mercoledì 24 novembre 2021

Buongiorno

 

I morti e i vivi
di Mattia Feltri
Ogni tanto arrivano piccole strane ondate, l'ultima delle quali riguarda le virtù del Regno Unito nel contenimento del Covid senza nemmeno ricorrere a Green Pass o altre limitazioni della libertà. Ieri per l'intera giornata ho assistito all'elogio via social, anche di popolari analisti, del fruttuoso aplomb britannico davanti al virus. Forse ingannati dal numero dei morti di lunedì - quarantacinque, mentre da noi erano stati settanta - o da non so che altro, hanno issato alla gloria di un pomeriggio il governo di Londra, dove però non ignorano che la media di morti dell'ultima settimana è quasi di centocinquanta al giorno, e da noi meno della metà: settanta. Né sembravano convincenti i paralleli fra loro e noi, per il numero di abitanti e quello complessivo dei morti: sessantasei milioni a sessanta per 144 mila morti a 133 mila. Siamo pari: poco più di duemila morti per milione di abitante, noi giusto qualcuno in meno. Soltanto che in Italia avevamo avuto 74 mila morti nel 2020 (dovuti soprattutto al disastro lombardo d'inizio pandemia) e ne abbiamo avuti fin qui 59 mila nel 2021; il Regno Unito ne ha avuti 73 mila nel 2020 e 71 mila nel 2021: quest'anno dodicimila in più di noi. Se prendiamo in considerazione i dati dal primo di settembre, i morti per Covid sono stati da loro 10 mila 748 e da noi 3 mila 934. A che cosa è dovuta la differenza? Un po' dipenderà dal numero di vaccinati con due dosi: il 68.7 per cento da loro, il 73.7 per cento da noi. E un po' dipenderà dalle limitazioni come il Green Pass che loro non hanno e noi sì. Sono scelte, al Regno Unito sono costate 12 mila morti che da noi sono 12 mila vivi.

Si scherza....

 


martedì 23 novembre 2021

Per accrescere la conoscenza

Leggete questo articolo, importante, basilare. Racconta di un enorme ratto, narra della boscaglia inaudita ed imperterrita avviluppante questo povero paese, depredato da coloro che ancor oggi sono agli onori della cronaca come imprenditori, nella realtà beceri finanzieri trafficoni che non esitano a danneggiare beltà societarie che nella gran parte del mondo civilizzato sarebbe custodito gelosamente quale vanto nazionale.

Senza ritegno, come briganti della peggior specie. 

Tim, i carnefici che hanno ucciso un gioiello

TELECOMUNICAZIONI - Il disastro dalla privatizzazione a oggi. La lunga agonia dalla “Razza padana” alla Pirelli alla crisi attuale: chi ha affossato l’ex monopolista bruciando miliardi e 80 mila posti di lavoro

DI CARLO DI FOGGIA 

È vero che la Storia è maestra, ma non ha scolari. Però quella di Telecom impressiona. Nel 1989, il fondo di private equity Kholberg Kravis Roberts & C. (Kkr) acquisì il gruppo RJR Nabisco per la mostruosa cifra di 31 miliardi di dollari. A oggi rimane una delle più grandi operazioni di Leverage buyout della storia. Il termine era noto da anni per indicare le operazioni di acquisto a debito scaricandolo poi sulle società acquistate, ma in Italia tutti finsero di non conoscerlo fino al disastro Telecom dieci anni dopo. La storia fu immortalata dal romanzo Barbari alle porte, la caduta di RJR Nabisco scritto dai giornalisti investigativi Bryan Burrough e John Helyar. L’Ad di Nabisco, F. Ross Johnson, per evitare di dover rispondere agli azionisti di una gestione fallimentare e farsi cacciare, decide di acquistare tutte le azioni Nabisco. Il fondatore e capo di Kkr, Henry Kravis, fiuta l’affare e parte una guerra stellare al rialzo delle azioni che si conclude con la vittoria dei “barbari” di Kkr. Johnson era noto per sprechi ed eccessi di lusso. L’arrivo dei barbari, che lo liquidarono a peso d’oro, fu quindi visto con favore. Due anni dopo, con l’azienda schiacciata dall’enorme debito contratto per la scalata, Kkr vendette le sue quote e la Nabisco nel ’99 finirà in uno spezzatino disastroso.

