giovedì 8 dicembre 2022

Gustavo

 

La sindrome che confonde la vittoria elettorale con il senso di onnipotenza
DI GUSTAVO ZAGREBELSKY
Molte, e in tante lingue, sono le parole che contengono le due consonanti “st”. Molto spesso indicano qualcosa che “sta” stabilmente (così in greco il verbo ístemi): per esempio Stato, costituzione, esistenza, constare, sostenere e sostenibile, eccetera.
Tra queste c’è establishment . Questa parola nel discorso corrente è un modo generico di indicare un coagulo di poteri costituiti di vario genere: economico-finanziari, culturali e politici che fanno sistema e che, a chi ne è escluso, appare come un aggregato di interessi compatto e autoreferenziale. Magari al suo interno esistono tensioni e rivalità ma, alla resa dei conti, è concorde nella difesa della propria conservazione contro le minacce che possano provenire dall’esterno. Naturalmente, dicendo establishment o, se si vuole, oligarchie si usano parole generiche. Esiste varietà. Per esempio, alcuni possono ispirarsi al governo moderato, alla separazione dei poteri, al pluralismo, al rispetto dei diritti, in una parola ai principi del costituzionalismo; oppure, altri, non sapendo nemmeno che cosa ciò significhi, sono onnivori, ambiscono a un potere illimitato che scorra senza ostacoli. Tuttavia, comune è una caratteristica: vi si accede per cooptazione perché la cooptazione è garanzia di consonanza e compattezza contro le ingerenze eccentriche che possono minare dall’interno la solidità. Che piaccia o non piaccia (e a chi ne è escluso di certo non piace), l’establishment esiste dappertutto, in ogni organizzazione sociale stabile e capace di garantire stabilità. Si potrebbe dire: è un male, ma è necessario o, almeno, inevitabile. È questa quella che fu definita la “ferrea legge” delle oligarchie.
Con l’establishment ci sono le istituzioni. Esse sono garanzie di stabilità e di durata per mezzo, a dir così, delle loro funzioni di filtro o di selezione. Separano il lecito dall’illecito, ciò che è ammesso e incoraggiato da ciò che è escluso e represso. La “istituzionalizzazione” della vita politica e sociale è nell’interesse non solo dell’establishment, ma anche nell’interesse, che è di tutti, alla sicurezza e alla tranquillità. Da questo punto di vista, le istituzioni svolgono un compito che va al di là degli interessi particolare di chi si è impiantato nell’establishment. Esse sono, per dire così, nell’establishment ma, per poter svolgere i loro compiti, non devono essere dell’establishment. Devono, in altri termini, pensare e agire per il presente e per il futuro, indipendentemente da interessi mutevoli e contingenti. Se ne dipendessero, verrebbero meno ai propri compiti. Non sarebbero più istituzioni. Sarebbero vuoti simulacri. Tradirebbero la fiducia cui devono aspirare come humus indispensabile all’esercizio della loro funzione “istituzionale”. Nessuno più si fiderebbe di loro.
Poi, è venuta la democrazia. Con la democrazia abbiamo elezioni, maggioranze che cambiano e rappresentanza di interessi nuovi. Nuove aggregazioni di potere si possono affacciare e, nel caso che si prefiggano cambiamenti radicali, mirano alla discontinuità attraverso nuove istituzioni o attraverso il controllo e l’assoggettamento delle precedenti. In quanto portatrici di nuova legittimità sono onnivore delle istituzioni che provengono dalla precedente legalità. Queste sono percepite come impedimenti e devono essere, se non abolite, almeno “messe in riga” e conformate al nuovo che avanza.
Questa è la vicenda nella quale siamo immersi, già da ora. Così, con queste premesse, comprendiamo che è iniziata una partita che ha un’altissima posta in gioco. Chi ne risulterà vincitore dipenderà da molti fattori tra i quali l’attenzione dell’opinione pubblica resa consapevole dalla libera stampa che non sottovaluti e interpreti i segnali che sono davanti ai nostri occhi. Essi, per ora, riguardano le istituzioni europee, la Banca d’Italia e la magistratura, cause dell’insofferenza di chi, avendo “vinto le elezioni”, si considera per principio svincolato da limiti, controlli, contrappesi.
