mercoledì 12 marzo 2025

Finalmente un libero pensiero!

 

I traditori d’europa e la neolingua
BELLICISMO DI PIAZZA - La chiamata di Serra ha adunato élite militariste ed esaltati guerrafondai su una piattaforma ambigua che dà del putiniano agli assenti. Nonostante la correzione, i dubbi restano
DI DANIELA RANIERI
Quando Michele Serra ha lanciato su Repubblica, un po’ tanto per dire, l’idea di una manifestazione per sostenere l’Europa, “vaso di coccio” stretto tra le due autocrazie putiniana e trumpiana, e si è visto recapitare molte adesioni, ci sarebbe voluto qualcuno che precisasse subito: va bene, ma di quale Europa parliamo?
Quella di Ventotene, tradita dagli attuali governanti? Quella del 1999 che ha bombardato Belgrado? Quella presente, che decide di armarsi usando 800 miliardi che potrebbero essere spesi per il benessere dei suoi popoli? Invece, forse oltre le buone intenzioni dell’autore, si sono precipitati ad aderire i più esaltati guerrafondai russofobi già atlantisti, e a seguire i soggetti più vari, non perché la piattaforma fosse unificante, al contrario: perché era ambigua. Perché si è dato per scontato che l’alternativa, non aderire, volesse dire ipso facto dichiararsi putiniani e trumpiani. Volete voi l’Europa, con tutte le sue belle libertà, o la povertà delle campagne intorno a Mosca? Volete che a governarvi sia Tajani, o preferite Trump con l’inquietante Musk e gli altri sciroccati con la croce di cenere in testa? Ma questa è un’alternativa fallace e va rifiutata.
Allo stato attuale, la piazza pro-Europa è una manifestazione a favore delle élite militariste europee: invece di dire ai governanti “fermatevi, noi non vi seguiamo in questa follia”, gli si va a dire “bene, forza, avanti così!”.
Serra aveva scritto: la piazza serve a difendere “laway of life europea”, che a volte ci viene il sospetto non sia più democrazia, diritti, Stato sociale, Sanità pubblica, ripudio della guerra, ma: governo della finanza, imperialismo Usa, aperitivi, selfie, consumismo, privatizzazione della Sanità e della Scuola, spiccioli alla Ricerca, lavoretti precari e tutto l’armamentario del neoliberismo che ci scortica fino all’ultima fibra di umano.
Serra ha scritto un secondo pezzo per precisare che la manifestazione non sarà a favore dell’Europa che si riarma, bensì per l’Europa pacifica. Peccato che la Von der Leyen abbia ribadito proprio ieri che “abbiamo bisogno di un’impennata nella difesa europea… è il momento della pace attraverso la forza”. Ursula definisce Putin un “vicino ostile” che bisogna “scoraggiare” (dotandoci di più di 6 mila testate atomiche, si suppone). Si dà il caso, perciò, che l’Europa reale sia precisamente un’Europa che si riarma: un Parlamento destituito di ogni potere che osserva inebetito una Commissione la cui presidente, ex ministra della Difesa tedesca, decide che la Russia, che ha sconfitto il nazismo, è nostra nemica, e che si spendono (ma i pacifisti-attraverso-la guerra preferiscono dire “mobilitano”) 800 miliardi di euro per la presunta difesa da essa. Cosa aspettarsi da un progetto che si chiama ReArm Europe? (Stante la furbata imminente di cambiargli nome lasciandolo inalterato).
Insomma, il secondo pezzo di Serra sembrava un appello a non partecipare alla manifestazione promossa dall’autore col primo.
Questa, si dice, è anche una piazza contro Trump. In effetti Trump è un personaggio squallido. Ma, inopinatamente, non si va a manifestare contro i suoi difetti, bensì per l’unico pregio che ha, cioè voler cessare la guerra favorendo un accordo con Putin, cosa che avrebbe dovuto fare l’Europa, visto che è più buona e più sana, fin dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina, centinaia di migliaia di morti fa e a condizioni migliori per l’Ucraina. Ciò che stanno facendo le élite europee e i governanti delle singole nazioni specie la nostra, invece, è portarci esattamente verso il modello americano: una società oligarchica in cui comandano i miliardari, la Sanità è privata, le elezioni sono inutili, l’edilizia non è più popolare, ma solo per i ricchi.
