martedì 18 febbraio 2025

Cerco di essere chiaro!

 


Benvenuto Sire!



Poteva il sommo inviato delle banche armate non distillare un po’ di sana, per loro, inquietudine? Certo che no! E quindi via spese sociali che non servono a nulla per rimpinguarci di benedette armi!! Ai giovani in cerca di vita dignitosa elargiremo missili intelligentissime; agli anziani abbandonati pistole automatiche! Se il Dragone dei banchieri parla non solo bisognerebbe ascoltarlo silenti; ma mettere in pratica il suo aureo verbo! Armiamoci dunque!

E Lercio sia!




Scanzi e Roberto

 

Benigni, l’ex giullare che si è consacrato al cerchiobottismo
di Andrea Scanzi
Roberto Benigni è stato ospite venerdì scorso a Sanremo, ed è andata come molti temevano: il nulla ammantato di iperboli e retorica. Se è lecito nascere incendiari e morire pompieri, Benigni è purtroppo andato molto oltre: è nato Robertaccio ed è diventato disinnescato. Un ex satirico che ormai si compiace del suo equilibrismo infarcito di culturame citazionistico. Stringe il cuore vedere Benigni che, quando finge di fare “satira”, non va volontariamente oltre un livello da Bagaglino democristiano: “Carlo hai paralizzato l’Italia con Sanremo, dovresti fare il ministro dei Trasporti!”. E poi: “Ho detto Bella ciao a Marcella Bella ed è successo un casino, per par condicio ho dovuto salutare i Neri per caso”. Battute da asilo nido, prevedibili e pigre: un mesto timbrare il cartellino di un fu giullare oggi stanco cerchiobottista. Pure la celebratio agiografica e costantemente eccessiva di Mattarella era più prevedibile di un intervento di Bocchino. Ormai Benigni non parla, ma sermoneggia e idolatra. È tutto bello, tutto fantastico, tutto meraviglioso: una sorta di “buonismo d’essai”, che Benigni contrappone ostentatamente alle brutture del mondo. La sua voglia di smussare gli angoli e glorificare tutto ciò che è bipartisan (e dunque non divisivo), lo porta oltretutto a non pochi deragliamenti. Uno tra tutti proprio a Sanremo, quando ha detto che dalla bocca del nostro presidente della Repubblica escono solo parole di pace: neanche ha fatto in tempo ad affermarlo, che per poco Mattarella non ci ha fatto entrare in guerra con la Russia.
Non si capisce bene cosa sia accaduto a Benigni, ma è come se il guitto di un tempo si fosse sedato da solo. Forse per stanchezza, forse per quieto vivere, forse per un malessere esistenziale che lo corrode e gli ha tolto ogni slancio. L’uomo è oltremodo colto e intelligente, come dimostra la sua apprezzabile carriera da divulgatore. È però innegabile che, dopo la geniale intuizione de La vita è bella (film meritorio, a parte il finale orrendamente antistorico in cui Auschwitz lo liberavano gli americani e non i russi), il funambolo Roberto sia evaporato. Gli ultimi due film da regista sono orrendi, non dirige una pellicola da vent’anni e dopo La tigre e la neve (2005) ha recitato in appena due opere. Al cinema non esiste da due decenni e in tivù torna solo per recitare messe laiche iper-ecumeniche e puntualmente cerchiobottiste. Capisco che non potesse essere in eterno irriverente come il Cioni Mario, ma anche questa cosa che invecchiare significhi implodere è una solenne bischerata: i Rolling Stones fanno ancora rock, Guccini è ancora Guccini e Roger Waters è più incazzato oggi di quarant’anni fa. Benigni non è stato spento dall’età: si è spento da solo.
Nel 2016 ebbi la fortuna di intervistare Dario Fo, un altro rimasto vigile e arrabbiato sino alla fine. Mi disse: “Per Benigni ho avuto sempre un grosso affetto e stima, ma ultimamente si è messo in una condizione di non poterlo più seguire. Si adatta in base a ciò che può ricavare”. Proprio quell’anno, dopo aver ripetuto in ogni salsa che la nostra era la Costituzione più bella del mondo, Benigni divenne un supporter sfegatato del suo amicone Renzi e votò convintamente “sì” alla proposta di sventrare la Costituzione: un voltafaccia che molti mai gli perdoneranno. Tra il Benigni di Televacca e quello degli ultimi anni c’è la stessa differenza che passa tra i Metallica e Rkomi. Del resto, se nel 1983 prendevi in braccio Berlinguer e 24 anni dopo ti fai prendere in braccio da Mastella, vuol dire che qualcosa (di grosso) è successo. Qualcuno dice che il cambiamento dipenda dalla moglie Nicoletta Braschi, altri dal desiderio di uscirne “vivi” dopo il successo planetario di La vita è bella. Sia come sia, parafrasando il capolavoro di Giuseppe Bertolucci: “Benigni ti voglio bene”. Ma è davvero troppo tempo che, purtroppo, non ti riconosco più.

