lunedì 11 settembre 2023

Riassunto



Quindi riassumendo:

Bilancio truccato: fatto!

False plusvalenze: fatto!

Giri di giocatori tra squadre amiche e sottomesse (Scansuolo): fatto!

Manovre alteranti la quotazione in Borsa: fatto! 

Presidente interdetto: fatto!

Stipendi sulla carta non erogati e passati sottobanco: fatto!

Doping: il Polpo dice che anche questa è fatta!

Rimangono da fare: furti con scasso di gioiellerie - vendita di quadri falsi - truffe mediatiche - circonvenzione d’incapace.
Ancora un piccolo sforzo e fate l’en plein!

Scene da Festa

 

Tutti a casa
di Marco Travaglio
L’incontro più sorprendente alla festa del Fatto è stato quello col ministro Crosetto. Non perché è venuto: non è tipo che fugge dal confronto. Ma per ciò che ha deciso di dirci, ben oltre ciò che gli avevamo chiesto. Non solo ha difeso il Papa dalle deliranti accuse di putinismo lanciate da Kiev (“non è filorusso, può mediare e aiutare il percorso di pace”), ma ha anche rivelato impegnativi dettagli di diplomazia segreta: “I ministri fanno cose anche senza dirle. La missione di pace di Zuppi chi pensate che l’abbia aiutato a realizzarla, dando supporto per viaggio e sicurezza e premendo su Zelensky perché lo incontrasse? Il guerrafondaio ministro italiano”. E questo perché “siamo arrivati a un momento in cui la guerra non sembra avere soluzioni se non a lunghissimo tempo. Alla politica spetta aprire varchi per cercare la pace”, prima che la campagna elettorale Usa “già da marzo” cancelli l’Ucraina dall’agenda. Una bella svolta rispetto al mantra meloniano “armiamoli fino alla vittoria”.
Non che il governo abbia deciso di smettere di armarli, anzi continuerà. Ma ha capito che la vittoria, cioè la sconfitta della Russia con la riconquista delle cinque regioni occupate appartiene al mondo dei sogni (o degli incubi, visto che moltiplicherebbe per mille il rischio nucleare). Perciò Crosetto ha deciso di dire proprio ora una delle cose che si fanno ma non si dicono. Poi ci sono quelle che non si dicono, ma si sanno. Sabato, sempre alla nostra festa, il generale Mini – che dalla Toscana vede ciò che accade in Ucraina meglio di tanti che stanno in Ucraina – aveva citato gli ultimi terrificanti dati comunicati dal colonnello americano Douglas Macgregor, molto addentro al Pentagono: in 18 mesi e mezzo le forze ucraine hanno perso 400mila uomini fra morti e feriti contro i 125mila di quelle russe, e solo negli ultimi due mesi (quelli della famosa controffensiva), l’esercito ucraino ha avuto 40-50 morti e 40-50mila feriti (di cui almeno 30mila amputati, che non potranno più tornare al fronte). Più che le armi e le munizioni, stanno finendo gli uomini. Infatti Macgregor sostiene che non solo gli ucraini non possono vincere neppure se dotati di aerei e missili a lunga gittata, ma non potrebbe riuscirci neanche l’intero Occidente se inviasse truppe sul campo. Del resto Stoltenberg è ottimista perchè ora la controffensiva avanza al ritmo di “100 metri al giorno”: dunque, per recuperare territori occupati vasti quasi quanto metà dell’Italia, dovrebbe durare qualche secolo. Questi sono i dati e i fatti (e le fonti sono Usa e Nato, non la Russia): nessuno può più fingere di non conoscerli. Chiunque invierà anche solo un fucile a tappo per prolungare la carneficina ne sarà complice. Non colposo, ma volontario.

domenica 10 settembre 2023

Desolante



Apprendere che il libro di questo generale rancoroso, omofobo, razzista, arretrato culturalmente, abbia già superato le 100mila copie di vendita del suo Scottex-libriciattolo, oltre a nausea ed emicrania, infonde pure la voglia di lasciar questo paese, sulle evangeliche parole “lascia che i morti seppelliscano i morti.” 
Ad alleviare la desolazione c’è però la forte possibilità che ad una buona metà degli acquirenti sia stato allegato un pamphlet dal titolo “Come si legge un libro”

Che aspettate?



Un erpetofobo potrebbe incazzarsi perché il club “amici delle paludi equatoriali” di cui fa parte, organizza un foto safari alla ricerca di coccodrilli?

Un astemio cosa potrebbe aver da dire se l’associazione “Amici del Barolo” in cui è entrato, proponesse una degustazione di vini d’annata?

Un vegano che s’iscrivesse al “Gruppo Amici del Cecchini” cosa obbietterebbe circa la proposta di andare a degustante carne a Panzano in Chianti?