La condizione di Serra è che la manifestazione sia senza bandiere di partito: come se fosse indifferente essere per un’Italia che ripudia la guerra o appoggiare ogni guerra della Nato, che fino a ieri era guidata dai nostri padroni Usa; come non ci fosse differenza tra il modo di pensare all’Europa di una persona progressista e di una sovranista, e il fatto che non ci sia è uno degli effetti aberranti della politica odierna: Meloni e il Pd votano insieme sugli invii di armi in Ucraina (10 decreti segretati) e stanno contribuendo a fare dell’Unione un manipolo di guerrafondai senza dignità.
“Nemmeno la più tetra e inespugnabile delle fortezze”, ha scritto Serra, “serve a qualcosa se è vuota dentro. Vuota di valori e dunque di senso”. Vero. Infatti per i nostri valori abbiamo invaso Paesi sovrani con la bugia delle armi di distruzioni di massa e col pretesto della lotta al terrorismo e dell’esportazione di democrazia; abbiamo sganciato bombe per l’indipendenza di popoli come in Kosovo (ma i russofoni del Donbass devono essere ucraini anche al suono delle nostre bombe); abbiamo partecipato alle peggiori carognate degli americani insufflando l’opinione pubblica di proselitismo manicheo delle guerre dei buoni contro i cattivi. Le élite militariste, pusher di droga bellicista dal febbraio 2022, stanno continuando a raccontare favole all’opinione pubblica non solo per continuarle, ma per iniziarne altre. Zelensky, che presumibilmente è ricattato dai pezzi nazionalisti e nazisti della sua Guardia nazionale che abbiamo imbottito di armi, sta acconsentendo a un accordo con Trump sulle terre rare per mettere fine alla guerra; loro no. Loro vogliono che gli ucraini combattano ancora. Soprattutto, vogliono farsi trovare pronti quando Putin attaccherà un Paese Nato o Ue, cosa che non è negli interessi di Putin né è mai stata minacciata. Sembrano quelli del film di Kusturica, Underground, che non sanno che la guerra è finita.
Intanto Scurati su Rep, in un articolo che sembra scritto dal Mussolini interventista (Dove sono ormai i guerrieri d’Europa?), fa l’elogio della bella morte, mentre il filosofo Galimberti da Augias su La7 auspica “più forza” e più eroi.
Il risultato è che in piazza sabato ci saranno guerrafondai e pacifisti, il Pd, Avs, sindacati, radicali, calendiani, etc. Ma non sempre è vero che più siamo meglio è. Si era già tentato, Renzi regnante, un “25 aprile tutto blu”: fu un fiasco, eticamente parlando. Esattamente come un “partito”, una “manifestazione” rappresenta una parte. Non si può manifestare per i razzisti del Ku Klux Klan e contro lo schiavismo, per la pace e per la guerra. Sia il vostro parlare sì, sì, no, no.
Ha fatto bene Conte a dire che parteciperà solo nel caso Serra definisca “meglio la manifestazione, perché l’Europa ufficiale sta andando verso il riarmo”. Ma come potrebbe farlo, ormai, se la stragrande maggioranza dei partecipanti è pro-riarmo?
Ieri Serra ha scritto un terzo articolo per ribadire l’urgenza di “chiedere all’Europa… di parlare a voce alta usando il proprio linguaggio senza lasciarsi assordare dal fracasso delle armi” e si dice certo che nessuno “in piazza ignori che la risposta armigera formulata da Von der Leyen cozzi tristemente contro i valori fondativi dell’Unione europea”. Sarà.
Ma se è così, non doveva essere piuttosto una manifestazione arrabbiata contro questa Europa, con solo bandiere della pace? Poiché le popolazioni dei Paesi europei sono per la maggior parte contrarie al riarmo, la piattaforma avrebbe dovuto essere chiarissima: basta guerra. Se Serra scrive un quarto articolo in cui dice che è una piazza contro i progetti folli della Von der Leyen, per il dirottamento degli 800 miliardi nel welfare, per il cessate il fuoco in Ucraina e a Gaza, contro il riarmo e a favore di tutti i popoli, compresi il russo e il palestinese, ci andiamo anche noi.

