venerdì 3 giugno 2022

Accordo



Qui a Bologna ho trovato l’accordo col proprietario: le mie ceneri verranno seppellite qui! Mi spiace per quelli del tofu ma al cuor non si comanda!

Rincrescimento



Qui a Bologna purtroppo non ho trovato nessun locale che mi dispensasse un po’ di tofu. Mi sono dovuto accontentare di questi salumi, tra cui la mortadella che profuma oltremodo! Mannaggia!

Quanti bastardi attorno!



Notizie incoraggianti! E poi mi vengono pure a rompere i coglioni dicendo che è l’ora di fare tutti i sacrifici! Sarà meglio invece preparare cervogia, zaino e bastone di castagno…

Opportunità


Questo articolo va letto con molta calma ed obiettività, chiudendo in freezer le maratone mentaniane, gli sproloqui di peripatetici a gettone, le insane voluttà natiane, gli spasmi armigeri di chi pensa ancora che le visioni del mondo siano direttamente proporzionali ai ragli dei troppi mercanti ora travestiti da sepolcri imbiancati.

Una guerra lunga per cancellare il passato

Tra propaganda e realtà. Si è tentato di far scordare gli ultimi 8 anni di conflitto. Tutto ciò che si è detto e scritto sulle operazioni militari è, a oggi, smentito