E allora i vari Fioroni, il bellicista Guerini, e tutta la marmaglia di pseudo centristi, catto-tecno-pluto-finanziari, amanti dei paraventi non negoziabili, che goderecciamente di sollazzano di privilegi fingendosi cultori di un’insana idea riformista, in realtà una gattopardesca staticità immarcescibile per un’agiata politica di chiaro stampo “io so’ io e voi nun siete un caxxo” che aspettano a togliersi dai maroni liberando un ancora pseudo partito di sinistra dai miasmi del bombismo rignanese che tanto vergognoso squallore portò nella casa comune, distruggendone ideali e dignità? Che aspettano a levarsi dalle palle?

Normalmente


Ovunque vi sia un dibattito, una settimana di studio, una serie di incontri con studiosi vari, spunta la figura dell’impegnato, donne o uomini che siano. Li riconosci dall’immancabile zainetto, la bottiglietta d’acqua sempre e misteriosamente a metà, il passo velatamente dinoccolato, lo sguardo sereno e tendente al ridanciano; ma sono vulcani solo in apparenza non in attività: prova infatti a sederti, solo per allacciarti le stringhe, al loro posto assegnato! Si trasformano in Dart Fener con tanto di casco, cambiano voce, gli spuntano dei curiosissimi artigli di per sé già insanguinati da precedenti manifestazioni culturali! “Ehi tu inferiore! Questo posto è mio! L’ho prenotato sei mesi fa!” 
“Mi scusi mi allacciavo solo le scarpe! E poi oggi il tema dell’incontro sarebbe - la meraviglia della convivenza civile nell’ottica del francescanesimo! - 
E loro sempre con un tono da baritono colpito da afasia: “Non me ne frega una mazza del tema del dibattito! Quel posto è mioooo!” 
Una volta accertato che non stai usurpando la loro prenotazione, ritornano in loro, col loro look tanto dandy e soavemente, loquacemente, t’inebriano attraverso l’esperienza decennale: “di questo autore ho letto tutto! Pensi che la mia amica lo incontrò una sera a Guidonia durante un tramonto fantastico! Mi fa stare in pace con il mondo e immerso nell’amore della natura!” 
E la bottiglietta d’acqua intanto resta sempre a metà…

In ricordo di Mimmo

 