Robecchi

 

Mani in alto! La nuova vera potenza occidentale: la propaganda di guerra
di Alessandro Robecchi
La propaganda bellica di questi mesi, la leggiadra narrazione secondo cui ci servono in fretta e furia 800 miliardi di “investimenti” in ordigni e sistemi per sganciarli, non ha precedenti, o forse sì. A reti e giornali unificati abbiamo assistito allo stesso fuoco di fila quando si trattava di abolire l’unica norma varata nel Paese a sostegno delle fasce più povere della popolazione: il reddito di cittadinanza. Non c’era giorno, o articolo, o riga, o collegamento, o esperto intervistato, che non spingesse sul pedale dello spreco di soldi pubblici e sulla criminalizzazione dei poveracci che stavano “sul divano”. Lo stesso identico meccanismo per cui oggi si spinge per indebitarsi fino al collo, tagliare il welfare, fare sacrifici, legarsi mani e piedi a una spesa con soldi che non abbiamo, e chi si oppone sta sempre “sul divano”, ma in questo caso è pure amico di Putin, guarda un po’.
E va bene: la propaganda ama il pensiero semplice.
Naturalmente non c’è metodo migliore per venderti una pistola che convincerti che tutti vogliono ammazzarti, per cui uno dei tasti più suonati è che prima o poi l’impero russo si allargherà ancora, prenderà i baltici, poi la Polonia, poi è un attimo che ti fai una birra a Berlino e marci sotto la Tour Eiffel. Nel pensiero semplice della propaganda sono compresi testacoda un po’ estremi che non ti aspetti. La Russia, che tre anni fa “combatteva con le pale” e “usava i chip delle lavatrici” per aggiornare le sue armi, che sarebbe andata in default in “due settimane”, non serve più. Oggi si porta una Russia diversa, potentissima e implacabile, capace di arrivare qui in dieci minuti netti perché noi siamo imbelli e disarmati.
Parentesi: tutta questa bella propaganda, questa réclame, sorvola allegramente le tragedie, i morti, le famiglie distrutte, i paesi sgretolati, le paure, il futuro azzerato di un paio di generazioni di ucraini. La loro morte serve allo scopo del riarmo, è benzina per il motore dell’apparato militare-industriale. Chiusa parentesi.
La propaganda ha un altro corno interessante, che sta a Ovest, cioè a casa di mister Trump e della sua cricca. Non ci difenderà più (noi tapini!). Non sgancerà più un soldo! Uscirà dalla Nato! È uno spettacolo impagabile vedere tanti atlantisti, quelli che da decenni ci ammoniscono col ditino alzato, vagare sconcertati tra le macerie delle loro pratiche di sudditanza. Ma insomma, anche questa narrazione porta acqua al mulino della propaganda bellica (non ci difende più lo zio Sam, deve fare tutto zia Ursula), e anche questa narrazione suona, all’apparir del vero, un po’ falsa. Primo, perché gli Stati Uniti hanno il 43 per cento della quota di mercato delle armi di tutto il pianeta (in testa per distacco) e, secondo, perché la famosa Europa che oggi vuole armarsi compra proprio dagli Usa il 64 per cento delle armi che importa. Traduco: “non ci difendono più”, ma continuiamo a ingrassarli. Si aggiungano il centinaio di bombe atomiche gentilmente recapitateci negli ultimi mesi (una trentina in Italia), bombe che abitano qui, ma che – nel caso – lancerebbero loro. E pure, notizia che meritava più rilevanza, il fatto che lussuosissimi aerei da caccia come gli F-35 sono di fatto controllati da software remoti. Traduco: se gli Usa non vogliono, non decollano nemmeno, noi ne ordiniamo altri e li paghiamo carissimi, che è un po’ come comprare una macchina che non si muove se il concessionario non dà l’ok. Però mi raccomando, dobbiamo armarci. Per il nostro bene, s’intende.

Dialogando

 

