mercoledì 14 settembre 2022

Meditazione

 


Robecchianamente

 

Voto. La povertà? Per carità: non è chic parlarne in campagna elettorale
di Alessandro Robecchi
Piano piano, in punta di piedi, senza clamore, senza grossi traumi, la questione della lotta alle diseguaglianze ha abbandonato la campagna elettorale, rifugiandosi in un luogo nascosto e ombroso dove non darà fastidio a nessuno, un po’ polemica strumentale e un po’ manuale di conversazione.
Come capita sovente, non è il problema che scompare (anzi!), ma la sua utilità nel dibattito, quindi via, via, archiviare. Restano in campo, vagamente collegate all’argomento, le polemiche funzionali ai vari schieramenti, per esempio sul Reddito di cittadinanza: chi lo vuole abolire, chi lo vuole mantenere (e per questo è addirittura accusato di voto di scambio, divertente paradosso per cui se fai qualcosa in difesa dei cittadini e loro ti votano per quello, non va bene); chi insiste sulle truffe (un po’ come se si abolissero le pensioni perché c’è chi si frega quella della nonna defunta e congelata), chi si arrampica un po’ sugli specchi. Qualche sondaggio, ad esempio, deve aver acceso un faro sull’impopolarità dell’abolizione secca, visto che anche le forze fino a ieri contrarissime al reddito, virano oggi verso una più moderata “modifica”. È il caso, per esempio, di Azione, che se la cava con quella formuletta facile del “superamento” e della “revisione”, dimenticando che solo fino a qualche giorno fa uno dei due soci in ditta annunciava la raccolta di firme e un referendum per cancellarla per sempre. Imbarazzo comprensibile tra i fan azionisti quando glielo ricordi.
Insomma, espulsa dalle politiche sociali e dalle proposte strutturali, la povertà è tornata a essere un incidente quasi inevitabile, buona sì per qualche sussulto di indignazione passeggero – un po’ di retorica – ma troppo complicata per essere al centro della discussione politica. Con qualche risvolto grottesco, anche, come il surreale dibattito sul grado in meno dei caloriferi per ripararci dal caro-bollette, senza mai dire che gli italiani che hanno abbassato il riscaldamento di un grado, anche due, anche cinque, anche del tutto, sono sempre di più, e non da oggi. È come se ci fosse un vizio atavico e irrisolvibile, per cui quando si parla delle spese “degli italiani” (tutti uguali, tutti sommabili in una massa indistinta non troppo diseguale) ci si riferisse solo e soltanto a una specie di generalista “ceto medio”: la larga fetta di popolazione scivolata alle soglie della povertà non è contemplata. Da qui, una sorta di incoraggiamento da rotocalco al risparmio “glamour” e modaiolo (Uh, i mercatini dell’usato, che sciccheria! Uh, la doccia fredda, quanto fa bene!). Insomma si piega la questione della povertà, e della neo-povertà, a una specie di gioco di società, con conseguente passaggio dalle pagine dell’economia, o della politica, a quella degli “stili di vita”.
Persino di quella spaventosa tabella Osce che ci ricorda il disastro salariale italiano negli ultimi trent’anni non si parla quasi più, se non per una specie di scambio di prigionieri: un pochettino più di salario (forse), e un po’ meno tasse per gli imprenditori (di sicuro) che va sotto il nome di cuneo fiscale. A parte minuscole e lodevoli eccezioni, insomma, l’impoverimento della società italiana non è stato al centro del dibattito elettorale, se non per qualche benemerita uscita ideologica à la Briatore: “Mai visto un povero creare posti di lavoro” (sic), o il vecchio refrain liberal-liberista sulla piaga dell’“invidia sociale”, che rende i poveri e gli impoveriti non solo colpevoli della loro povertà, ma pure cattivi e invidiosi. Ecco fatto.

L'Amaca

 

La buona stella non è un programma
DI MICHELE SERRA
Abbiamo un debito pubblico mostruoso, infrastrutture vecchie, un’evasione fiscale endemica (più un connotato culturale che un dato economico), un sistema politico sbriciolato e nonricomponibile per colpa di una legge elettorale assurda. Sappiamo lavorare, questo sì, e ci mancherebbe pure che, in tanta penuria, fossimo pure degli scansafatiche privi di ingegno e spirito di iniziativa.
Ma in campagna elettorale ci si sente obbligati a sembrare speranzosi e gagliardi, e dunque nessuno osa far presente che siamo messi male, che lo siamo strutturalmente, che abbiamo vissuto (chi più chi meno) al di là dei nostri mezzi, e se non avessimo il sostegno dell’Europa saremmo messi anche peggio.
Al contrario, gode di vasta simpatia, nei sondaggi, chi si appella all’orgoglio nazionale e dice che con l’Europa bisogna rifare i conti e rifarli a nostro vantaggio, come se fossimo creditori di qualcosa e non debitori di molto.
Ci vorrebbe un Partito dell’Umiltà che rifacesse i conti con la nostra storia, la nostra fortuna e la nostra imprevidenza, ma ognuno sa che un partito siffatto prenderebbe pochissimi voti e avrebbe la nomea di guastafeste se non di menagramo, come accadde a La Malfa padre nel suo piccolo, e nel suo grande a Berlinguer quando osò parlare di austerità. Ci sarebbe da abbassare la cresta e lavorare sodo, e su quel sodo, per giunta, pagare le tasse. Non è un programma politico, me ne rendo conto.
È un processo, titanico e disperato, di autocoscienza collettiva. Non lo faremo mai, dunque non ci resta che sperare, come sempre, nella buona stella. Anche la buona stella, però, non è un programma politico.

martedì 13 settembre 2022

Un pò di sfottò!