Mimmo
di Marco Travaglio
A luglio eravamo a Ravello, Mimmo De Masi, Cinzia Monteverdi e io, per presentare il mio libro. A Ravello sono vietate le auto. Cinzia e io arrancavamo come zombi sotto la canicola del mezzogiorno. Lui trotterellava e saltellava come un capriolo. Nulla era più lontano di lui dalla morte, che invece se l’è portato via in pochi giorni. E non bastano tutte le parole del vocabolario per descrivere chi era, cosa ha rappresentato per il nostro giornale con i suoi articoli e il progetto Scuola, e quanto ci mancherà. Era il nostro amico geniale. Il nostro nonno acquisito, arrivato troppo tardi e andato via troppo presto. Più giovane di tutti noi messi insieme: dovevate vederlo alle riunioni sulla Scuola del Fatto, l’ultima impresa in cui si gettò a capofitto con l’entusiasmo e l’energia di un ragazzino, occupandosi persino dell’erba del prato davanti alla sede prefabbricata nel giardino della nostra redazione.
Di solito gli intellettuali di sinistra sono noiosi, verbosi, seriosi, faziosi, retorici, supponenti, tromboni: lui era tutto l’opposto. Brillante, sintetico, asciutto, spiritoso, ironico e dunque autoironico, mai settario e talmente colto da permettersi il lusso di dissimularlo. Il libro che ci lascia con i testi degli incontri al cinema romano Farnese su Destra e Sinistra ne sono un piccolo esempio: quando alzava il telefono per chiamare intellettuali e professori di idee antitetiche alle sue, quelli correvano perché li aveva convocati “Mimì”, ed era una garanzia di rispetto e imparzialità. Il che, quando prendeva la parola, non gli impediva di inquadrare i problemi con soave nettezza e poi di recidere i nodi col bisturi del suo sulfureo sense of humour. Era atipico anche come scienziato: i sociologi sono famosi per sforzarsi di non farsi mai capire e di riuscirci perfettamente. Lui invece riusciva a sminuzzare i problemi più complicati e i concetti più complessi con una semplicità e un candore di linguaggio che disarmavano.
I giornaloni e l’establishment tutto lo detestavano o perché osava denunciare la morte della Sinistra in nome del turboliberismo “riformista” e “blairiano”, dell’afrore dei banchieri e dei tecnici alla Monti e alla Draghi, e dare invece credito ai 5Stelle che avevano riempito quel vuoto. Persino la Meloni, in anni passati, gli aveva chiesto una mano per addentrarsi nei temi dell’economia e della sociologia in qualche serata privata.
E lui non si era sottratto, perché restava comunque un professore nel vero senso della parola, e sentiva il dovere di insegnare a tutti un poco del molto che sapeva. Uno dei tanti cretini di successo che scrivono in prima pagina l’aveva definito “il teorico del fancazzismo” perché aveva capito fra i primi gli spazi di “ozio creativo” e le voragini occupazionali in arrivo nel mondo del lavoro della società post-industriale (oggetto primario dei suoi studi) con l’intelligenza artificiale, il digitale e l’automazione. I suoi consigli a Grillo e Casaleggio e poi a Di Maio e a Conte hanno aiutato il movimento a diventare adulto e a riempire di contenuti i vuoti dovuti all’ingenuità e all’inesperienza (i milioni di poveri che per tre anni si sono sentiti protagonisti grazie al Reddito di cittadinanza lo devono anche a lui, così come i lavoratori che beneficiano del lavoro agile e in futuro, magari, otterranno anche un salario minimo e una riduzione dell’orario di lavoro). Il che non gli fruttò alcun incarico o sinecura, nel Paese dei raccomandati, e non gli impedì di criticare i 5Stelle quando sbagliavano, come fece per esempio con Grillo e Di Maio per la loro sbornia draghiana e con Conte per la sua renitenza a integrarsi con le altre opposizioni.
Poi c’era il Mimmo privato, il Mimmo delle cene in trattoria con l’adorata moglie Susi, il Mimmo che zompetta curioso nei corridoi del Fatto, il Mimmo dal calore umano trascinante, il Mimmo delle battute, dei sorrisi e delle risate tutte napoletane (anche se era nato in Molise). Il Mimmo che squaderna le sue mille vite e i suoi mille aneddoti sui suoi amici che solo a nominarli vengono i brividi: da Adriano Olivetti a Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente brasiliano che lo chiamava per chiedergli consigli (Mimmo in Brasile è conosciutissimo e popolarissimo), dall’erede del patròn di Rede Globo Roberto Marinho (che se lo portava in barca nelle isole greche in vacanza a volte pure con Zuckerberg) a Lina Wertmüller e Pier Paolo Pasolini (che una sera, a cena con lui al ristorante, toccò il sedere a un cameriere e Mimmo raccontava che quella fu l’unica volta in cui gli toccò fare a botte e prenderle).
Ascoltando quell’omino piccolo piccolo, con quella vocetta di falsetto e ruggine tipica di molti napoletani, mi stupivo sempre delle mille cose che era riuscito e continuava a fare. Ma i vini migliori stanno nelle botti piccole. Lui non lo sapeva, perché non credeva: ma per noi del Fatto era un regalo del Cielo. E, come tutte le cose belle, è durato troppo poco.

L'Amaca

 

Erano gli anni della decenza
DI MICHELE SERRA
Paolo Jannacci (intervistato per questo giornale da Arianna Finos), a Venezia per presentare un film sul padre Enzo, dice che gli piace ricordare l’Italia di suo padre perché “è un ricordo di decenza”. Questa parola, che è molto precisa, mi ha colpito profondamente e coinvolto emotivamente (ognuno ha un padre da ricordare).
Secondo la Treccani decenza significa “convenienza, decoro, pudore intesi non solo come sentimento individuale, ma più come esigenza etica collettiva che si ha l’obbligo di rispettare”. Secondo me “decenza” è esattamente quello che abbiamo perduto non tanto come individui (di decenti se ne contano ancora), quanto come collettività.
Non vorrei fare il vecchio retore (Paolo Jannacci, in ogni modo, ha vent’anni meno di me), ma lo “stile” prevalente, nell’Italia attuale, mi sembra l’indecenza. Che non vuol dire cattiveria o scelleratezza o vizio, vuol dire una drammatica perdita di misura e di eleganza. L’ostentazione di sé è il pensiero-guida. Nei social, nei talk-show, nella vita quotidiana, di “esigenze etiche collettive” che inducano alla decenza c’è davvero scarsa traccia. Rimanere discretamente un passo indietro per non sembrare invadenti, o prevaricatori, o cafoni, è uno scrupolo raro.
Il paradosso è che Enzo Jannacci, e anche il figlio, sono artisti: l’esibizione fa parte della loro natura, e niente di più indecoroso è dato, al mondo, che salire su un palco. Eppure quella generazione, qualunque lavoro facesse, perfino il giullare o il saltimbanco, fu più decente. Aveva più aplomb. Anche quando si era immersi nel lutto o nella tempesta politica o nello scandalo, l’idea era che si potesse, si dovesse, rimanere composti.