Le rane in paradiso
di Marco Travaglio
Provate a chiedere a ChatGpt, cioè all’intelligenza artificiale, come si è evoluta in questi tre anni la percezione europea del conflitto in Ucraina. La risposta dovrebbero leggerla tutti i deficienti naturali che governano o sostengono la cosiddetta Europa, incapaci di uscire dal tunnel della droga bellicista. Eccola: “L’Europa è passata da un’iniziale posizione di prudenza a un dibattito sempre più aperto su misure sempre più offensive che in precedenza sarebbero state considerate impensabili”. Un’escalation infinita a tappe: ecco le principali.
1. No al coinvolgimento militare diretto: solo aiuti umanitari e civili all’Ucraina, accoglienza ai profughi e sanzioni alla Russia.
2. Aiuti militari, ma solo con armi leggere e difensive (droni, missili anticarro Javelin americani e sistemi di difesa aerea portatili), per aiutare l’Ucraina a difendersi dall’invasore russo fino alla conclusione dei negoziati in corso a Istanbul.
3. Armi pesanti e offensive come gli Himars e i carri armati Leopard 2 e Abrams, ma anche gli ordigni all’uranio impoverito e le bombe a grappolo, per aiutare l’Ucraina, che ha abbandonato i negoziati di Istanbul, a sconfiggere militarmente la Russia.
4. Cacciabombardieri F-16 e missili a lungo raggio come gli Storm Shadow britannici e gli Atacms americani, ma solo per attaccare le truppe russe in territorio ucraino.
5. Missili a lungo raggio anche per attaccare le basi russe in territorio russo, ma solo quelle a ridosso del confine ucraino da cui partono gli attacchi all’Ucraina.
6. Missili a lungo raggio anche per attaccare obiettivi russi militari e civili in tutto il territorio russo, anche in estrema profondità.
7. Invio di truppe in Ucraina proposto dal presidente francese Macron, dal governo polacco e da quelli baltici, ma ultimamente anche da quello britannico del premier Starmer.
8. Riarmo degli Stati europei per 800 miliardi con debiti svincolati dal Patto di Stabilità. E nucleare europeo in funzione di deterrenza anti-russa con un coordinamento più stretto fra le potenze atomiche europee (Francia e Regno Unito) e quelle che aspirano a diventarlo (Germania, Polonia e Repubbliche baltiche), o addirittura col riarmo anche nucleare di tutta la Ue sul modello Nato.
Viene in mente la metafora della rana nella pentola: se la getti subito nell’acqua bollente, quella salta fuori all’istante; se invece la butti in acqua fredda e alzi pian piano la temperatura, la rana si adatta gradualmente al calore e, quando l’acqua si fa rovente, non ha più la forza di salvarsi schizzando fuori. E muore lessata.
Ah, dimenticavo: la rana siamo noi.

L'Amaca

 

Un requiem per i diritti
DI MICHELE SERRA
L’unico pregio di Trump, lo dicono in tanti, è che costringerà i democratici (non solo la sinistra: proprio i democratici, compresi quelli rimasti, eroici superstiti, nel fronte conservatore) a riorganizzarsi. Bisogna però vedere quale sarà, nel frattempo, l’entità dei danni. Perché l’inizio è devastante.
Tutti sono concentrati, come è comprensibile, sulla questione guerra/pace, in Ucraina e in Medio Oriente. Ma gli effetti immediati sul terreno dei diritti civili e del rispetto delle persone rischiano di passare quasi sotto silenzio se il dibattito è assorbito per intero dalle questioni geopolitiche. La Casa Bianca, in uno dei suoi primi atti di cancellazione della cultura democratica (la veracancel culture ), ha dichiarato “illegali”, e dunque perseguibili per legge, tutte le politiche inclusive, e non solo nell’amministrazione pubblica, anche nelle imprese private. Il paziente lavoro di anni nelle aziende (tante) disposte a mettere in primo piano il benessere delle persone che ci lavorano, rischia di essere spazzato via in un istante. Tabula rasa, a partire dal principio, sancito categoricamente dai nuovi padroni d’America, che i generi riconosciuti sono due, maschio e femmina, e tutto il resto è inesistente, un’invenzione della cultura woke e un cedimento alla corruzione morale, e dunque occuparsene, attenzione, è “illegale”.
Siamo vicinissimi all’omofobia putiniana, alle leggi che considerano “antipatriottiche” le comunità LGBTQ. E al di là dell’ipotesi, non so se consolante o consolatoria, che le persone di buona volontà continuino a trattare il prossimo così come ritengono giusto fare, e forse potranno alleviare l’impatto brutale del trumpismo, la cosa certa è che non sappiamo ancora se avremo più pace, ma sicuramente avremo meno libertà.

martedì 11 marzo 2025

Che balzo!

 



Natangelo

 



Intervista ad un filosofo


 Da La Stampa

"Trump ha deciso che l'Ue è il nemico Macron è Nerone coi cerini in mano" Michel Onfray
Parigi