 

Dixit

 


Conflitto travagliato

 

Ai confini della realtà
di Marco Travaglio
Schierati col popolo ucraino contro l’aggressione russa fin dal primo giorno, anche accogliendo profughi con la nostra Fondazione, siamo felicissimi per la tanto attesa controffensiva. Ma non vorremmo che l’entusiasmo per questi primi segnali in controtendenza dopo 202 giorni di predominio russo levasse lucidità agli strateghi da divano. Nei primi sei mesi e mezzo di guerra le truppe di Putin hanno occupato un quarto dell’Ucraina: un territorio vasto quanto metà dell’Italia. E se, per riconquistarne un fazzoletto, quelle di Zelensky hanno impiegato oltre mezzo anno, forse ha ragione l’intelligence Usa a ritenere lievemente prematuro vendere la pelle dell’orso prima di averlo cacciato. Come ha detto il generale Mini alla festa del Fatto, è in queste fasi di stallo che la politica – ove mai esistesse – dovrebbe forzare la mano per un negoziato. Possibilmente prima che Putin, per uscire dall’impasse, valuti l’opzione nucleare tattica o solo l’uso massiccio dell’aeronautica (finora pressoché assente) per spianare le aree che non riesce a conquistare o tenere con le truppe di terra e i mezzi obsoleti impiegati fin qui. L’iniziativa potrebbe prenderla l’Italia, decidendosi a rispettare la nostra Costituzione, che diversamente da altre vieta l’invio di armi ai non alleati, e proponendosi come mediatrice. Invece i nostri “esperti”, che fino al 24 febbraio pensavano che il Donbass fosse un prete nano, già parlano di “disfatta russa”, “ritirata”, “crollo”, “rotta”, “Caporetto”, “fine di Putin” e altre fesserie, fomentando gli opposti estremismi di Kiev e Mosca (“Niente dialogo: guerra fino alla vittoria”).
Rep annuncia in prima pagina: “Ucraini alle porte della Russia. La controffensiva raggiunge il confine”. La Stampa: “Ucraini al confine russo”. Il Messaggero: “Russi ingannati e in rotta: gli ucraini sono al confine”. E Libero: “Ucraini al confine con la Russia”. Non vorremmo deludere nessuno, ma gli ucraini sono al confine russo da quando esiste l’Ucraina, che confina da sempre con la Russia. E lo erano anche prima della controffensiva, perché le truppe russe non avevano mai occupato l’intero confine, ma solo la parte Sud (di cui ora han perso un pezzo). L’Italia ha ai confini Francia, Svizzera, Austria e Slovenia, però non si sognerebbe mai di sentirsi sconfitta per così poco: càpita a tutti gli Stati del mondo, isole escluse. Ma sono tempi duri, per i titolisti dei giornaloni, anche sul fronte interno. Rep: “Il M5S è in ripresa al Sud. Letta ora spera nel pareggio: ‘Possiamo farcela’. Consensi in crescita per Conte”. Delle due l’una: o Letta si crede Conte; oppure, non potendo sperare nei successi del Pd, esulta per quelli dei 5Stelle perché in fondo, decoubertinianamente, l’importante è partecipare.

L'Amaca

 

Peppa Pig è in vantaggio
DI MICHELE SERRA
Giovanardi contro Peppa Pig” non è, come sembra, un regolamento di conti nel mondo dei cartoon. È un capitolo, per quanto minuscolo, della Restaurazione in corso contro una giovane umanità occidentale a ranghi sciolti, che ha sovvertito l’ordine tradizionale e crede sul serio (cioè: seriamente) che due mamme o due padri bastino per fare famiglia, che la vita sia “fluida” ben al di là delle facili mode; e che lo sia perché vecchi argini si sono rotti, e l’eros, che è il motore del mondo perfino più del denaro, ha preso a circolare nelle direzioni più inaspettate.
Nessuna rivoluzione, nessun cambiamento radicale è senza conseguenze. Ogni vera novità desta scandalo e agita gli animi, e la paura è l’arma formidabile di ogni restaurazione. Nessuno creda che Giovanardi sia una macchietta isolata. La sua idea che una famiglia senza Padre, anzi governata dal Padre, sia blasfema, e contro natura, gode di un vasto appoggio popolare (in Oriente soverchiante, in Occidente ancora notevole) e di un armamentario culturale, religioso, politico, ben più potente di Peppa Pig. Si appoggia su convenzioni millenarie, che hanno trasformato ovvietà biologiche (per procreare servono un ovulo e uno spermatozoo) in Dovere Morale.
Chi vuole cambiare il mondo, o perlomeno la propria vita, si attrezzi dunque di pazienza, di buoni argomenti e soprattutto di amore. L’indignazione social, nell’uno e nell’altro verso, vale zero. Valgono la pazienza, il coraggio, la capacità di capire l’avversario e magari di cambiarlo, e alla fine vincerà, per la sua maggiore energia, l’eros. In questo senso possiamo sperare che Peppa Pig goda di qualche vantaggio su Giovanardi.