domenica 15 agosto 2021

Ferragosto Travagliato

 

Green pacco
di Marco Travaglio
Da ultramaggiorenne, ultravaccinato e greenpassmunito, m’illudo di poter sollevare qualche legittimo dubbio sul pensiero unico che ci circonda senza venire iscritto d’ufficio al partito dei Negazionisti No Vax-No Pass e trascinato con loro sulla pira dei pirla.
1. Un anno fa (con zero vaccinati) avevamo un terzo di contagi e un ottavo di morti al giorno rispetto a oggi (con 2/3 della popolazione vaccinata). Il 13 agosto 2021 sono morti in 45 e il tasso di positività (rapporto tamponi/contagiati) era al 3,28%, contro i 6 e l’1,02 del 13 agosto 2020. L’altroieri i ricoverati in terapia intensiva erano +17 e nei reparti ordinari +58, contro i +2 e i +7 di un anno fa. I dati erano molto inferiori a oggi anche il 13 settembre, dopo l’estate folle delle discoteche aperte: 7 morti, positività all’1,6%, +5 in terapia intensiva. Bastano la variante Delta e il mancato lockdown nel 2021 a spiegare il terribile paradosso? O i vaccini (che continuiamo a raccomandare perché riducono i rischi di morte e di ricovero) sono molto meno efficaci e molto più perforabili di quanto si pensasse?
2. Ancora il 13 ottobre, quando Conte varò il primo Dpcm contro la seconda ondata, i morti erano meno dell’altroieri (41 contro 45). Eppure i giornaloni accusavano il governo di inerzia e gli esperti veri o presunti invocavano il lockdown: quanti morti servono ora perché qualcuno chieda a Draghi &C. almeno una parola chiara?
3. Più che della legittimità filosofico-giuridica del Green pass, bisognerebbe discutere della sua utilità pratica. Cosa risponde il governo a Crisanti che lo accusa di mentire spacciandolo per una misura sanitaria mentre non lo è? Se anche i vaccinati possono contagiarsi (stessa carica virale dei non vaccinati: Fauci dixit), contagiare e persino morire (sia pur in misura molto inferiore ai non vaccinati), che senso ha dividere i cittadini di serie A da quelli di serie B, alimentando per giunta l’illusione che i primi non siano contagiosi e che chi li avvicina non debba mantenere le distanze e le mascherine?
4. Siccome il Green pass non è revocabile, ogni giorno aumenta il rischio di incontrare contagiati-contagiosi muniti di carta verde e dunque travestiti da immuni: non sarebbe meglio mantenerlo come incentivo ai vaccini, ma smetterla di farne un passepartout e puntare a ridurre i contagi con tamponi gratuiti e il binomio distanziamento-mascherine nei luoghi affollati? La risposta è nota: ma così si scoraggiano i vaccini. Se però questi coprono le varianti solo fino a un certo punto, anzi le scatenano, qual è lo scopo della campagna anti-Covid: comprare più vaccini o avere meno contagi?
5. Chiunque sollevi qualche dubbio passa per un fottuto No Vax: ma siamo sicuri che le bugie e le omissioni, anziché ridurre i No Vax, non li moltiplichino?

Senza Gino!

 


sabato 14 agosto 2021

Due imbecilli

 


Tra una gara di rutti e l'altra, complice sicuramente il solleone, probabilmente su consiglio dei quasi suocero attualmente ai domiciliari, sarà venuto in mente al dissennato Barbuto insalubre di andare a cercare altri consensi nel bacino di proprietà intellettuale - mi scompiscio a parlare d'intelletto attorno a questi poveretti - della Sora Cicoria.
Ingurgitata l'ennesima fricassea, lo Sciacallo avrà impartito l'ordine di trovare due imbecilli - senza alcuno sforzo vista la vastità della scelta - in grado di scuotere l'afa di via Bellerio con altisonanti dichiarazioni.
Durigon, convinto con un'amatriciana, ha sparato l'idea di togliere Falcone e Borsellino dal parco di Latina per intestarlo al fratello del Crapone; l'altro, il classico scemo del paese, tale Santucci, che nella vita deve aver fatto ben poco se non combattere l'apatia in sinapsi con discorsi tanto insulsi quanto vacui, essendo probabilmente anche schizofrenico ha lanciato l'idea di intitolare una piazza di Roma nientepopodimeno che a Hitler.
A guardarli in foto questi idioti suscitano ilarità e biasimo in formato maxi; sperando che la magistratura si ricordi delle leggi vietanti di inneggiare al fascismo, occorrerebbe a mio parere far sentir loro quella durezza tipica del vero antifascismo, per cui tanti nostri padri hanno sacrificato la loro esistenza. Certamente sono due imbecilli, ma non vanno trattati da imbecilli; vanno respinti dalla comunità, isolati, sbeffeggiati e, soprattutto, curati.