Le istituzioni europee. Erano passati pochi giorni dalle elezioni e già si era messo in discussione il “primato” del diritto della Ue sul diritto nazionale che è la colonna portante della costruzione della comunità degli Stati d’Europa. Non c’è motivo per credere che i motivi di questa contestazione non si estenderanno alla Convenzione europea per i Diritti dell’Uomo e le Libertà fondamentali, nonché alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, a sua volta colonna portante della difesa in Europa dei principi della democrazia liberale.
La Banca d’Italia. Essa è chiamata a compiti essenziali per la stabilità del sistema economico attraverso la supervisione dei mercati finanziari e il controllo della politica monetaria e quindi dell’inflazione (all’interno del circuito delle banche centrali europeo). Ha voce sugli equilibri del bilancio, quindi sul debito pubblico e sulla lotta all’evasione fiscale e sull’efficienza del sistema tributario. È autorità di vigilanza sulle banche e sull’intermediazione bancaria (di nuovo entro un sistema di relazioni europee) a tutela della clientela bancaria e finanziaria. Controlla le operazioni di fusione, partecipazione e ristrutturazione del sistema creditizio. Esprime pareri e relazioni tecniche su questi temi e la sua autorevolezza è direttamente proporzionale al grado d’indipendenza dagli interessi politici, spesso di natura elettoralistica. Insomma, una parte importante del governo dell’economia passa attraverso gli uffici della Banca d’Italia. Problematico è il bilanciamento tra i suoi compiti tecnici e la loro rilevanza politica. In questa tensione s’inserisce l’insofferenza del Governo («sono stufa», qualcuno ha detto), specie quando la spesa e l’indebitamento sono concepiti dal mondo politico come strumento di consenso elettorale. Da sempre (siamo nel 1893, in età giolittiana), il rapporto Banca-politica è un tema “caldo”. Ingerenze politiche, da un lato; eccessiva immedesimazione col mondo bancario, dall’altro.
La magistratura. La bestia nera d’ogni classe politica non aliena dalla corruzione, intrisa di senso d’onnipotenza, è l’indipendenza della magistratura e l’efficienza dei suoi poteri di controllo di legalità. Si annunciano tante riforme e, fin qui, nulla di male. Ciascuna di esse può contenere del buono, del meno buono, del cattivo e del pessimo: si deve discuterne e lo si farà, se la discussione potrà esserci, aperta e onesta, nelle sedi preposte. Ma, se si guarda all’insieme non si può far finta di non vedere fin da ora che il risultato può essere ciò che si diceva prima: “mettere in riga” un’istituzione che, bene o male a seconda dei casi, ha rappresentato un argine all’impunità alla quale molte persone di potere aspirano.
L’elenco finisce qui, per ora. Ma, che cosa accadrà quando la Corte costituzionale “osasse”? Osasse annullare, in nome della Costituzione, decisioni del Governo, forte del suo mandato elettorale. E se il presidente del la Repubblica facesse qualcosa di analogo in nome dell’unità nazionale? E se poi si arrivasse all’investitura elettorale diretta del presidente stesso, in questo quadro di garanzie scricchiolanti? Per non parlare, poi, della cultura che può essere messa in riga facilmente e tacitamente, togliendo finanziamenti o orientandoli dove si vuole. Per ora abbiamo sintomi, conati. Ne abbiamo già visti in passato. Con una espressione generica, troppo generica, sono stati riassunti nella parola “populismo”. Diciamo, per ora, sindrome d’onnipotenza condita da rozzo nazionalismo, intolleranza, linguaggio e simbologia varia: tutte cose che contraddicono un percorso che si aprì con la fine del fascismo e l’avvio della democrazia, facendo intravedere un mondo ricco di speranza per un futuro sognato e consegnato alle parole della Costituzione.

