venerdì 16 settembre 2022

Dotto su Roger


di Giancarlo Dotto  

Ad un tratto t’invade la beatitudine. Questo era per me Roger Federer in azione. Da mitomane certamente reo e più volte confesso aspettavo morbosamente questo momento. Il suo addio ufficiale al tennis. Masticare e rimasticare un lutto preventivo equivale nella testa del mitomane patologico (sapete cosa voglio dire, vero, voi maniaci di Michael Jordan, voi pazzi di Valentino Rossi, voi patiti di Francesco Totti?) smorzare il dolore, farlo tuo poco a poco, quasi affezionarti negli anni sicché, quando la cosa accade non fa male più di tanto. È un po’ la mozione degli affetti di certo forse deprecabile cannibalismo, mangiare quello che ami, un boccone dopo l’altro, per renderlo definitivamente tuo.

È accaduto. Roger ha detto addio. Eravamo pronti? Non si è mai abbastanza adulti e vaccinati quando si tratta dell’addio di una persona cara . E Roger Federer era una “persona cara” per molti di noi.

Definizione di “persona cara” da un dizionario ancora da inventare: “Colui o colei che ci aiuta a rendere la vita sopportabile o perché ha saputo darci (anche una sola volta) una carezza giusta nel momento giusto o perché ci ha autorizzato (più volte) quel tuffo al cuore (che nei soggetti più suggestionabili può arrivare allo svenimento) causato dalla bellezza, così bella da risultare incomprensibile. Tuffo o svenimento che sia, ne riemergi pieno di gratitudine e pronto ad alimentare la  fiamma che ci tiene in vita e allo stesso tempo ci protegge dalla vita, dalla caverna di Neanderthal alla suite nei grattacieli di New York, lucidare e aggiornare la bacheca delle divinità. Un  delirio? Ebbene sì. Un delirio necessario. Hai voglia a bandire le droghe. Togli le allucinazioni e dell’uomo resta un cartoccio deperibile di ossa, acqua e sangue.

La domanda fino a ieri era piuttosto: perché Roger si ostina? Perché insiste a violentare il suo corpo riluttante e ora anche dolorante trascinandolo dentro un recinto a fronteggiare marcantoni dalle spalle bioniche che tirano mazzate con l’oscena salute degli animali costruiti in laboratorio? Forse perché sa bene che solo così ha la chance di esistere in quanto capolavoro? Specchiandosi e “trovandosi” nello stupore altrui, nella devozione di chi lo ammira. Wimbledon come una sala del Louvre o dell’Hermitage. Essere nello sguardo degli altri. La maledizione delle leggende viventi: non poter essere spettatori della propria grandezza.

O forse si ostina, si ostinava, a impugnare la racchetta che lui suona come fosse un violino, perché rifiutarsi di pronunciare la parola “addio” era un modo per differire lo strazio planetario dei più, dei nostalgici di lui, prima ancora di averlo perduto? Di tutti quelli che non si sono mai completamente ripresi dallo shock del colpo impossibile per quanto pieno di grazia inventato da Roger Federer contro Andrè Agassi, settembre 2005, finale Us Open, “colpo che sembrava scappato dal mondo di Matrix”, parole di David Foster Wallace. Prima di suicidarsi quando non era più capace di riconoscere la bellezza dentro di sé e intorno a sé, lo scrittore americano si prese non so quante pagine sul New York Times. Per raccontarselo meglio il suo Roger, per provare a spiegarsele le ragioni per cui ne era tanto ammaliato. A oggi, mai nessuno così vicino a rappresentare l’irrappresentabile bellezza del suo tennis. “Roger Federer un’esperienza religiosa”. Sì, vero, ma di più, un’esperienza psichedelica. Una droga per molti di noi. Una spedizione in un paradiso artificiale, un luna park per soli esteti, con la scusa del tennis. Quel diavolo di un angelo. Roger come Mandrake. Ha inventato tennis da ogni lembo del campo. È stato leggero e solido, fluido e potente. Ha dispensato conigli dal cilindro, fiori dai cannoni. Ha scartato perle, seminato trappole, illusioni e giochi di luce. Quando gioca Roger, giocava, non ti fa desiderare altro. “Non ci credo!”, il grido collettivo quando giocava Roger.