Il precedente illumina la triste storia di Tim, oggi vittima dell’ennesimo scontro di potere. I vertici sono stati sfiduciati dal primo azionista Vivendi e di fatto anche dal secondo, la Cassa Depositi e Prestiti. In soccorso dell’Ad Luigi Gubitosi è arrivato Kkr, che poco prima di un cda, fissato per venerdì, in cui Gubitosi rischia il posto, ha presentato una “manifestazione di interesse non vincolante e non indicativa” per comprarsi Tim con 11 miliardi e avviare uno “spezzatino” delle attività per estrarre un presunto valore oggi non riconosciuto dal mercato. Per quegli strani giri di potere dei disastri finanziari, a decidere la partita a Palazzo Chigi c’è una delle figure chiave delle privatizzazioni degli anni 90: Mario Draghi.

Il disastro di Tim nasce nel 1997. L’Italia deve entrare nell’euro, ha bisogno di soldi. A gestire la madre di tutte le privatizzazioni c’è Romano Prodi a Palazzo Chigi, Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro, dove Draghi è direttore generale. All’epoca, Tim era un gioiello, una delle migliori aziende di Tlc al mondo con tecnologie all’avanguardia. Esisteva la lottizzazione dei partiti ed esistevano le ruberie, ma le aziende pubbliche tutelavano la ricerca, davano servizi e non profitti, che per i boiardi di Stato erano l’ultimo dei pensieri. Il 23 gennaio, i vertici della Telecom statale Biagio Agnes ed Ernesto Pascale vengono convocati al Tesoro da Draghi che gli chiede di dimettersi per favorire l’operazione. L’ordine arriva da Prodi, appoggiato dall’azionista di maggioranza del governo, Massimo D’Alema. “Mi dispiaceva che una persona che aveva servito per così tanti anni il Paese si trovasse davanti solo una porta dell’ascensore”, dirà Draghi di Agnes. La privatizzazione è un disastro. Lo Stato incassa 26 mila miliardi di lire (13 mld di euro), ma invece di conservare il controllo si affida alla soluzione penosa del “nocciolo duro”, un salottino finanziario (Generali, Comit, Credit, Mps, ecc.) che con il 6% delle azioni deve garantire la stabilità. Finisce che Fiat comanda con lo 0,6% delle azioni. “Vennero a profanare Telecom perché non ci capivano niente e mi misero a fianco delle persone assurde”, ha detto l’allora Ad di Tim, Vito Gamberale. Umberto Agnelli impone alla presidenza l’ex Fiat Gian Mario Rossingolo, cacciato dopo soli dieci mesi e una sfilza di flop.

Il disastro avviene nel 1999 con la scalata di Roberto Colaninno attraverso la Olivetti. D’Alema da Palazzo Chigi benedice la “coraggiosa razza padana”, anche se di coraggioso non c’è niente perché non ci mettono soldi. L’ad di Tim, Franco Bernabè, prova a impedire la scalata ma il leader diessino impone al Tesoro di non ostacolare l’operazione. In un burrascoso vertice a Chigi, Draghi pretende che glielo si metta per iscritto. Colaninno e compagnia spendono 30 miliardi, condannando a morte Olivetti mentre il debito di Tim schizza.