Ossequiosi e festanti

 


Ottima analisi

 

Una legge di bilancio sbagliata che rafforza le disuguaglianze


di Chiara Saraceno 


Nei vincoli posti dalla necessità di non aumentare a dismisura il debito pubblico e di far fronte all'emergenza energetica, il disegno di legge di bilancio appare squilibrato a favore di alcune categorie – lavoratori autonomi abbienti (tramite l'innalzamento abnorme a 85000 euro del tetto che dа diritto ad una tassa piatta del 15%), lavoratori anziani, per lo più maschi, con una buona storia contributiva e buona ricchezza pensionistica accumulata (tramite quota 103) – a sfavore di altre: lavoratori dipendenti (che hanno aliquote fiscali molto piщ alte del 15%), lavoratrici anziane con storie contributive modeste, persone e famiglie in povertа. 

Nelle misure di sostegno alle famiglie, inoltre, accentua la asimmetria nelle responsabilità di cura tra uomini e donne. Infine, in non virtuosa continuitа con i governi precedenti e in parziale contraddizione con quanto dolorosamente appreso durante la pandemia e le previsioni del Pnrr, sotto-finanzia la sanità e fa tagli lineari alla scuola.


L'intervento più dirompente riguarda il Reddito di cittadinanza. Esiste un generale consenso su quali siano le modifiche più necessarie. Le principali riguardano a) la necessità di raddrizzare, anche riducendo l'importo massimo per una persona sola, lo squilibrio – sia nell'accesso sia nell'importo – a sfavore delle famiglie con minorenni, tanto più se numerose, che pure vedono la maggiore concentrazione di povertà; 

b) la riduzione degli anni di residenza richiesti agli stranieri, che ne esclude una larga parte, con rischi di cronicizzazione della povertà, specie per i minorenni; 

c) un maggiore coordinamento tra centri per l'impiego e servizi sociali comunali; 

d) la messa in campo di serie politiche attive del lavoro che, nel caso dei beneficiari del RdC, devono anche tener conto che in molti casi si tratta di persone a bassissima qualifica e/o molto lontane dal mercato del lavoro; 

e) l'opportunitа di ridurre l'altissima aliquota marginale (dell'80% che poi sale al 100%) che colpisce chi, tra i beneficiari, è occupato o trova un'occupazione in costanza di ricevimento del RdC, senza tuttavia riuscire a superare la soglia della povertà.


Nessuna di queste proposte ha trovato ascolto nel governo precedente e tantomeno nella proposta di legge di bilancio, salvo che per la possibilitа di cumulare, senza che vengano conteggiati, fino a 3000 euro di reddito da lavoro, purché intermittente o stagionale. Ove non è chiaro perché un reddito da lavoro continuativo, ma insufficiente, invece debba essere conteggiato appieno. Ricordo che tra i beneficiari di RdC non ci sono solo disoccupati, ma anche lavoratori e famiglie di lavoratori e che, secondo i dati Istat, si trova in povertа assoluta il 14% delle famiglie con persona di riferimento operaia o assimilata, a dimostrazione che non sempre avere una occupazione è sufficiente a proteggere sé e la propria famiglia dalla povertà assoluta, ovvero dalla impossibilità di consumare un paniere di beni essenziali. Nella legge di bilancio si stabilisce che il RdC andrà ad esaurimento nel 2023 in vista di una o più nuove misure previste a partire dal 2024, il cui unico tratto chiaro, per ora, sarà la distinzione tra chi riceverа un sostegno al reddito e chi invece, in quanto teoricamente "occupabile", sarà avviato a politiche attive del lavoro. Questa distinzione, peraltro, viene anticipata già ora, con la drastica riduzione per costoro della durata del RdC da 18 mesi rinnovabili a 8. Non è chiaro se, tra gli occupabili cui verrà ridotta la durata del RdC, vi siano anche i già occupati, che ciononostante sono poveri .