Wimbledon è stato il suo Taj Mahal. Il suo giardino privato. Gli mancava solo il turbante sul cardigan. Impossibile solo alla vista. E perché, se no, un altro mito come Rod Laver si accaniva a fotografarlo dalla tribuna? Impazziscono tutti, quando gioca, giocava, lui, anche i pesci nella vasca. Una racchetta che sembra la borsa di Mary Poppins. Arrivano palline e tornano fiori, farfalle, ricami, biglietti di sola andata per Tahiti. Roger Federer in azione al di là del tennis, è Michael Jordan in sospensione al di là del basket o Marco Van Basten (ma oggi starei per dire Paulo Dybala) al di là del calcio.

La sua ostinazione a presentarsi sul court, più stiloso che mai, alla soglia dei quaranta, la sua bellezza illesa, ne hanno fatto un autentico freak capovolto. Da incorniciare. Un dissimile. Un alieno che strappa le pagine e strapazza i canoni delle umane vicende. Nessuno lo ha mai visto sudare, quest’uomo, nemmeno al quinto set di un torrido torneo sulla terra. Una dannata leggenda. I numeri ci provano a raccontarlo con la loro ottusa saccenza. Vorrebbero, ma non possono. Non ce la fanno. Chi sa di venerarlo non ha bisogno dei numeri per misurarlo. Tantomeno di assegnarlo o sottrarlo alla Storia.

Roger è stato abile, lucido e generoso. Ci è venuto incontro. Attraverso il suo malessere ha percepito il nostro. Ci ha dato tutto il tempo per metabolizzare. Illudendoci fraternamente, “tornerò a giocare”, ci disilludeva allo stesso tempo, non tornando mai. Esiste un’omeopatia del lutto sportivo? E del dolore che ne segue? Lui l’ha praticata alla grande. Ci ha dato l’addio quando tutti noi avevamo dato l’addio a lui. Noi avevamo smesso prima di lui. Un genio compassionevole. Dei tre supereroi che hanno marcato un’epoca ci lascia l’unico indispensabile.

Restano il gladiatore inaffondabile di Manacor e il fenomeno gommoso di Belgrado. Anche loro, soprattutto loro, infinitamente orfani. Il più grande di sempre? Certamente Roger, sì. Ma chi se ne frega. Se ne va un meraviglioso anacronismo, regalandoci ultimi scampoli di tennis giocato per chi avesse ancora lacrime da versare. La vita continua, ma solo dalla parte di Roger che sarà libero ora di scodellare altri bellissimi gemelli con la sua Mirka e divertirsi in tutti i modi possibili. In quanto a noi, poveri noi. La bellezza del gesto di Federer forse non è indispensabile al tennis, ma lo è alla vita. 

Nostra culpa

 


E così l'ennesimo disastro improvviso, inaspettato, fulmineo, devastante ha scosso la penisola, lasciando sul campo 10 morti, tra cui due bimbi! 

Mentre innumerevoli stolti sono impegnati a garantirsi un nuovo quinquennio di agi e pregi, presentando un'indegna e malefica campagna elettorale spudoratamente alla cazzoetcampana, nella quale le tematiche ambientali sono viste come confetti per imbecilli, nessuno, o forse pochi, pochissimi, sembra preoccuparsi oltremodo di questi eventi violenti che mietono vite e che probabilmente diverranno sempre più frequenti. 

E kikkazzo dovremmo incolpare di questi eventi estremi se non tutti noi? 

E' responsabilità di tutti se la natura ci sta presentando il conto, ed in special modo di chi governa le nazioni, di chi antepone il lucro al rispetto della natura. E coloro che vorrebbero, il cosiddetto mondo occidentale, mettere un freno comune alle emissioni di CO2, si sentono rispondere picche - o va a ciapar i rat - dai paesi emergenti, i quali hanno iniziato da poco la corsa verso il baratro e si godono il momento, come Cina e India, e che mostrano il dito medio a noi che da decenni stiamo allegramente violentando il nostro habitat. 

