giovedì 10 marzo 2022

Domandina




Analisi su cui meditare

 

Putin ha imparato la lezione da noi

TUTTO PARTE DALLA NATO - L’espansione dell’Alleanza Atlantica contro il suo stesso Trattato è la principale causa dello scontro. Il finto idealismo dei ‘liberal’ spinge gli Usa all’avventura. Abbiamo fatto lo stesso in Serbia

DI FABIO MINI

Nel 1997 la Nato invita nell’Alleanza Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria. Così si forma la prima linea dell’espansione a Est. Nel 2002 su proposta britannica vengono invitate altre sette nazioni (Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania), completando l’accerchiamento della Russia a Nord e Sud-est.

Nel 2008 Mosca impedisce l’adesione della Georgia e nel 2014 si oppone con forza a quella dell’Ucraina. Nel 2008 si tappano i “buchi” di Albania e Croazia, nel 2015 e nel 2018 quelli del Montenegro e della Macedonia del Nord. Con otto allargamenti successivi e 30 Stati membri schierati attorno alla Russia, la reazione di Putin non era imprevedibile. Stephen Walt, editorialista di Foreign Policy e professore ad Harvard, ha recentemente scritto che “la grande tragedia è che tutta questa vicenda era evitabile”. “Se gli Stati Uniti e i loro alleati europei non avessero ceduto all’arroganza, all’illusione e all’idealismo liberal e si fossero invece affidati alle intuizioni fondamentali del realismo, la crisi attuale non si sarebbe verificata. Infatti la Russia probabilmente non avrebbe mai preso la Crimea e l’Ucraina sarebbe più sicura oggi. Il mondo sta pagando un prezzo alto per aver fatto affidamento su una teoria errata della politica mondiale”.

Mentre il realismo parte dal presupposto che la guerra è sempre possibile e che non ci si può fidare degli altri, il liberalismo divide il mondo in “Stati buoni” (quelli che incarnano i valori liberali) e “Stati cattivi” (praticamente tutti gli altri) e sostiene che i conflitti nascono principalmente dagli impulsi aggressivi di autocrati, dittatori e altri leader illiberali. “Per i liberal, la soluzione è quella di rovesciare i tiranni e diffondere la democrazia, convinti che le democrazie non combattano l’una contro l’altra, specialmente quando sono legate dal commercio, dagli investimenti e da un insieme di regole concordate”. In realtà (tanto per essere realisti) quella descritta da Walt non era una visione rosea delle relazioni internazionali, ma una vera e propria forzatura logica. Infatti, gli oppositori dell’allargamento della Nato, tra cui noti esperti come George Kennan, Michael Mandelbaum e l’ex Segretario alla Difesa, William Perry, avvertirono che la Russia lo avrebbe inevitabilmente considerato come una minaccia e che andare avanti avrebbe avvelenato le relazioni con Mosca. I sostenitori dell’espansione vinsero il dibattito sostenendo che avrebbe aiutato a consolidare le nuove democrazie nell’Europa orientale e centrale e a creare una “vasta zona di pace” in Europa. (…) “I dubbi della Russia sono aumentati quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003 – una decisione che ha mostrato un certo disprezzo intenzionale per il diritto internazionale”. Questo comportamento ripetuto nella crisi libica e in quella siriana “spiega perché Mosca sta ora insistendo su garanzie scritte”. In realtà tali garanzie non sarebbero necessarie se la Nato e in primis il suo ineffabile e muscolare segretario generale, il norvegese Stoltenberg, si attenessero alla lettera e allo spirito del Trattato Atlantico. (…) Infatti, l’articolo 1 impegna le parti a rispettare lo statuto delle Nazioni Unite e a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale che pregiudichi la pace e la sicurezza. L’allargamento è stato da subito una controversia internazionale che pregiudicava la sicurezza e la pace. Gli articoli 5 e 6 sulla cosiddetta mutua difesa si riferiscono ai territori dei singoli Stati membri minacciati da attacco armato. E l’Ucraina non è compresa. L’articolo 7 stabilisce che il Trattato non pregiudica e non dovrà essere considerato in alcun modo lesivo dei diritti e degli obblighi derivanti dallo statuto alle parti che sono membri delle Nazioni Unite o della responsabilità primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. La Russia è parte delle Nazioni Unite e la politica della Nato ne ha leso i diritti, compromettendo la pace e la sicurezza di tutto il mondo.


