaria italiana si regge quasi per metà sulle spalle dei precari: una enorme vergogna), e l’incarico di ricerca, un cococo senza alcuna garanzia. Il risultato è che si potrà rimanere precari fino, e oltre, ai 40 anni, espellendo le donne dal sistema e favorendo un diffuso ossequio al potere e al sapere stabiliti in accademia. È esattamente il contrario di ciò che serviva: il contratto di ricerca, e i soldi per farne moltissimi.
L’Italia investe pochissimo sull’università (meno dell’1% del pil contro una media Ocse del 1,5), ha un personale docente vecchio (la maggioranza ha più di 50 anni) con un ferreo dominio maschile, e non riesce a diventare di massa (26,8 % di laureati nella fascia 25-34 anni, contro il 41,6 della media UE). In compenso, regala laureati e talenti a tutto il mondo, con una crescita costante della fuga dei laureati (il 43% degli emigrati italiani di fascia 18-34 ha una laurea; secondo la Fondazione Nordest, “nella media del biennio 2021-22, il valore annuo del capitale umano uscito con i giovani è stato di 8,4 miliardi a prezzi del 2023”). In questa situazione, l’unica riforma veramente necessaria sarebbe portare il finanziamento del sistema universitario almeno in media Ocse, cioè aumentarlo del 50%: che è l’unica cosa che dovrebbe chiedere la Conferenza dei rettori, la quale invece esprime, iddio la perdoni, “piena soddisfazione” per questa irricevibile porcheria. In Costituente, Concetto Marchesi si diceva felice che dopo secoli di leva delle armi, la Repubblica (che “promuove … la ricerca scientifica e tecnica”, art. 9 Cost.) iniziasse finalmente la leva delle intelligenze. Oggi è evidente che siamo al totale ribaltamento del progetto: si investe in armi, non in cervelli. Unica nota positiva, questa volta le opposizioni (il Pd, con gli ottimi Verducci e D’Attore, i Cinque Stelle e Avs) sono state chiare e forti, dicendo cose che (si spera) le obbligherebbero a fare bene, se mai tornassero al governo.
Invece, l’entusiastica, imbarazzante, benedizione della Conferenza dei rettori, del presidente dell’Accademia dei Lincei, della senatrice a vita Elena Cattaneo, di ex ministri come Valeria Fedeli o dei corifei della peggiore reazione, come Ernesto Galli della Loggia e i suoi caudatari, vale come eloquente sigillo di questa doppia controriforma all’insegna del potere accademico costituito, contro la libertà, e la dignità stessa, delle giovani ricercatrici e dei giovani ricercatori. E se da questa maggioranza politica non ci si poteva davvero che aspettare il peggio, il tradimento del potere accademico è (seppur anch’esso scontato) particolarmente doloroso. “Perché è avvenuto tutto questo? Per mancanza di capacità e di cultura? No: per mancanza di coscienza civile”: ancora una volta, le parole di Concetto Marchesi in Costituente restano, purtroppo, terribilmente attuali.
domenica 25 maggio 2025
Bella visione
Attorno agli idioti guerrafondai
Chi minaccia chi
DI MARCO TRAVAGLIO
Alla manifestazione anti-riarmo del 5 aprile Alessandro Barbero ha notato le analogie fra la retorica bellicista che precedette la Prima guerra mondiale e quella di oggi. Dopo anni di pace tra potenze europee, i governanti, gli intellettuali, persino i romanzieri presero a evocare la “prossima guerra” contro presunti nemici pronti ad attaccarli. Ogni potenza, nei 5 anni precedenti il casus belli di Sarajevo, avviò la corsa agli armamenti (+50%) e alle alleanze per sentirsi più sicura. Il classico “paradosso della sicurezza”: più un Paese si armava e si alleava, più i suoi vicini si sentivano minacciati e reagivano con riarmi e alleanze. Si credevano più sicuri, ma lo erano sempre meno, risucchiati da un’escalation che poi li costrinse a entrare in un conflitto suicida. Gli scemi di guerra hanno subito attaccato Barbero, perché la sua è la miglior chiave di lettura degli attuali euro-deliri.
