domenica 8 novembre 2026

Ci mancava sto str...!

 

Miller, il bullo del presidente

dall'attivismo alla Casa Bianca

"La moglie dietro la nomina"


DI ANNA LOMBARDI



Il neonominato Chief of staff della Casa Bianca, Stephen Miller, sa di

essere inviso a molti fin dai tempi della scuola. A 17 anni tentò infatti di

farsi eleggere nel consiglio studentesco della Santa Monica High School

che frequentava, attaccando i bidelli: «Sono l'unico stufo di sentirsi dire

di raccogliere le cartacce da chi dovrebbe essere al nostro servizio?». I

compagni lo fischiarono, costringendolo a lasciare il palco, accusandolo

di razzismo: gli addetti alle pulizie erano tutti afroamericani.

Classe 1985, nato e cresciuto nella liberal Santa Monica, città costiera a

ovest di Los Angeles vera roccaforte dem (qui prendono il 78 per cento),

il rampollo di una famiglia ebrea californiana benestante e democratica,

è stato un conservatore intransigente e razzista fin da giovanissimo.

All'università, per dire, dichiarò guerra alle Fraternity latine perché non

promuovevano «valori americani».


Nel tempo si è trasformato in uno dei più influenti ideologi di estrema

destra Usa: approdato a Washington per lavorare come assistente del

falco repubblicano Jeff Sessions, nel 2015 è diventato ghostwriter di

Trump: autore dei discorsi più infiammati contro i migranti, sua vera

ossessione visto che è un sostenitore della teoria complottista della

«Grande sostituzione»: presunto piano delle élite progressiste per

favorire l'immigrazione di massa e "sostituire" la popolazione bianca, a

scopi elettorali. Dopo la vittoria del 2016, l'allora neoeletto presidente lo

portò con sé alla Casa Bianca. Dove Miller divenne l'architetto delle

politiche più odiose dell'amministrazione, sussurrando all'orecchio di

Trump prima l'idea del Muslim Ban, l'ordine esecutivo del gennaio 2017,

che limitava l'ingresso negli Stati Uniti a cittadini di diversi Paesi a

maggioranza musulmana, rimasto in vigore fino all'avvento di Joe Biden.

Poi, nel 2018, la crudele separazione delle famiglie di clandestini al

confine, con i bambini chiusi in gabbie di metallo.

Nel corso del secondo mandato, consigliere alla sicurezza nazionale, è

stato l'istigatore della linea dura dell'Ice: fissando personalmente

l'obiettivo di 3mila arresti al giorno e 50mila espulsioni al mese. Fino a

definire Renée Good e Alex Pretti – i due americani uccisi mentre

riprendevano gli abusi della polizia anti-migranti - «terroristi domestici».

Sopravvissuto alle volatili simpatie del presidente, lo scaltro e astuto

Miller è oggi considerato il collaboratore più fedele di The Donald.

Chiamato a sostituire quella Susie Wiles appena defenestrata, di cui era

il malcontento vice, con l'aiutino della moglie Kate, nota podcaster

conservatrice che ha mobilitato i vertici Maga affinché caldeggiassero il

suo nome con Trump.


La nomina a nuovo capo di gabinetto ne fa uno degli uomini più potenti

del governo statunitense. Non solo uomo di fiducia del leader e in quanto

apo dello staff, braccio strategico della Casa Bianca. Ma vero custode del

presidente, di cui organizza l'agenda, col potere di decidere quali

questioni e documenti possono arrivare sulla scrivania dello Studio

Ovale. Filtra poi gli accessi all'inquilino del 1600 Pennsylvania Avenue,

decidendo chi può fargli visita. E partecipa alla definizione delle

strategie politiche: dalla pianificazione legislativa alle priorità del

governo. Infine, è colui che negozia col Congresso. Ruolo che preoccupa

molti, visto che è solitamente affidato a figure con solide capacità da

mediatore: che lui non ha.


Convinto sostenitore di poteri presidenziali pressoché illimitati,

considera il Partito Democratico un'organizzazione estremista e sogna

una repressione spietata non solo contro l'immigrazione, ma anche

contro qualunque oppositore straniero. Per quanto riguarda i giornalisti -

scrive The Atlantic - è favorevole all'arresto di quelli che non rivelano le

loro fonti nel governo.

«È stato chiamato a fare il consigliere di guerra», dice Roger Stone che fu

uno dei primi strateghi di Trump. «Colui che più somiglia allo spietato

Roy Cohn» ci dice invece Kai Bird, biografo del feroce procuratore

generale maccartista, che negli anni 80 forgiò il giovane Donald

insegnandogli le sue tattiche aggressive e spregiudicate.

Nonostante le dichiarazioni post-elettorali in cui Trump parlava di

collaborare con la nuova maggioranza al Congresso, la scelta di Miller è

un chiaro segnale ai dem: la Casa Bianca non vuole tregue né mediazioni

e, per sottolinearlo, ha scelto un bullo, insensibile alle critiche e ai vincoli

della morale tradizionale.

Proprio l'opposto di ciò che ha chiesto il Paese votando contro le

politiche dell'amministrazione.


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