di Fabio Mini

La prima cosa che appare chiara, dopo 100 giorni di guerra in Ucraina, è che tutto ciò che si è detto e scritto sulle operazioni militari russe è saltato. Una volta di più, si è dimostrato che la narrazione della guerra segue logiche e grammatiche diverse dalla realtà, per non parlare della verità. Il giochetto della propaganda, antico come il mondo, è infatti quello di attribuire all’avversario scopi e strumenti molto più alti di quelli effettivi, per giustificare sia una vittoria clamorosa sia una sconfitta onorevole, oppure per spaventare e ottenere con la paura ciò che non si avrebbe mai con la ragione.
Le intenzioni strategico-politiche attribuite a Mosca, sin da prima dell’invasione e tuttora sostenute, si sono dimostrate sbagliate, eppure sono riuscite nello scopo che le baggianate dovevano conseguire: orientare la narrazione. La demilitarizzazione e la denazificazione annunciate dal presidente Putin come scopi politico-strategici, non riguardavano la debellatio dell’Ucraina o la purificazione della popolazione dal morbo nazista. La prima mirava a impedire che l’Ucraina diventasse parte di una alleanza militare ostile alla Russia (la Nato); la seconda perseguiva la “pulizia” della leadership e delle strutture di sicurezza dalle componenti neo-naziste che in pratica dal 2014 avevano assunto poteri anche istituzionali.
Facendo partire la guerra dal giorno dell’invasione, si è tentato di far dimenticare gli otto anni precedenti durante i quali i vari governi ucraini hanno massacrato le popolazioni (ucraine) del Donbass colpevoli di essere legate a una propria lingua (del tutto simile a quella ucraina) e di volere una autonomia politico-amministrativa dal governo centrale. Un governo che nel 2014 si era insediato con un vero e proprio colpo di Stato manovrato da estremisti nazionalisti e russofobi sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Unione europea.
Si sono volute far dimenticare al mondo occidentale le palesi minacce e provocazioni da parte ucraina e della Nato dei precedenti 24 anni e in particolare degli ultimi quattro mesi, durante i quali è stata definita la strategia offensiva nei riguardi della Russia.
L’Ucraina e gli Stati Uniti, con un accordo bilaterale “capestro” siglato nel 2008 e aggiornato a settembre del 2021, avevano oltrepassato la linea rossa che la Russia aveva tracciato tra minaccia e “minaccia esistenziale”. L’accordo è scritto in un linguaggio del peggior estremismo nazionalistico ucraino, della peggiore forma diplomatica e firmato dagli Usa in una chiara visione di confronto sia diretto sia mediato (da Ucraina e Nato) contro la Russia. Stando allo spirito, e soprattutto alla lettera di quell’accordo, non esisteva e non esiste tuttora alternativa alla guerra. La Russia doveva soltanto scegliere il modo di iniziarla e condurla.
Ha scelto un modo molto classico e quasi arcaico: l’invasione con truppe corazzate e obiettivi limitati sul piano militare, per dare sicurezza al Donbass e concorrere agli obiettivi strategici. Quella che viene ancora oggi definita come una “invasione a tutto campo” una “aggressione” immotivata e non provocata sul piano militare è stata condotta con forze del tutto insufficienti a conseguire la conquista di tutto il Paese e meno che mai l’occupazione e l’espansione russa in Europa. “Dopo di noi toccherà a voi”, gridava il presidente Zelensky immediatamente acclamato e seguito (o perfino preceduto) su questa linea da tutti – o quasi – gli europei e americani. “Noi stiamo combattendo per voi”, tuonava il presidente incitando Usa e Nato a partecipare alla guerra con armi, sanzioni e miliardi di euro/dollari in nome dei valori condivisi.
�Battaglie condotte in modo quasi arcaico
Se da un lato è molto dubbio (e perfino pericoloso) che l’Europa condivida i valori di questa Ucraina, dall’altro è assolutamente vero che essa stia conducendo una guerra per conto degli Stati Uniti. Le operazioni militari russe si sono immediatamente concentrate sulla parte del Donbass dove l’Ucraina dal 2014 aveva schierato truppe regolari e irregolari ben addestrate e armate dall’Occidente in versione anti-insurrezionale: carri armati e milizie contro la popolazione del Donbass e contro i cosiddetti separatisti. Questi ultimi erano (e sono) appoggiati dalla Russia in nome di una “responsabilità di proteggere” giuridicamente prevista, ma non riconosciuta alla Russia da ucraini, americani e consueto seguito.