Solo due anni dopo la scalata, Colaninno lascia il campo a Marco Tronchetti Provera. Pirelli e compagnia decidono di scalare Telecom passando – tramite la holding Olimpia – per la Olivetti che controlla Tim. In questo modo, con 5,3 miliardi, si prendono un’azienda che quotava in Borsa quasi 70 miliardi. Attraverso il sistema di scatole cinesi, Tronchetti Provera ha guidato Telecom avendo personalmente meno dell’1% del capitale, mentre alla Pirelli l’avventura è costata cara. I debiti di Olivetti vengono fusi con la controllata Tim, e nel 2005 quelli “netti” ammontavano a 39 miliardi. È il leverage buyout, bellezza! Con un simile indebitamento, Tim si è avvitata. Nel 1999 fatturava 27 miliardi di euro, oggi 15; aveva 8 miliardi di debiti netti, oggi 17; è passata da 120 mila a 40 mila dipendenti; gli investimenti sono rimasti fermi. Nel 2007 Tronchetti vende alla cordata formata da Mediobanca, Generali e Intesa, che richiamano Bernabè, costretto ad ammettere che l’azienda “è stata spolpata”.

Da allora è stata una girandola di avvicendamenti finché non si è provato a regalare il colosso in crisi alla spagnola Telefonica, anche qui senza grandi successi. Poi è arrivata la Vivendi di Vincent Bollorè, che ha speso 4 miliardi per prendersi il 23,9% (oggi per oltre metà bruciati) e ingaggiato uno scontro col governo che ha schierato Cdp per aiutare il fondo Usa Elliott a mettere in minoranza i francesi. Sul Fatto, Giorgio Meletti ha calcolato che in poco più di 20 anni Tim ha speso in stipendi e buonuscite ai suoi manager 2-300 milioni. Una sfilza di nomi che fa quasi sorridere se non fosse che sono stati persi 80 mila posti di lavoro: Colaninno, Enrico Bondi, Tronchetti Provera, Riccardo Ruggiero, Carlo Buora, Franco Bernabè, Marco Patuano, Giuseppe Recchi, Amos Ghenis, Arnaud de Puyfontaine, Fulvio Conti e Gubitosi.

La liberalizzazione della telefonia ha ridotto le tariffe privando gli operatori delle risorse per gli investimenti. Se si aggiunge, come con Tim, un debito monstre, la frittata è fatta. È per questo che non era mai avvenuta prima di allora una scalata ostile a un gestore telefonico, peraltro privatizzato con tutta la rete.

Oggi il colosso perde ricavi e si teme una terza revisione dei profitti (profit waring) dopo le due lanciate da Gubitosi da marzo. Con Kkr l’ipotesi originale sarebbe uno “spezzatino” che parta separando la rete Tim dai servizi per darla (con debito ed esuberi annessi) allo Stato per il tramite di Cdp. È, in sostanza, il “piano Rovati” consegnato ai tempi del governo Prodi-2 alla Tim gestione Pirelli, che gridò all’esproprio. Quindici anni dopo, siamo ancora lì, con Vivendi disponibile a trattare, ma senza che nessuno riesca a spiegare perché ora si potrebbe fare.

domenica 21 novembre 2021

Rutti nello spazio




Che meraviglia!



Era il 1982, c'era Muhammad Ali in Italia, l'avevamo fatto venire per "Blitz"; a quei tempi ci
permettevamo questi lussi su Rai Due.
Un giorno uscii di casa per andare a prendere
Muhammad all' hotel Hilton e portarlo a pranzo e in
quel momento squillò il telefono; era Robert De Niro
che in quel periodo si trovava a Roma e voleva evitare ogni tipo di assembramento o contatto con la gente.
Gli dissi che sarei andato a pranzo con Muhammad
Ali e lui rispose: "Vai a pranzo con Muhammad Ali e
non mi inviti?!" e allora gli dico: "va bene vieni anche
te".
Passa neanche un minuto e risquilla il telefono,
rispondo e dall'altra parte sento: "Ma allora tu sei un
figlio de na....Ma come? lo devo parlare con Bob di
lavoro e lui dice che deve andare a cena con te e Ali.
E a me nun me porti?"
Era Sergio Leone….gli dissi: Vieni anche te, andiamo
da "Checco er Carrettiere".
Ero pronto per uscire di casa finalmente, ma risquillò
il telefono nuovamente ed ero indeciso se rispondere o meno.
Alla fine risposi e dall'altra parte una voce disse: "Ora tu dirai che sono un figlio di puttana”…
Era Gabriel Garcia Marquez, futuro premio Nobel
della Letteratura.
Gli Dissi: "Eh perche saresti un figlio di..
E lui: "Perchè sono alcuni giorni che mi trovo a Roma
e quindi sono un figlio di... perchè non ti ho chiamato”.
Però anche tu lo sei; vai a pranzo con Muhammad Ali e non me lo dici? E' il sogno della mia vita.
Gli dico: "Vieni pure anche tu".