Siccità, incendi, diluvi localizzati: sono la risultante del cambiamento climatico dovuto alle emissioni di CO2 in atmosfera. Questo lo pensano tutti ad eccezione del bastardo biondo e della sua claque in procinto di ritornare a romperci i coglioni, a meno che la giustizia a stelle e strisce non lo riesca a fermare in tempo. 

E mentre si muore perché travolti da torrenti e fiumi esondati, babbei inani con carte oro al seguito, continuano a sparare in aria tonnellate di CO2 con i loro aerei personali per compiere tragitti a volte minuscoli, fatti solo per comunicare il loro status dorato ai comuni coglioni che siamo noi. Volete un elenco di questi imbecilli? Semplice: prendete una hit parade di riccastri e scorrete i nomi: sono quasi tutti loro gli incalliti inquinatori menefreghisti che in barba a tutto contribuiscono all'emissioni di merda in cielo! Politici, rapto riccastri, attori, attrici, influencer di 'sta minkia, professionisti, sportivi. Tutti in voli solitari che poi magari li ritroviamo tra le palle con facce tristi a fingere di preoccuparsi dell'ambiente, alla Di Caprio per intenderci, e poi scorrazzanti in atmosfera alla faccia nostra! 

Non è certamente solo quell'inquinamento a scatenare l'inferno in terra, sia chiaro! Moltissimo dipende dalle industrie, dai riscaldamenti, da tutto quanto spara CO2 in quantità mostruose. Quello che il frenetico volo dei solitari riccastri fa trasparire è che a nessuno frega un emerita minchia della situazione ambientale!

Tutto questo provoca morte e sfracelli fino a poco tempo fa impensabili. La natura non sta ad aspettare il nostro fancazzismo. Cambia, si altera, ci assale con i suoi eventi solo ed esclusivamente perché l'abbiamo cambiata, alterata, resa assalente noi.    

Curiosità

 





Il cugino travagliato

 

Me l’ha detto mio cugino
di Marco Travaglio
Per farsi un’idea del rigore scientifico con cui l’Amministrazione Biden compila i dossier sui fondi russi a politici occidentali da sparare nel ventilatore della campagna elettorale italiana, basta leggere a pag. 4 l’intervista di Josh Rudolph, ex consigliere di Obama, Trump e Biden, al nostro Stefano Vergine: un frittomisto (per giunta vecchio di due anni) di fatti stranoti lontano dall’Italia, illazioni senza riscontri, voci di corridoio senza uno straccio di documenti, soldi promessi e mai versati nella hall dell’hotel Metropol (da tre faccendieri russi, privi di incarichi nel regime putiniano, al leghista Savoini), deliri mai accertati di tal “El Pollo” su 3,5 milioni a Casaleggio sr. da Maduro (che è venezuelano, non russo). Il tutto basato su “fonti aperte”: giornali e siti, forse anche confidenze della zia e del cugino. “Fuori i nomi”, urlano tutti. Giusto: ma se anche uscissero prima del voto, cosa potremmo farcene? Un dossier dei servizi Usa, fra l’altro assemblato in quel modo, non è una sentenza giudiziaria. E varrebbe qualcosa solo se contenesse documenti inoppugnabili (contabili, bancari, bonifici, foto o intercettazioni di scambi di denaro) che lo rendessero quantomeno plausibile. Sennò resterebbe una scandalosa interferenza estera targata Usa, non Russia. Incredibilmente Draghi, che ne ha parlato con Blinken, non zittisce il suo garrulo ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che usa la Farnesina per farsi campagna elettorale e i dossier a rate degli amici yankee per attaccare i politici colpevoli di avere più voti di lui (cioè tutti). Per non parlare dell’altra figura di garanzia che dice, insinua e contraddice un giorno sì e l’altro pure: l’incontinente del Copasir Adolfo Urso in tournée a Washington.
Mentre tutti montano la panna su ciò che non si sa, nessuno ricorda ciò che già si sa. Dal 20021 al 2022, non contento delle consulenze e conferenze pagate dal principe-criminale saudita Bin Salman, Matteo Renzi è stato membro del Cda di Delimobil, colosso russo del car sharing con sede in Lussemburgo fondato dall’italiano Vincenzo Trani in società con la banca statale moscovita Vtb: perché nessuno gli domanda quanto prendeva del milione di euro annuo destinato all’intero Cda? Fra il 2010 e il 2016 Repubblica ha ospitato l’inserto mensile di propaganda putiniana Russia Today, ovviamente a pagamento: perché il quotidiano Gedi, così inflessibile sui soldi di Mosca, non ci dice quanti soldi incassò da Mosca, posto che sei anni fa Russia Today ruppe il contratto e offrì lo stesso servizio al Sole 24 Ore per 1,5 milioni di euro l’anno? Già, perché il giallo potrebbe finire come La maledizione dello scorpione di giada: Woody Allen che indaga sui furti di gioielli commessi da lui.