Da questa lesione parte la reazione russa e sorprende che non sia scattata prima. L’articolo 10 stabilisce che le parti “possono”, con accordo unanime, invitare ad aderire al trattato ogni altro Stato europeo in grado di favorire lo sviluppo dei princìpi dello stesso e di “contribuire alla sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale”. Durante il vertice della Nato di Bucarest del 2008, il presidente americano George W. Bush, nonostante il parere contrario della propria intelligence, parlò espressamente dell’ammissione alla Nato di Georgia e Ucraina. Paesi che non potevano contribuire alla sicurezza dell’Alleanza, se non peggiorandola. Inoltre il vincolo dell’unanimità conferisce a ciascun membro un pari diritto di veto che ne rispetta la dignità ma lo rende anche individualmente responsabile delle conseguenze del mancato esercizio di tale di ritto. Quindi non impedire l’ingresso nell’Alleanza di tutti quei paesi che avrebbero alterato gli equilibri, minacciato la propria sicurezza e quella di altri paesi è stata una violazione del Trattato Atlantico e dello stesso statuto dell’Onu. Tutti sapevano che la Polonia e i paesi baltici avrebbero alterato tali equilibri e la Russia non era nelle condizioni d’impedirlo. Lo erano però la Germania, la Norvegia, la Francia, l’Italia e perfino il Lussemburgo, ma non hanno fatto o detto nulla (…)

Oggi tutti assistono stupiti al fatto che la Federazione è in grado di far valere i propri diritti e soprattutto le ragioni della propria sicurezza. Eppure la retorica imposta da un’annosa velina americana passata alla Nato continua a minacciare la sicurezza di tutti. “È un luogo comune in Occidente – scrive Walt – difendere l’espansione della Nato e dare la colpa della crisi ucraina solo a Putin. Ma Putin non è l’unico responsabile della crisi in corso, e l’indignazione morale per le sue azioni o il suo carattere non è una strategia. Né è probabile che sanzioni maggiori e più dure lo inducano a cedere alle richieste occidentali. Per quanto spiacevole possa essere, gli Stati Uniti e i loro alleati devono riconoscere che l’allineamento geopolitico dell’Ucraina è un interesse vitale per la Russia, che è disposta a usare la forza per difenderlo (…) L’indisponibilità degli Stati Uniti e dell’Europa ad accettare questa realtà di base è una delle ragioni principali per cui il mondo è in questa crisi oggi”. A queste considerazioni molto razionali e condivisibili si può soltanto osservare che l’idealismo attribuito ai liberal statunitensi è una comoda favoletta nella quale non crede più nessuno né in America né tanto meno altrove. Ogni pretesa idealista è stata smentita dai fatti. Non devono perciò sorprendere le azioni di Mosca e diventano vergognose le posizioni di quegli europei che oggi si ergono a garanti dell’integrità territoriale ucraina, quando sono stati i primi a violare il diritto internazionale e l’integrità di un paese sovrano europeo con la guerra e l’occupazione militare. L’Ucraina è oggi lo specchio di ciò che gli Stati Uniti, la Nato e l’Europa hanno fatto alla Serbia (al tempo Repubblica Federale di Jugoslavia comprendente il Montenegro) in e per il Kosovo. Erano tutti “liberal” quelli che fecero fallire i colloqui di Rambouillet per attaccare la Serbia (…). Erano idealisti quelli che bombardarono la Serbia per settanta giorni e con il pretesto umanitario inviarono contingenti militari a occupare il Kosovo, con un’operazione di “pace” che dura da 24 anni (…). Erano idealisti quelli che hanno riconosciuto l’autoproclamazione della Repubblica del Kosovo, sottraendo alla sovranità di Belgrado il cuore della cultura slava. Allora, è idealista anche Putin che con l’Ucraina ha fatto proprio il “modello Kosovo” inventato da noi e che tuttavia anche con l’invasione non ha ancora raggiunto la ferocia di uno di quei settanta giorni di bombardamenti che noi destinammo alla Serbia.