E così tavolo per cinque. Fu Sergio Leone a proporre
di prenderlo da "Checco er carrettiere". Era la
trattoria dove si era sempre sentito a casa. Checco e Leone, insieme a Ennio Morricone, si erano
conosciuti alle elementari, alla Scuola dei Fratelli
Cristiani, e avevano condiviso la loro infanzia
trasteverina sulla scalinata di Viale Glorioso.
Mezz'ora dopo ci ritrovammo tutti insieme da Checco er Carrettiere.
Passammo l'intera serata a fare domande a
Muhammad sulla sua carriera e sui suoi match. Ci
raccontò tutto. lo, De Niro, Marquez e Sergio Leone.

Gianni Minà

Rigurgiti

 

Rigurgiti della settimana trascorsa, segno dell'inadeguatezza della ragione, del suo poco utilizzo in questa valle di selfie: al primo posto c'è un imbecille, tra l'altro capogruppo della Lega a Lissone, al secolo Fabio Meroni che si è permesso di riferirsi a Liliana Segre citandola mediante il codice nazista che la grande senatrice porta sul braccio. Il Cazzaro dovrebbe congedarlo in seduta stante, ma probabilmente il fatto che l'idiota attiri voti lo convincerà ad agevolare il benaltrismo becero che dimora in lui (e allora le Foibe? etc etc)
Gianluca Rospi, nome sconosciuto, come tanti nell'emiciclo, votato all'epoca da tutti coloro che credevano nella nuova ondata di cambiamento del Movimento 5 Stelle. L'infingardo è stato accalappiato da un pregiudicato, amante delle cene eleganti, pagatore seriale di tangenti alla mafia, che si è messo in testa di divenire il prossimo presidente della Repubblica.
Stephane Vancel, amministratore delegato di Moderna: da quando è scoppiata la pandemia ha iniziato a centellinare la vendita delle azioni della società in suo possesso, ricavandone, al momento, duecento milioni di dollari.
Gavino Mariotti, rettore dell'università di Sassari: all'apertura del 460° anno accademico, ha avuto la brillante idea di invitare alla cerimonia, oltre a Maria Elisabetta Alberta in Casellati - vien dal mare - presidente del Senato, anche Antonio Razzi, che sta alla cultura come Maria Giovanna Maglie all'opinionista costruttivo.
C'era anche l'amicone di Razzi, il senatore Carlo Doria, fedelissimo del grande, e grosso, governatore Solinas; Doria nel 2020 faceva parte dell'Unità di crisi combattente il Covid. Usci con una illuminata dichiarazione: "il Covid non uccide più: è una un'influenza." Quando si dice la saggezza e la lungimiranza.
Infine in una stazione in disuso fiorentina c'è un comico che sta attaccando magistratura e giornalisti, solo quelli liberi di dire come la pensano, senza alcun contraddittorio. Non merita nessuna rilevanza, essendo prossimo a dissolversi politicamente. La tristezza è che lo stanno ascoltando circa duemila persone a serata, che se li aggiungiamo alle migliaia di no vai, no green pass, fanno venire voglia di non sorridere più, invocando il meteorite...