Il Testamento di Gino

 

L'ultimo articolo di Gino Strada pubblicato su La Stampa venerdì 13 agosto 2021
Così ho visto morire kabul
di Gino Strada
Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l'aeroporto. Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell'Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino - meglio: che siano sempre mancate - entrambe. La guerra all'Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all'indomani dell'attacco dell'11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali.
Il Consiglio di Sicurezza - unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all'uso della forza - era intervenuto il giorno dopo l'attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato: gli Usa procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l'Afghanistan era stata presa nell'autunno del 2000 già dall'Amministrazione Clinton, come si leggeva all'epoca sui giornali pakistani e come suggerisce la tempistica dell'intervento. Il 7 ottobre 2001 l'aviazione Usa diede il via ai bombardamenti aerei. Ufficialmente l'Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla "guerra santa" anti-Usa di Osama bin Laden. Così la "guerra al terrorismo" diventò di fatto la guerra per l'eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano "trattato" per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall'Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994.
Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell'Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell'Occidente, un amico dei terroristi, un'anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volonteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti. L'intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York. Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più incerte: secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. Solo nell'ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha registrato almeno 28.866 bambini morti o feriti. E sono numeri certamente sottostimati.
Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall'insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l'esito di quell'aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l'Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell'area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l'inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme. Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l'Italia 8,5 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all'Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe. Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di Emergency - pieni di feriti - continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri "eroi di guerra".

Lo aspettavo...

 


Adieu Gino!

 

Il GIgante Buono che metteva paura facendo del bene.
di Massimo Giannini
Il Gigante Buono se n'è andato. Quando penso a Gino Strada, a tutto quello che è stato, a tutto quello che ha fatto, non mi vengono in mente che queste due parole. Il Gigante Buono se n'è andato in questo agosto di fuoco, mentre si riposava in Normandia insieme a Simonetta, per una vita la sua assistente, da un mese anche sua moglie. Ho i brividi, a pensare che la nostra ultima telefonata è stata solo l'altroieri sera. L'Afghanistan è di nuovo in fiamme, la «tomba degli eserciti», dopo quello inglese e quello russo, sta seppellendo anche quello americano (e un po' anche quello italiano), mentre i taleban lo stanno riconquistando dopo vent'anni di battaglie inutili.