Zitto zitto...

 


L'affondo di Daniela

 

L’ultima nemesi di Salvini: Chi di maglietta ferisce…
DI DANIELA RANIERI
Per quanto in molti lo sperassero, era difficile credere che la parabola di Matteo Salvini sarebbe finita un giorno con un tonfo così grottesco, così tondo e perfetto, in ossequio a tutti i codici della commedia all’italiana (gli mancavano il colbacco e il caciocavallo appeso in spalla), davanti alla stazione di Przemysl, cittadina polacca ai confini con l’Ucraina, a 10 chilometri dai carrarmati di Putin. Già strideva il contrasto tra la sua figura – sempre abborracciata, mai autorevole – e l’atroce frangente storico; tra la missione che si era dato, “portare pace e salvare donne e bambini”, e il suo curriculum politico di seminatore d’odio, finito a servire l’acqua nel governo dei banchieri; ma il rifiuto del sindaco Wojciech Bakun di riceverlo, con la trovata drammaturgicamente perfetta di regalargli una maglietta con sopra stampata la faccia di Putin, ha fatto compiere uno scatto di chiusura ermetica alla sua vicenda. Il video dell’evento è per lui, bulimico di selfie, semplicemente micidiale.
La t-shirt, insieme alla felpa, è stata uno strumento della sua propaganda: superficie di messaggi basici per divoratori d’immagini social (“Basta uro”), usata per geolocalizzarsi con captatio benevolentiae delle pro-loco (“Bergamo”, “Gioia Tauro”), esternare ideologie e programmi (“Padania is not Italy”), additare nemici (“Basta Fornero”), esprimere solidarietà a tabaccai sparatori, lisciarsi polizia, “marò” e CasaPound, la maglietta è stata il manifesto elettorale di Salvini, che si è fatto muro, supporto del suo stesso messaggio per i collegamenti Tv. Quella tirata fuori con gesto teatrale dal sindaco polacco (pure lui di destra, del movimento xenofobo Kukiz’15), era un fac-simile della maglietta che Salvini indossò nel 2014 a Mosca, sulla Piazza Rossa, naturalmente a insaputa dello stesso Putin, facendosi immortalare quale turista-groupie dell’autocrate; e poi nel 2015, al Parlamento europeo, in chiave anti-Ue e anti-Merkel. Figuriamoci se Salvini studiava e aveva un’idea degli equilibri geopolitici: la smargiassata era a esclusivo beneficio degli italiani. La Lega, già padana, era adesso un movimento nazionalista, cellula del sovranismo europeo, affine all’America “great again” di Trump e adoratrice di Putin, cacciatore di tigri e “uomo forte” (da sempre, l’ultimo faro dei codardi).
La propaganda leghista consisteva nell’esposizione fisica e persino fisiologica del “Capitano”, impegnato nello sforzo diuturno di far parlare di sé, sfidare il buon senso e il buon gusto, dire sempre la cosa meno assennata, meno decente, in una regressione infantile di tutti i codici, “dacché i deficienti si innamorano dei modelli deficientemente ritenuti valevoli quali modelli” (Gadda). E arrivava fino a sporcare tutto ciò che è sacro, ferme restando le esibizioni esteriori di devozione alla Madonna, i baci a rosari, crocefissi e salamelle (uno degli emissari della Lega al confine ucraino è quel Grimoldi che nel 2010 fece un’interrogazione parlamentare per censurare nelle scuole i passi del diario di Anna Frank in cui la ragazzina ebrea morta a Bergen-Belsen descriveva “le sue parti intime”, troppo “dettagliati” per non “suscitare turbamento in bambini di scuola elementare”).
Il ministro dei Decreti sicurezza alternava bonomia paterna e odio; odio, beninteso, sempre rivolto ai deboli, giammai ai forti: ha fatto credere al ceto medio che se impoveriva la colpa era dei senza ceto; che i ladri erano i “migranti con l’iPad”, non i commercialisti dei partiti tra cui il suo, che ha rubato 49 milioni di euro allo Stato cioè a tutti, pure ai suoi elettori, intortati con la mitologia dei due sopraffattori a tenaglia, l’Europa e l’Africa, mentre la Russia di Putin – che già occupava la Crimea, toglieva libertà al suo popolo, eliminava giornalisti e dissidenti – era il Paese di Bengodi.
È stato un politico di destra a sbugiardarlo davanti al mondo come impostore (per soprammercato comico-kitsch, stavolta l’indumento parlante era un giubbotto decorato con gli sponsor della spedizione: quando si dice il fiuto per gli affari); uno per cui il senso della patria e dell’onore si esprime evidentemente anche rifiutando di ricevere un opportunista straniero che va a farsi propaganda sulla sofferenza di un popolo amico (“È insolente da parte sua”). Dopo l’auto-combustione del Papeete e il negazionismo della Covid, la fine di Salvini nella stazioncina polacca era un appuntamento col destino (mai sottovalutare gli scherzi del destino nelle stazioni in terra russa o quasi: Anna Karenina vi muore, e anche Tolstoj morì in una stazione, quella di Astàpovo, il cui orologio segna ancora oggi le 6:05), altro che, come dicono i suoi difensori con anacronismo struggente, “un agguato della sinistra e dei centri sociali”. Salvini non ha mai avuto onore, non ha mai avuto politica; ha avuto solo comunicazione, e di comunicazione politicamente perisce.