Che si sono detti

 

Make Eu Great Again
di Marco Travaglio
Il summit chez Macron con gli altri sette nani più tre è stato un successo storico per l’Europa e ha oscurato preventivamente i negoziati di Trump e Putin a Riad per la pace in Ucraina.
Macron. “Ciao a tutti, sono Emmanuel e non mi buco da due anni: da quando dissi che non dovevamo umiliare Putin”. Von der Leyen: “Ci hanno rimasti soli, quei due cornuti. Ma dobbiamo reagire rendendogli pan per focaccia”. Meloni. “’A cosa, ’a cometechiami, ma statte zitta ché voi tedeschi nun c’avete più manco er pane, artro che ’a focaccia. A rega’, io l’avevo detto che ’a guera era persa e serviva ’na via d’uscita accettabbile p’entrambe le parti. Nun m’avete voluto ascolta’”. Scholz. “Scusa, quando l’avresti detto? Noi non abbiamo sentito niente. Anzi, quando ho sondato Putin, mi avete massacrato”. Meloni. “Ma se je l’ho detto ai due comici russi! Nun v’hanno avertiti? Io so’ così, so’ spontanea: quanno c’ho ’na cosa dentro, ’a dico ar primo che càpita. Se poi nun volete sentì, è ’n probblema vostro”.
Von der Leyen. “Siamo tutti d’accordo di fare qualcosa. Ma cosa?”. Tusk. “Io un’idea ce l’avrei. Siccome Trump vuole che spendiamo il 5% di Pil per le armi, noi spendiamo il 10 e lo spiazziamo”. Scholz. “Bravo fesso, così i nazisti mi vanno al 90% e con tutte quelle armi magari gli torna il vizietto e ti invadono pure la Polonia”. Von der Leyen. “Io quoto la proposta Kallas: truppe Ue a Kiev contro il nuovo Hitler. Così, se Zelensky firma la pace a Riad, lo costringiamo a tornare in guerra: io gliela buco quella pace!”. Starmer. “Con me sfondate una porta aperta: noi i soldati in Ucraina non dobbiamo neppure mandarli perché li abbiamo già lì da undici anni. Da vivi li chiamiamo ‘addestratori’ e da morti ‘contractor’. Pure Emmanuel era d’accordo, no?”. Macron. “Ma sei di coccio: non mi drogo più. E poi, se diciamo solo ‘guerra’, mi sa che al vertice di pace non ci fanno entrare”. Sánchez. “Dite alla Kallas, e pure a Mattarella, di studiare storia: se non era per i russi, ancora marciavamo al passo dell’oca”. Rutte. “Signori, mettetevi nei miei panni. Ho avuto la Nato leccando il culo a Biden e ora Trump mi ha messo il grembiule e la crestina di pizzo. Propongo un comunicato di cinque parole: “Ave, Donald, morituri te salutant’. Che dite, può andare?”. Macron. “Mai! Non sarebbe dignitoso. Meglio: ‘Ave Donald, morituri te salutant, tiè!’. Così gli facciamo vedere chi siamo”. Rutte. “Seee, e se quello poi si offende? Io aggiungerei: ‘Senza nulla a pretendere’. Magari un posto nella tenda me lo trova. Porto il formaggio a cubetti”. Meloni. “’A Ru’, vedi che Putin porta er caviale e ’a vodka e te sfonna. Lassa perde, date retta: stamosene a casetta nostra, poi a cose fatte chiamo Elon, che quarcosa me racconta sempre”.

Ben 132!

 





L'Amaca

 

Russi, filorussi e antirussi
DI MICHELE SERRA
Erano russi gli oppositori avvelenati o morti in carcere, come Navalny.
Sono russi anche i russi costretti all’esilio per sopravvivere senza essere eliminati. Sono russe le femministe Pussy Riot, perseguitate dal regime e accusate di “attivismo antireligioso” (come in Iran!). Era russa Anna Politkovskaya, assassinata sotto casa per avere scritto dei crimini orribili dei militari russi in Cecenia.
Fossero anche, i russi che si oppongono a Putin nel nome della democrazia e della libertà di parola e di pensiero, una esigua minoranza, in buona parte sottoterra, basta la loro esistenza a rendere bugiarda e odiosa l’accusa di “propaganda antirussa” che i pappagalli del regime ripetono contro chiunque attacchi Putin. Essere contro Putin non vuol dire essere “antirussi”, vuol dire essere anti-Putin. Anche un idiota capirebbe la differenza. Un nazionalista, no. Il nazionalismo è una delle vie più dirette verso la stupidità.
Tra i tanti imbrogli ideologici dei quali si macchiano i nazionalismi, questo è forse il più odioso e il più inaccettabile, nonché il più frequente, e non solo in Russia: accusare le opposizioni di essere “nemiche della Patria”, come se la Patria fosse in concessione esclusiva di una sua sola parte politica. Una truffa che può fare presa, bene che vada, sul popolino sprovveduto, eterna vittima degli imbrogli del potere. Non su chi ha avuto in concessione un cervello, e prova a usarlo. Disse la figlia di Politkovskaja: “purtroppo i russi non sono abituati a pensare”. È la più filorussa delle frasi, ma per capirlo bisogna essere – appunto – abituati a pensare.