L'avevo chiamato per questo: chi meglio di Gino, che in quello spicchio di mondo ci ha vissuto sette anni, ci ha costruito due ospedali, ci ha curato centinaia di migliaia di feriti, può raccontare cos'è quel Paese, quanto noi occidentali abbiamo sbagliato, cosa stiamo perdendo laggiù? E lui mi aveva risposto, come sempre, anche se era in vacanza. E come sempre aveva detto «sì, te lo scrivo», anche se era convalescente dall'ennesimo intervento cardiaco. Mai avrei potuto immaginare che quella sarebbe stata la nostra ultima telefonata. E che quello che mi aveva mandato a tarda sera sarebbe stato il suo ultimo articolo. Quasi il suo testamento morale: contro la guerra, contro la violenza, contro l'odio. Gino era un gigante. Non per il fisico, per quanto il suo sguardo fosse severo, la sua barba fosse ispida, il suo tono fosse grave. Quanto per la personalità: la sua passione civile, la sua forza etica, la sua tempra morale. Ed era buono. Perché, mentre lo curava nel corpo, guardava dentro all'anima dell'uomo. Per cercare e scambiare tutto il bene possibile, senza finzioni e senza mediazioni.
Se non lo conoscevi, non potevi capirlo né saperlo, ma era così. E io lo conoscevo, ormai da diversi anni. La prima volta ai tempi del rapimento in Iraq di Daniele Mastrogiacomo, amico e collega di Repubblica. Ebbe allora un ruolo discusso, per alcuni addirittura ambiguo. Io so solo che senza il suo intervento con i «tagliagole» (perché sì, piaccia o no lui curava pure quelli) oggi Daniele non sarebbe più tra noi. Da allora siamo diventati amici. Ho seguito le attività e partecipato agli eventi di Emergency: un «popolo» incredibile e instancabile. Due anni fa mi aveva convinto a seguirlo: «Vieni con noi una settimana, andiamo all'ospedale di Kabul e poi sulle montagne, in quello di Lashkar-Gah. Ti resteranno nel cuore…». Avevo già la valigia pronta, quando esplose la bomba devastante nel quartiere delle ambasciate, e lui insieme a Simonetta mi chiamò rassegnato. «Mi dispiace, i nostri da Kabul sconsigliano il viaggio, è troppo pericoloso». Ho ancora qui con me, dentro il passaporto, il visto che allora mi consegnò lui stesso, per entrare in Afghanistan. Una piccola reliquia, che mi conserverò.

Risultava burbero, ruvido, persino respingente. Appariva sempre un po' cupo, anche se pochi ricordano che questa cupezza lo aggredì dopo la scomparsa della prima moglie Teresa, con la quale ha condiviso la vita, gli ideali, la fondazione di Emergency. Lui, d'altra parte, non ne parlava mai. Parlava solo dei suoi ospedali: 18 in ogni angolo devastato del pianeta, dal Ruanda alla Cambogia, dalla Serbia alla Sierra Leone, dal Sud Sudan all'Uganda, dove sta per finire l'ultimo, quello al quale teneva di più, l'ospedale verde, l'ospedale della bellezza, che ha progettato per lui «il Geometra», un altro dei suoi grandi e veri amici, Renzo Piano: avevamo presentato tutti tre insieme il progetto a Milano, tre anni fa. E lì si che la cupezza di Gino svaniva, spazzata da via da un sorriso, al pensiero di quanta bontà sprigionasse quel progetto, l'ennesimo, per curare i bimbi cardiopatici. «Quando è finito ci andiamo tutti e tre insieme», prometteva. Non abbiamo fatto in tempo.
Negli ultimi mesi parlava anche dei suoi ambulatori: 13 sparsi in tutta Italia. Li aveva pensati per curare quelli che la nostra civiltà dello scarto considera «diversi»: i migranti, i «clandestini». E poi un giorno mi confidò: «Sai, non avrei mai immaginato che, con l'esplosione delle disuguaglianze e i tagli selvaggi al Welfare, quegli ambulatori sarebbero diventati il luogo della cura anche per gli italiani poveri, esclusi e dimenticati da tutto e da tutti. Sai quanti sono? Le cifre ufficiali dicono 11 milioni, tra poveri assoluti e poveri relativi. Capisci in che dramma viviamo?». Lui curava tutti. Perché era un medico e un chirurgo, innamorato del suo lavoro. E perché era un uomo generoso, impegnato per chiunque avesse bisogno. In quasi vent'anni ha soccorso e operato 10 milioni di persone, e ne ha salvate poche di meno. Senza mai guardare niente: la fede religiosa o il colore della pelle. Senza mai chiedere niente: la carta d'identità o la carta di credito. Una cosa soltanto, contava: la cura.
Questa era la sua ossessione, speculare all'altra che sempre lo ha mosso: il rifiuto della guerra. Di ogni tipo di guerra. «Non ti far fregare - diceva - non esiste guerra giusta». Voleva addirittura inserirla in Costituzione «l'abolizione della guerra». Per questo, il Gigante Buono era anche scomodo. E non vi fate incantare dalle lacrime di coccodrillo che scorrono in queste ore. Nell'Italia senza memoria, si piange qualunque morto. Ma aveva tanti nemici. A destra e anche a sinistra. Perché trattava tutti allo stesso modo, secondo le sue idee che non mutavano con le stagioni. 