Distolti dalla tragedia.

 

L'unico giornale che porta all'attenzione le squallide manfrine dei soliti noti! Distolti come siamo da eventi tragici, nel parlamento italiano colgono la palla al balzo e si auto immunizzano a vicenda. Con Ronf Ronf Letta trai i più attivi.
No law zone
di Marco Travaglio
Commosso a favore di telecamera per l’eroica resistenza ucraina, il Partito Unico dell’Impunità Pd-Lega-FI-FdI-centrini approfitta della distrazione generale per combattere l’unica guerra che non comporta rischi, ma solo vantaggi: quella contro la Giustizia. In due mesi il Parlamento ha negato ai giudici l’autorizzazione all’arresto di Luigi “Giggino ’a Purpetta” Cesaro (senatore FI, imputato per camorra) e all’uso delle intercettazioni indirette di Cosimo Ferri (deputato Iv, sotto azione disciplinare al Csm per le cene con Palamara, Lotti&C.). Ha dichiarato insindacabile Carlo Giovanardi (ex deputato Ncd, imputato a Modena per “rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e minaccia o violenza a corpo dello Stato con l’aggravante di aver rafforzato l’associazione mafiosa”). Ha trascinato alla Consulta col conflitto di attribuzioni i pm di Firenze che hanno osato acquisire le chat di un privato cittadino a colloquio con Matteo Renzi (senatore Iv, imputato per finanziamento illecito nel caso Open). E ieri ha negato ai giudici di Roma l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni indirette di Armando Siri (senatore leghista, imputato per due corruzioni). In tutti questi casi, escluso quello di Giovanardi, il Pd ha votato col fronte centrodestra-Iv, lasciando soli 5Stelle e LeU (con i rispettivi ex) a votare contro.
Una mano sporca lava l’altra e trasforma il Parlamento in una fabbrica di abusi di potere incostituzionali. La Costituzione vieta di intercettare senza autorizzazione i membri del Parlamento, non chi da fuori parla con loro. Ma, vista l’abitudine di molti eletti di commettere reati e di parlarne con i complici, Camera e Senato si sono inventati un’“immunità contagiosa” che copre anche i non parlamentari. Il caso Siri è tipico: nel 2018 il sottosegretario leghista viene beccato sei volte al telefono con l’imprenditore Paolo Arata (legato a un finanziatore di Messina Denaro e intercettato) a parlare di norme e altri favori ai suoi affari nell’eolico: Conte lo caccia. Ieri il Senato, su richiesta del Pd, spacchetta le sei conversazioni in due voti: no alle prime due “per l’incerta e implausibile configurazione del requisito di necessità”; no alle altre quattro perché “la Procura poteva rendersi conto del coinvolgimento di un parlamentare e sospendere immediatamente le captazioni”. Due voti fuorilegge: sulla necessità di un’intercettazione decide il gip, non il Senato; ed è demenziale smettere di intercettare un soggetto intento a delinquere perché ogni tanto parla con un parlamentare (sennò a uno stragista, per evitare le intercettazioni, basterebbe fare il numero di un deputato). Mentre sproloquia di No fly zone, questa banda di impuniti si è già creata la No law zone.