In effetti il concetto di "occupabile" è molto generico, poco utile per mettere a punto politiche efficaci. Mette insieme ventenni e ultracinquantenni, persone con la sola licenza media e (pochi) laureati, persone che hanno perso da poco il lavoro e persone prive di occupazione da svariato tempo, persone che vivono in contesti ad alta e a bassa domanda di lavoro. Questa riduzione drastica e lineare lascerà prive di protezione moltissime persone (l'Istat ne stima 846 mila), non per loro colpa o perché non si sono date da fare, ma perché non hanno trovato collocazione, o non in modo sufficiente, nel mercato del lavoro. Come testimoniano i dati relativi alle persone coinvolte nella prima forma sistematica di politiche attive del lavoro, il programma Gol, il passaggio dall'essere occupabili all'essere occupati non è facile, neppure per coloro che non sono beneficiari di RdC e che sono stati profilati come "facilmente occupabili", perché con esperienze recenti di lavoro e con qualifiche teoricamente adeguate.

Non è, inoltre, chiaro, se, in attesa della prossima misura, potranno essere presentate nuove domande, da parte sia di "occupabili" sia di "non occupabili" e se saranno possibili rinnovi. Il tutto in un contesto economico e sociale che fa prevedere non una riduzione, ma un ampliamento dell'area della povertа, a causa dell'impatto dell'inflazione sul costo del paniere di beni essenziali.

La direzione intrapresa dal governo è in contrasto con la proposta di raccomandazione della Commissione europea sul Reddito minimo. Questa, infatti, oltre a chiedere che non vi siano norme discriminatorie contro gli stranieri e a sottolineare che il sostegno monetario deve garantire una "vita dignitosa", non distingue tra occupabili e non per quanto riguarda il diritto al sostegno economico, ma, come dovrebbe essere ovvio, solo per quanto riguarda le misure integrative dello stesso: appunto l'inserimento in politiche attive del lavoro (formazione, consulenza personalizzata, accompagnamento, monitoraggio) nel caso dei "teoricamente occupabili", per aiutarli a trovare una buona (non qualsiasi) occupazione.

Per quanto riguarda il sostegno alle famiglie con figli, l'intervento piщ sostanzioso consiste in un aumento selettivo (del 50%) dell'assegno unico per tutti i neonati, limitatamente al primo anno di etа e per i nuclei con tre o più figli per ciascun figlio di etа compresa tra uno e tre anni, per famiglie con Isee fino a 40.000 euro. E' chiaro e apprezzabile l'intento di sostenere le scelte di fecondità. E' tuttavia dubbio che un aumento limitato ai primissimi anni di vita costituisca un incentivo sufficiente, dato che i figli hanno la curiosa caratteristica di rimanere a carico a lungo (e in Italia più che altrove), comunque ben oltre i tre anni, e soprattutto di costare di più man mano che crescono. La maggiorazione riservata alle famiglie con tre figli, inoltre, dal punto di vista dell'incentivo alla feconditа accentua un difetto della legge che ha istituito l'assegno unico, ovvero la presunzione che le difficoltà a fare un figlio in più incominciano dal terzo in poi, mentre i dati mostrano che riguardano giа il secondo, e il ritardo con cui si ha il primo figlio. L'unica motivazione per concentrarsi sulle famiglie con tre o più figli minorenni non può essere di tipo demografico, ma economico: sono quelle piщ a rischio di povertà. Non va trascurato, inoltre, il fatto che questo aumento doppiamente selettivo indebolisce ulteriormente la dimensione universalistica dell'assegno unico, già ora poco piщ che simbolica, stante che la quota base, indipendentemente dell'Isee, è pari a 50 euro.


Più discutibile è l'aumento all'80% della retribuzione dell'indennità del congedo genitoriale (ora ferma al 30% e solo per i primi sei mesi) per un mese, da prendere entro i primi 6 anni di vita del bambino e limitatamente alla madre. Ciò è in netto contrasto con l'obiettivo di incentivare la parità tra padri e madri nella cura dei bambini, un obiettivo che faciliterebbe le scelte di fecondità più della rigida divisione dei ruoli che invece questa misura sembra voler rinforzare. E' auspicabile che, non potendo, per motivi di bilancio, estendere la maggiorazione a tutto il periodo di congedo genitoriale, il parlamento modifichi questo articolo, vuoi lasciando ai genitori la libera scelta su chi fruisce di questa opportunità (o anche di dividersela tra loro), vuoi invece utilizzando quei fondi per allungare il congedo di paternitа oggi ridicolmente basso (10 giorni, a fronte delle 16 settimane della Spagna).