Il filosofo francese Michel Onfray definisce il presidente Donald Trump come un uomo «senza scrupoli», che «vuole prendersi il mercato». Dinnanzi a un simile profilo, l'intellettuale conosciuto per le sue posizioni spesso controverse afferma che Volodymyr Zelensky non ha molta «scelta».
Donald Trump sta scavando un fossato tra Unione europea e Stati Uniti. Quali sono le conseguenze politiche e culturali di questa frattura?
«Trump fa parte degli uomini politici che scrivono la Storia contemporanea, assieme a quelli che dirigono l'Iran, la Turchia, l'India e la Cina. Ridisegnano le frontiere tenendo bene a mente la ricostituzione degli Imperi perduti. La Francia, immersa in questa Unione europea liberale, non scrive la storia, ma la subisce. È un club di banchieri che fa politica risparmiando sui popoli, o disprezzandoli. La Francia europeista accelera la caduta seduta sulla sua cassaforte».
Dopo il recente litigio con Donald Trump avvenuto nello studio ovale della Casa Bianca pensa che l'immagine di Volodymyr Zelensky sia stata delegittimata o si è invece rafforzata agli occhi dei partner?
«Zelensky si è arrabbiato, ed è stato congedato come un malfattore. Subito dopo questo schiaffo, ha fatto sapere che era pronto a riprendere le trattative. L'errore è stato quello di aver praticato in mondovisione delle negoziazioni diplomatiche che non sarebbero finite così se non ci fossero state le telecamere. Trasmetterlo ha obbligato i negoziatori a gonfiare il petto. Questa è etologia, non politica».
Come vede l'eventuale invio di truppe occidentali di peacekeeping in Ucraina?
«Significa mettere il dito nell'ingranaggio di una macchina, all'interno della quale si sente il ticchettio di una bomba atomica. Trump e Putin, che sono i padroni di questo gioco, lo sanno. Per questo hanno parlato entrambi di Terza Guerra mondiale. Macron è un bambino al quale è stata data una scatola di fiammiferi in un negozio di polvere da sparo. Agisce come Nerone alla testa dell'Impero romano».
Come cambiano gli equilibri all'interno dell'Unione europea con la nuova "amicizia" tra Washington e Mosca e la riorganizzazione dei rapporti tra i 27?
«È il nemico a decidere che voi siete il nemico. E non potete farci niente. L'Europa di Maastricht fa la gradassa come si usa fare nelle democrazie in cui il potere si prende e si mantiene con la parola. Macron può parlare, così come Ursula von der Leyen. Nelle dittature, invece, non funziona così. I dittatori fanno alle democrazie una serie di domande: "Quante divisioni da allineare avete? Fino a quanti morti tollererete? Avete una generazione pronta a mollare canne e smartphone per andare al fronte quasi disarmati? Siete pronti a vedere Parigi, Marsiglia o Lione sparire sotto le macerie?". Le risposte delle democrazie le conosciamo. Le autocrazie non hanno niente da temere».
Intanto, l'Europa sta organizzando il suo riarmo. Un'iniziativa da considerare necessaria o pericolosa nell'ambito delle tensioni con Putin?
«È una provocazione che equivale ad accendere i motori dei bombardieri carichi di atomiche. Certo, ci sono ancora molti step da superare prima di arrivare a sganciarle. Ma la signora von der Leyen, che ha già falsificato il suo curriculum per attestare competenze di cui non dispone, mostra che le manca intelligenza politica quando si tratta di fare altro dall'imporre la sua ideologia ai popoli europei. Non funziona così con Trump e Putin».
Giorgia Meloni è spesso accusata di avere una postura ambigua. È d'accordo con questa analisi?
«Sì. Come Podemos, Syriza e il Movimento 5 Stelle ha ammorbidito le sue posizioni. La domanda è: cosa succederà quando non ci sarà più nulla delle sue proposte iniziali? È "pappa e ciccia" con Ursula von der Leyen, perché condivide con gli europeisti il programma liberale. Le vengono fatte poche concessioni sul tema dell'immigrazione e lei in cambio concede molto ai mercati».
Macron ha avanzato l'idea di condividere con gli europei la deterrenza nucleare della Francia. È favorevole a un simile progetto o condivide i timori espressi da Marine Le Pen su una possibile perdita di sovranità del suo Paese?
«La mia bussola non è quella di Marine Le Pen, che ha un ago senza una direzione fissa, ma quella del generale Charles de Gaulle. La bomba atomica è tutto quello che resta di gollista alla Francia dal Trattato di Maastricht, che ha convalidato l'abbandono della sua sovranità a vantaggio dello Stato europeista. Condividere l'arma atomica significa diluire quello che resta della Francia in Europa. È il progetto di Macron, che dopo due mandati all'Eliseo aspira a governare questa Europa».
È d'accordo con il presidente francese quando dice che Putin è un «imperialista revisionista»?
«"Imperialista" lo dico da molto tempo. Non gli darò torto sull'utilizzo di questa espressione con la quale definisco anche l'Europa di Maastricht e gli Stati Uniti. "Revisionista" fa parte di un vocabolario marxista-leninista. Macron parla come i trotzkisti di una volta, cosa che non è, per sedurre i vecchi di estrema sinistra, sempre più numerosi nel voler collaborare con l'ordine mondiale liberale e nel voler unirsi alla causa maastrichtiana. —