L'Amaca

 

Così parlò il patriarca
di Michele Serra
Merita di entrare nella storia il discorso che il patriarca Kirill, capo di una delle svariate chiese ortodosse (quella russa), ha fatto in occasione della Domenica del Perdono. Alla faccia del perdono, le parole di Kirill accompagnano il suono dei cingoli dei carri armati come un salmo di guerra.
Non è il primo prete che benedice una guerra, ma lo ha fatto con una lucidità ideologica formidabile. I russi separatisti in Ucraina, ha detto, si ribellano al peccato. Non vogliono organizzare il Gay Pride, che è il test di ammissione per sottomettersi al “potere mondiale”. Non sorridete: Cirillo va alla sostanza delle cose. È un patriarca, lo dice la parola stessa, incarna il patriarcato. Lui è la Tradizione, con tutta la sua grandiosa suggestione. Muove guerra all’Occidente, insieme a Putin, perché ci considera corrotti, decadenti, debosciati.
Guardate, di questo si tratta, questo è lo scontro. Se non avessimo perduto gli ultimi trent’anni a parlare solamente delle variazioni dello 0,2 per cento del Pil, avremmo potuto accorgercene prima. Lo scontro è tra una libertà profonda, vera, rischiosa, e la Reazione, che non è uno scherzo, non è un dettaglio. La Reazione ha l’atomica, tanto per intenderci.
Dunque, Kirill ci pone una domanda molto seria: siamo disposti a combattere e a morire, noi debosciati occidentali, perché ogni persona sia padrona della propria vita, a costo di dare scandalo? Ponetevi, ma sul serio, la domanda. Non sono mai stato a un Gay Pride, ma quando vedo e sento quelli come Kirill sogno che un esercito al comando di Eurialo e Niso deponga il patriarca, e inalberi su Mosca la bandiera arcobaleno.

mercoledì 9 marzo 2022

Oltre i limiti



Chissà che contentezza avranno avuto i marchi che hanno sponsorizzato “la figura di merda del millennio!”
Chissà che ritorno d’immagine si staranno gustando tutte le società che hanno mandato il Cazzaro Universale sul proscenio della guerra a portare pace, dopo lustri trascorsi ad insufflare rancore e razzismo!
Chissà cosa li avrà convinti a partecipare alla madre di tutte le fetecchie, alla Caporetto mediatica che diverrà oggetto di studio per le generazioni che verranno!
Personalmente sono immerso in una torcida che apparentemente sembra senza fine! 
Grazie Cazzaro per averci alleviato queste ore tenebrose!