Quando il Tg1
fa fuoco e fiamme
DI MICHELE SERRA
Mettiamo che una persona interessata alle manifestazioni di venerdì 30
ottobre avesse acceso, per saperne di più, il Tg1 delle 20, che è pur
sempre il telegiornale generalista più seguito da almeno tre generazioni
di italiani. La prima immagine, fino dalle anticipazioni che precedono di
qualche minuto il notiziario: fiamme.
La seconda, la terza, la quarta: cassonetti rovesciati, tafferugli con la
polizia, fumogeni, manciate di ragazzi vestiti di nero con il
passamontagna calato sul volto. Devono passare tre o quattro minuti
(che in televisione sono un'eternità) prima che si odano, da uno degli
inviati, le due parole «corteo pacifico». Fiuuu… sospiro di sollievo.
Sembrava la guerra civile, erano solo manifestazioni.
In termini di scelta giornalistica, significa: privilegiare gli aspetti di
disordine pubblico, mettere in ombra gli aspetti politici. Il titolo di
Rainews (stessa azienda) era, correttamente: «Sciopero generale,
centinaia di migliaia nei cortei. Tensioni al Colosseo e a Torino».
Rovesciando esattamente la logica del Tg1: la prima notizia è l'evento
politico nazionale, rilevante e partecipato. E dopo, solo dopo, le tensioni
ai margini. Le quali, almeno secondo i bilanci ufficiali, si sono risolte con
danni modesti e zero feriti.
Poiché non risulta che il direttore del Tg1 Chiocci sia un attivista di
Askatasuna, è lecito domandarsi perché mai il racconto della giornata
desse maggiore rilievo al punto di vista di Askatasuna piuttosto che a
quello dei manifestanti pacifici. Il problema, si sa, è anche strutturale:
per l'informazione così come è congegnata, vale di più uno che sbraita di
cento che parlano. Le telecamere sono tutte per lui. Se poi (è il caso del
Tg1) quello che sbraita toglie attenzione a quelli che scendono in piazza
contro il governo, lo sbraito merita l'apertura del giornale.
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