L’esercito e le forze di sicurezza interne dell’Ucraina potevano contare su circa 160 mila uomini alle armi ai quali si aggiungevano 16-20 mila “volontari” di varia natura e provenienza. Un terzo di queste forze era schierato a est del Dniepr, di fronte ai territori delle neo-repubbliche del Donbass; un terzo a nord della Crimea in preparazione dell’attacco alla penisola e Sebastopoli previsto dalla “piattaforma Crimea” del 2021 approvata e sostenuta dagli Stati Uniti; il restante era dislocato a difesa dei centri urbani e altri obiettivi sensibili.
Mentre le truppe russe penetravano in Donbass su tre vie tattiche (Lugansk-Sloviansk, Donetsk-Dnipro e Mariupol- Zaporizha-Kherson) e attaccavano con artiglierie e missili obiettivi sensibili come Kharkiv, furono subito attivati i primi colloqui russo-ucraini per un cessate il fuoco. Un esercizio militar-diplomatico promosso da alcuni leader europei che probabilmente non avevano letto bene gli accordi bilaterali tra Usa e Ucraina, così come non si curano ancora di leggere quelli tra Ucraina e Gran Bretagna, tra Polonia e Ucraina, tra Paesi baltici e scandinavi e Gran Bretagna.
�L’azione dimostrativa di forza con i raid su Kiev
Allo stesso tempo, la Russia avviò un’azione dimostrativa di forza inviando una forza corazzata su Kiev. Voleva essere un modo per influenzare i negoziati, orientare la politica di Zelensky verso un distacco dai suoi partner estremisti e soprattutto convincere le forze armate ucraine a un accordo. A Kiev, evacuata dalla maggior parte degli abitanti oltre che dalle ambasciate e dai “consiglieri militari” occidentali, ci furono bombardamenti in periferia, l’occupazione di alcuni centri suburbani e una sosta tanto forzata quanto minacciosa di una chilometrica fila di carri armati in puro stile Ungheria o Praga. Anche in questo caso venne propagandato l’imminente attacco alla città. Ed è stato smentito dai fatti.
Le truppe russe si ritirarono quando fu chiaro che dai colloqui non poteva nascere niente, le forze armate ucraine non si accordavano, le milizie e la polizia ucraine controllavano la città, l’Occidente non intendeva trattare e anzi stava ottenendo nuove adesioni alla Nato, le truppe ferme per quasi un mese stavano perdendo motivazione e vite umane e, non ultimo, il fronte interno dei falchi del Cremlino criticava Putin per la scarsa volontà di usare la forza.
Ovviamente il riposizionamento fu sfruttato dalla propaganda ucraina come una vittoria dell’eroica resistenza e di fatto convinse i leader ucraini e gli amici occidentali ad aumentare aiuti e sostegno militare in vista della cacciata dei russi dal territorio ucraino, Donbass e Crimea inclusi.
�La seconda fase: il Donbass priorità strategica
Lo stesso si verificò quando i russi lasciarono la periferia est di Kharkiv. In realtà, l’affermazione della priorità strategica russa al Donbass rese possibile esercitare una pressione maggiore su tutta la regione. Inoltre, nonostante le forti perdite subite, tutta la parte sud-est fino a Mariupol e lungo la costa dei mari Azov e Nero era già controllata dai russi che furono ancor più motivati dal determinante chiarimento che la guerra non riguardava l’Ucraina, ma tutto l’Occidente contro la Russia. Così, infatti, si erano espressi gli ineffabili statunitensi Blinken e Austin, il britannico Johnson, il Segretario della Nato Stoltenberg e la Commissaria europea Von der Leyen seguiti dai vari Cip&Ciop della politica da salotto.
Oggi il pendolo delle operazioni volge in favore della Russia, che metodicamente continua a spingere le forze ucraine dal Donbass al fiume Dniepr. Probabilmente si fermeranno lì, sul grande fiume dove lo Stato Maggiore ucraino ha già ordinato di costituire una linea difensiva innescando l’effetto “panico” (in italiano “Caporetto”) delle forze usurate dal punto di vista fisico e demotivate dalla resa della Brigata Azov. Il pendolo potrebbe tornare indietro con l’arrivo delle nuove armi americane e inglesi fra un paio di settimane. Ma potrebbe essere già tardi per recuperare terreno oppure troppo tardi per tutti. I russi stanno aspettando un razzo sul proprio territorio per scatenare la Terza guerra mondiale. Con o senza Putin.