Anche la rimodulazione dell'opzione donna rafforza una asimmetria di genere nelle responsabilità di cura, allo stesso tempo introducendo una discriminazione a sfavore degli uomini. Personalmente sono stata sempre contraria a questo istituto, perché sotto forma di un privilegio in realtа rende molto costoso (a differenza di quota 100 prima, 103 ora) l'anticipo della pensione a donne, per lo piщ in condizione economica modesta, che spesso lasciano il lavoro per occuparsi della cura non remunerata di famigliari. Questo trade-off tra riduzione della pensione e prestazione di cura (gratuita) è ora reso esplicito e rafforzato dai requisiti introdotti per accedervi, uno dei quali è l'essere (da almeno sei mesi) la principale "caregiver" di un familiare non autosufficiente. Gli altri sono essere in condizione di invaliditа civile superiore o uguale al 74% o essere licenziate o dipendenti da aziende in crisi. Al di lа della penalizzazione subita da chi fruisce di opzione donna, non si capisce perchй non possa avvalersi della stessa opzione un uomo che sia nelle stesse condizioni, cioи abbia uno di questi tre requisiti. O perchй non si possa far rientrare il tutto nell'Ape sociale. Discutibile и anche la possibilitа di fruire di un anticipo ulteriore in base all'avere avuto uno o piщ figli. Invece di anticipare l'etа alla pensione alle mamme (purchй passate al ruolo di caregiver di anziani non autosufficienti), ci si dovrebbe concentrare nel favorire l'occupazione delle madri con buoni servizi, riequilibrio delle responsabilità tra padri e madri e contrasto alle penalizzazioni nel mercato del lavoro.

Aggiungo che l'introduzione del requisito – per le sole donne – di essere caregiver di un familiare non autosufficiente è l'unica misura, se così si può chiamarla, presente nel disegno di legge di bilancio in tema di non autosufficienza, nonostante il Pnrr preveda in tempi brevi la riforma dell'assistenza in questo campo. Entro marzo 2023 il Parlamento dovrа approvare una legge delega. Questa assenza desta preoccupazione. —


mercoledì 7 dicembre 2022

La prima




Ho appena visto l’inizio del Godunov alla Scala (due ore e cinquanta di opera in russo - ah se ci fosse ancora il Ragioniere!-) con Bruno Vespa e la Carlucci a presentare! E poi il palco reale con l’arrivo di Mattarella e l‘ovazione per il presidente degli astanti, che a me - forse invidia? Chissà…- ha dato l’impressione che fosse più gioia per averla sfangata che per la sua persona, ovvero con tutte quelle persone importanti in brodo di giuggiole per il nuovo corso, con Nordio già impegnato a depressurizzare il proscenio con le riforme che affievoliranno assai eventuali reati commessi da lor signori; e la gioia, le grida pareano inneggiare al libera tutti - a tratti sembrava dicessero “ce l’abbiamo fatta, urrà!” 
E su quel palco assieme alla Von der Leyen ecco a sinistra del presidente - che orrore dire a sinistra! - l’altro presidente, quello del Senato che, si sa, è un fascista impenitente; e ultima la Giorgia di nero vestita che col suo “ao” caciottaro sta al Godunov come il Cazzaro al ragionamento - a proposito! Ma come mai non c’era? Forse perché credeva fosse domani? -; insomma mi piacerebbe tanto scoprire la percentuale di coloro che sono lì per ascoltare l’opera e quanti invece si sono presentati solo per sfoggiare la propria divaricazione sociale! 
Ogni anno la prima della Scala ci evidenzia proprio questo, trasmettendocelo in musica: noi siam noi e voi nun siete un …!
Prosit!