L'Amaca

 

Le apocalissi normali
DI MICHELE SERRA
Il Covid, mediaticamente parlando, si è inabissato, fanno più notizia, per meriti difformi, Laura Pausini e Chiara Ferragni.
Ancora ci si ammala e ancora si muore, ma sono paure e lutti socialmente metabolizzati, endemici, come l’infarto, l’emorragia cerebrale, il cancro. Mali quotidiani, non più emergenze spettrali, minacce aliene.
Discutendo con amici ci si chiedeva se sia un bene oppure un male, questa retrocessione del Covid nella affollata hit parade delle disgrazie in corso. Se sia una pericolosa sottovalutazione o una benvenuta riduzione alla normalità.
Diciamo che è, prima di tutto, una inevitabile reazione a due anni e mezzo di sirene che suonano, governi che tuonano, telegiornali e giornali quasi monotematici. Così come è stato necessario e utile l’allarme mondiale, è stato necessario e utile trovare stabili forme di convivenza con un virus che ci ha levato il fiato e la libertà, e grazie alla scienza medica, alla ricerca, ai vaccini, alle cure ora meglio calibrate, alla pazienza e alla disciplina della maggioranza degli umani e perfino degli italiani, è stato ridotto, da male assoluto, a un male tra i tanti.
Nei supermercati si vedono ancora parecchie mascherine (compresa la mia) ma non si fa più tanto caso a chi la porta e chi no. Non è più una faida furente, come fino a pochi mesi fa. Dei No Vax, anche in campagna elettorale, proprio non si parla: sono folklore del passato. Il Covid, a conti fatti, è un’apocalisse sventata, neutralizzata, ridotta a routine. Che sia di buon auspicio anche per le numerose apocalissi in calendario nei prossimi mesi.

giovedì 15 settembre 2022

Un’altra visione


Lui è Francesco Benozzo, poeta, musicista e filologo; e questa è la sua visione dell’evento di questi giorni:

«La prosopopea per la morte della regina d’Inghilterra è imbarazzante. Per chi ha vissuto lunghi anni in un paese di lingua e cultura celtica, come è capitato a me nel vostro Galles, è addirittura offensiva, se solo si pensa ai soprusi britannici nei confronti di quelle culture millenarie. Celebrare il simbolo del più becero colonialismo moderno e contemporaneo, e dunque ciò che rappresenta, fa solo venire i brividi. Un proverbio gallese, come lei ben sa, recita: “Meglio la carestia piuttosto che il mare mosso a Bangor, meglio la peste piuttosto che i regnanti inglesi”. 
Spero che qualcuno scriverà prima o poi un libro serio sulle nefandezze perpetrate da questa ricca signora amante del tè e della solidarietà di palazzo nei confronti  dei suoi sudditi dell’Australia, delle Bahamas, del Canada, della Giamaica, della Nuova Zelanda, di Papua Nuova Guinea e di Santa Lucia durante i suoi interminabili 70 anni di regno».

[F. Benozzo, intervista rilasciata a “Radio Cymru”, 10 settembre 2022]

Remake?



Ma questa volta più veritiero!!