Pur di negare la responsabilità e la sconfitta della Nato nella guerra russo-ucraina, si continua a mentire. L’ultima balla è che la Russia non può vivere senza guerre, quindi dobbiamo riarmarci prima che Putin ci invada. Il fatto che in 26 anni Putin non abbia preso un centimetro quadrato di Ue e/o Nato, mentre la Nato violava 16 volte gli impegni del 1990 sul non allargamento a Est e sulla neutralità dei vicini della Russia, è solo un dettaglio: la propaganda riscrive i fatti a suo uso e consumo. Ma oggi, diversamente da 120 anni fa, i bellicisti hanno i popoli contro. Infatti inventano prove dell’imminente invasione russa in Finlandia, Stati Baltici e Polonia. Ora la pistola fumante è una foto dei satelliti Usa che immortala 130 tende nella Russia del Nord a 60 km dal confine finlandese che “possono contenere fino a duemila soldati”. È una mini-esercitazione con quattro gatti in territorio russo, come se ne fanno anche nei Paesi più sfigati. Tantopiù che la Finlandia ha appena rinunciato alla neutralità per entrare nella Nato. Ma Rep ha scoperto che due anni fa un generale russo disse, non si sa in che contesto, che “dopo l’Ucraina dovremo parlare dell’Europa orientale”. Quindi l’invasione è sicura. Intanto, dall’altra parte del confine, Polonia, Finlandia e Baltici minano le frontiere con Russia e Bielorussia, ritirandosi dalla Convenzione di Ottawa che vieta le mine antiuomo. Tra maggio e giugno la Nato mostra i muscoli a Mosca con ben quattro mega-esercitazioni sul fronte Est con 46 mila uomini da una ventina di Paesi. Il cancelliere Merz, per la prima volta dal 1945, schiera in Lituania una brigata corazzata tedesca di 600 uomini, che presto saranno duemila. E minaccia di creare “l’esercito più grande d’Europa”, come ai bei tempi, perché “Mosca minaccia tutti noi e dobbiamo difenderci”. Novità da Sarajevo?
L'Amaca
Una battaglia culturale persa
di MICHELE SERRA
Quando il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, Antonino La Lumia, definisce “un richiamo culturale” il comunicato nel quale si invita alla riservatezza e alla sobrietà (il riferimento, non esplicito ma evidente, è alla vicenda di Garlasco), dice una cosa giusta ma disperatamente inutile.
La cognizione che eventi e sentimenti così gravi, che spezzano vite travolgendone altre, meriterebbero un uso giudiziario e mediatico non chiassoso, non sfrenato, mantenendo ben chiaro il confine tra ciò che è pubblico e privato, è appunto un fatto culturale. Ed è una cognizione ormai perduta. Lo è da parte di tutti: magistratura, imputati, giornalisti, avvocati, parenti delle persone coinvolte, vicini di casa. Ed essendo perduta, non c’è sanzione, provvedimento, richiamo, appello ai codici che possa rimetterla al centro, perché la sensibilità dominante è irrimediabilmente diversa da quella dell’avvocato La Lumia (che coincide con la mia).
Alla spregiudicatezza, chiamiamola così, dei media tradizionali, si è aggiunta, con una pervasività devastante, l’idea che tutto possa essere esposto, come biancheria al balcone, sui social media. Ho letto un’intervista alla giovane avvocata di Sempio, mi è parsa una persona energica e intelligente ma totalmente sprovvista di quella specifica inibizione che impedisce di trattare a cuoricini ed emoticon la vita e la morte. Non gliene faccio una colpa, è dentro i tempi più e meglio di quelli come me. Verrà il giorno che il richiamo deontologico, o la sanzione, saranno per chi è renitente ai cuoricini.
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