Scambio di ruolo

 





Belle notizie

 


L'Agenda meloniana

 

L’agenda Meloni in stile Renzi: tante parole e nessun fatto
DI DANIELA RANIERI
Pensavamo che avere un governo di destra, pieno di residuati missini e berlusconiani e aspiranti intellettuali à la Benedetto Croce con spruzzate di cultura fantasy stile Atreju, ci avrebbe almeno risparmiato la piaga dello storytelling, la pratica anglosassone di stampo lib-dem di intortare gli elettori con la comunicazione invece di convincerli con la politica. Invece la “narrazione”, sbarcata in Italia sulla groppa del renzismo (per poi sfracellarsi al suolo), contagia pure Giorgia Meloni (e del resto Marine Le Pen è entrata su TikTok sulle note dei Måneskin). Mentre al reparto egemonia culturale (tv pubblica e Istruzione e Merito) lavorano uomini di retroguardia, analogici, reazionari, dannunziani e nostalgici delle punizioni scolastiche, lei, Giorgia, va all’attacco coi video sui social, dove finalmente può raccontarsi “disintermediando” il messaggio, come faceva Renzi, invece di sbroccare in conferenza stampa adducendo altri impegni. Pur senza raggiungere quelle vette di cialtroneria, la nuova rubrica #gliappuntidiGiorgia, con cui dal suo ufficio a Palazzo Chigi Meloni informa col quaderno in mano i cittadini circa le misure del suo governo, è – oltre che mortalmente noiosa: 25 minuti di parole, inquadratura fissa, qualche zoom in primissimo piano sui punti salienti – una prova che Meloni sta arrancando sul piano politico. Fingendo di aprire il quaderno a caso, a dire che è preparata su tutto e pronta all’accountability, infila mosse difensive del tutto fuori fuoco. Una è sul Reddito di cittadinanza: “Tra il reddito e rubare”, dice facendo il verso a una signora di Napoli che paventava il doversi dare al furto una volta privata di Rdc, “l’opzione di lavorare forse la dovresti prendere in considerazione”. È il frutto della torsione linguistica per cui i disoccupati sono diventati “occupabili” e dunque se una persona non ha lavoro è perché preferisce poltrire che contribuire al Pil (ma tra i percettori ci son anche persone che pur lavorando sono sotto la soglia di povertà).
L’altra è sul tetto al contante: “È falso”, dice, “che la possibilità di utilizzare moneta contante favorisce l’evasione fiscale: come dice la Guardia di Finanza, uno che vuole evadere evade comunque”, quindi si possono dare armi ai cittadini, tanto chi vuole ammazzare ammazza comunque, si possono togliere i limiti di velocità in autostrada, tanto chi vuole andare a 220 km/h ci va comunque, etc. “Per paradosso più è basso il tetto al contante e più si rischia evasione, perché siccome i contanti io posso averli in casa per svariati motivi, se non li posso spendere legalmente, tenderò a farlo in nero”. Più che un paradosso, è una scemenza. Alzare il tetto al contante serve proprio a far spendere capitali in nero a spacciatori, tangentari, spalloni e taglieggiatori, e uno studio di Banca d’Italia dice che c’è un nesso di causalità tra utilizzo del contante ed evasione. Abile nella comunicazione informale (vedi video su TikTok in silenzio elettorale, con lei che maneggiava due meloni che subliminalmente avrebbero dovuto indirizzare il voto), Meloni è debole in quella istituzionale, che invece ha fatto innamorare i commentatori dei giornali padronali (“assertiva”, “fuoriclasse”, “rigore da generale prussiano”). La sua personale narrazione, che l’ha portata al governo, è che c’è qualcosa o qualcuno che ci impedisce di essere patrioti, madri e padri, cristiani e italiani. Contro questo potere invisibile bisognava mandare al governo lei, Lollobrigida, Valditara, Santanchè, etc. Con questo armamentario retorico (e umano) non si può campare di rendita. È una dura fatica essere insieme underdog e credibile, varando misure che scontentano tutti e affamano il popolo che l’ha votata. Meloni pensa di farlo con lo storytelling ma, come spiegano nelle scuole politiche serie, il Titanic aveva un problema di iceberg, non di comunicazione.