Accusava i partiti con equa indignazione. I governi di sinistra, dal D'Alema del 2000 che mandò i caccia nella ex Jugoslavia al Gentiloni che mandò Minniti a trattare con i libici. E i governi di destra, dal Berlusconi che partecipò all'attacco all'Iraq con Bush al Conte-Salvini-Di Maio, «per metà fascisti e per metà coglioni». Secondo la formula ipocrita e anodina oggi ricorrente, Gino risultava «divisivo». Dunque da trattarsi con le molle nei canali del servizio pubblico e con la spada dai media del mainstream sovranista. Quando conducevo "Ballaro'", tra il 2014 e il 2016, e lo invitavo in trasmissione, l'apposito, patetico "funzionario Rai" non mancava mai di farmi arrivare il solito messaggio: «Attenzione a Strada…». Io lo mandavo serenamente a quel paese. E ci ridevamo sopra, con Gino, quando ci incontravamo prima della trasmissione, al solito hotel vicino alla Stazione Termini. «Io penso solo ai miei poveri malati - tagliava corto - e non ho niente da perdere». Io lo stimavo per la stessa ragione che spingeva molti a detestarlo. La sua cifra era la radicalità: ma era un medico, non un politologo. Alcune sue idee non le condividevo: parlava da utopista, tagliava i giudizi con l'accetta. Ma lui se lo poteva permettere, perché non era un pacifista da salotto: conosceva le guerre, e ci stava in mezzo per salvare vite umane.
Parlo al telefono con Simonetta, che ora piange, piange e piange. L'altroieri sera, insieme all'articolo sull'Afghanistan, mi avevano mandato per Whatsapp la loro ultima foto, di poche settimane fa: appena sposati. Lui in camicia bianca e giacca blu, in condizioni normali «uniforme» impensabile per il Gigante Buono, lei in vestitino scuro e bouquet di fiori bianchi in mano. Gino sorride, finalmente. Per me è un'altra reliquia, ancora più preziosa. «Sai - mi confida Simonetta - stamattina mentre se ne andava mi ha sussurrato proprio questo: me ne vado via felice, ricordatelo…». Ed è così. Dopo tanti anni difficili, le sofferenze personali, i guai fisici, il cuore malato, il diabete, le operazioni, ora Gino era di nuovo felice. E voleva che si sapesse, giura Simonetta. «Per 17 anni abbiamo lavorato insieme, guardandoci sempre un po' in cagnesco, io pensavo che lui fosse uno stronzo, lui pensava che io me la tirassi troppo. Alla fine, pochi mesi fa, ci siamo guardati negli occhi, e all'improvviso è esploso tutto quello che avevamo dentro. È stato bellissimo, ma è durato troppo poco…». È vero: è durato poco. Ma per noi, caro Gino, è abbastanza per non dimenticarti. —

venerdì 13 agosto 2021

Addio ad un grande uomo



Speravo che si centuplicasse, che la sua coscienza libera da tutto e da tutti insufflasse nella fetida aria belligera che c’opprime, quei sentimenti di fraternità con cui ha adornato la sua esistenza. Mai diplomatico, irriverente, più che giustamente, verso quel pseudo potere mascherante il commercio di armi con la ricerca di una simil pace, effimera quanto le esistenze dei briganti lor ribaldi, Gino Strada è stato esempio eclatante di come si dovrebbe essere incardinati in questo strano pianeta dedito al sopruso e all’oppressione del debole. In questo triste momento del saluto al grande uomo, mi auguro, implorandoli, che tutti coloro che infamemente lo attaccarono dandogli del comunista, rimangano muti e silenti senza azzardarsi ad accodarsi al dolore delle innumerevoli persone a cui mancherà tantissimo. A cominciare da quello là!
Ciao Gino! E infinitamente grazie!