Ohhh Woody!!!

 

Io, la mucca
assassina,
confesso
Woody Allen torna in libreria con nuovi racconti: eccone un assaggio E ci rilascia un’intervista esclusiva nel prossimo numero di Robinson
DI WOODY ALLEN
Chiedo venia se il mio racconto degli eventi di queste ultime settimane potrà sembrare confuso o addirittura isterico. Di solito sono di indole mansueta. Il fatto è che la natura di ciò che sto per riferire è tanto più inquietante in quanto ha per teatro un luogo così idilliaco. La fattoria dei Pudnick, nel New Jersey, non teme il confronto con qualunque paesaggio pastorale di Constable – se non per le dimensioni, certo per la pace bucolica. Si trova appena a due ore da Broadway, dove Il batterio mangiacarne, l’ultimo musical di Sy Pudnick, fa regolarmente il tutto esaurito; ed è qui che, fra verdi prati e dolci colline, l’acclamato paroliere viene a distendersi e a ricaricare la propria ispirazione. Appassionato contadino della domenica, Pudnick e sua moglie Wanda coltivano mais, carote, pomodori e altri ortaggi, mentre i loro figlioletti si occupano di una dozzina di galline, di un paio di cavalli, di un agnello e della vostra affezionata. Dire che per me la fattoria dei Pudnick è una sorta di Shangri-la non significa indulgere alla retorica. Posso brucare, ruminare e processare il mio bolo in armonia con la natura, e vengo munta a intervalli regolari da Wanda Pudnick con mani gentili e cosparse di crema idratante. In particolare apprezzo quando i Pudnick invitano ospiti per il fine settimana. Che gioia per una creatura intellettualmente sottovalutata come me godere di una prossimità con le star del mondo intellettuale newyorchese: origliare le conversazioni di attori, giornalisti, pittori e musicisti, che si scambiano idee e aneddoti spiritosi che magari possono risultare un po’ troppo criptici per il pollame – ma nessuno più di me apprezza un pettegolezzo di Anna Wintour o una canzone nuova di zecca di Stephen Sondheim, specialmente se è Steve a suonarla. Ecco perché, quando ho saputo che questa volta la lista comprendeva un regista- sceneggiatore con molti titoli all’attivo (anche se non ne ho mai visto uno), pregustavo un Labor Day particolarmente scoppiettante. E quando ho saputo che questo autore a volte era anche protagonista dei suoi film, già pregustavo un filmmaker carismatico come Orson Welles e aitante come Warren Beatty o John Cassavetes. Immaginate la mia sorpresa quando posai gli occhi sul suddetto genio e non vidi né un fascinoso sex symbol né un ombroso autore di cult movies, ma un personaggetto miope con gli occhiali dalla montatura nera, stucchevole nella sua idea di country chic: giacca di tweed, berretto e sciarpa, manco andasse a caccia di folletti.
Questo individuo si dimostrò una tassa fin dall’inizio, lamentandosi con tutti delle indicazioni poco chiare che avevano costretto il suo autista a vagare per oredescrivendo un nastro di Möbius, del costo di pedaggi e carburante, e dell’effetto imprevisto delle spore locali sulle sue delicate adenoidi. Alla fine lo sentii richiedere un’asse di legno da piazzare sotto il suo materasso, a suo dire troppo morbido per essere tollerato da una colonna vertebrale evidentemente destinata all’osteoporosi. Il signor Pudnick ricordò che una volta David Mamet aveva considerato di cambiare volo quando aveva saputo che questo individuo era sul suo stesso aereo. Posso aggiungere che tutte queste fisime venivano espresse con un tono nasale affine al kazoo, al pari delle sue incessanti facezie: un fiume di freddure disastrose, pensate per accattivarsi gli ascoltatori ma che creavano immancabilmente un silenzio di tomba.
Il pranzo venne servito sul prato e il nostro amico, imbaldanzitosi grazie a un certo signor Glenfiddich, cominciò a tenere banco su argomenti di cui non sapeva un accidente. Citò scorrettamente La Rochefoucauld, confuse Schubert e Schumann e attribuì a Shakespeare il versetto «non di solo pane vive l’uomo», che io stessa sapevo trovarsi nel Deuteronomio. Quando venne corretto, si stizzì e propose di sfidare la padrona a braccio di ferro per dimostrare non so cosa. A metà pranzo, l’insopportabile rompiscatole batté il coltello sul bicchiere per richiamare l’attenzione, e poi provò a sfilare la tovaglia senza far cadere i piatti. Inutile dire che il risultato fu un olocausto: rovinò almeno un abito J. Mendel e catapultò una patata nella scollatura di una bruna sciccosa. Dopo pranzo, lo beccai mentre muoveva con il piede la sua palla da croquet, pensando che non lo vedesse nessuno.
Mentre i suoi capillari cominciavano a pagare il pegno dei whisky single malt ingollati, biascicò invettive contro i critici newyorchesi, rei di non avere attribuito nessun premio alla sua ultima fatica, Louis Pasteur contro l’Uomo Lupo . Ormai lanciava sguardi lascivi alle ospiti più procaci, e afferrando la mano di un’attrice con la sua zampa da roditore, le sussurrò: «Con quegli zigomi così alti devi avere del sangue Cherokee nelle vene: vero, visoncina mia?». Con autocontrollo sovrumano, l’attrice in questione resistette all’impulso di afferrargli il naso e di girarlo in senso antiorario fino a produrre un rumore stridente.
Fu a quel punto che decisi di ucciderlo. Dopo tutto, il mondo avrebbe sentito la mancanza di quella piccola, fatua supposta, con la sua tronfia sicurezza e la sua vomitevolepiacioneria? All’inizio pensai di travolgere la piattola sotto i miei zoccoli, ma avrei avuto bisogno di un altro paio di centinaia di mie simili per farne davvero una polpetta. Non c’erano rupi verso cui avrei potuto spingere il miserabile, per poi precipitarlo nell’abisso. Ma poi ebbi un’illuminazione. Si era parlato di una passeggiata tra i boschi, e tutti erano ansiosi di parteciparvi. Tutti tranne un omuncolo imbarazzante, che faceva la principessa sul pisello all’idea di poter prendersi il morbo di Lyme o di incappare in una quercia velenosa. Così decise di rimanere nella sua stanza a fare telefonate per controllare gli incassi del suo ultimo film, a cui Variety aveva attribuito un potenziale limitato, consigliando una prima nel Belize. Il mio piano era entrare in casa, prendere quel foruncolo logorroico alle spalle e strangolarlo con un nastro. La polizia avrebbe creduto fosse stato un vagabondo.

giovedì 2 giugno 2022

Differenze liriche


Impedente al flusso sparato dall’Astro otto minuti prima di raggiungere il già infocato lido, assorbo cotanta salutare energia spiegato su un ameno lettino avvolto dall’acciottolio di snervanti infanti intenti a superar d’un balzo il primato di squaglia zebedei da tempo immemore imbattuto, mentre attorno svicolano effigi ricamate con aghi, oramai ahimè per loro, sonnacchiosa normalità, tartarughe frutto di forsennate fatiche palestre, sfide colossali alle leggi universali gravitazionali, provenienti da mondi misteriosi. E benedico l’avvio della regina dell’anno, dea del calore, della Gazza calciomercatrice, della sigarata all’ombra e nel tripudio di divini assoli alla Gary Moore, proteso, plaudente ed incantato come sono riguardo ai manufatti di madre natura, portatrice d’esempi d’alta schola, ammutolenti i più! 

(P.S. avrei potuto dire “a son chi al mae con le coge a l’aria a mirae la gnoca a nastro, a fumae e a sbatermene er belin” - ma non avrebbe onorato la lirica…😎)

Benvenuto!