Milano, Bob Dylan nell’arena sbagliata (pagata da tutti noi)
Quando si va a un concerto di Bob Dylan, si va preparati. Si sa che non compiacerà il pubblico, che non canterà le sue canzoni più note, che comunque le eseguirà in modo da renderle irriconoscibili, volumi bassi, niente presentazioni, niente bis, niente maxischermi, niente social, niente foto, telefonini sigillati in una busta antitaccheggio. Ti ripete ogni volta It ain’t me, babe, non sono io quello che cerchi. Canta per sé, nascosto sotto il cappuccio della felpa nera con cui si è presentato anche dal Papa (e tra i due non era quello vestito più strano). Canta le sue ballad come fosse in un blues club del Village. Fa girare il suo caleidoscopio di storie e personaggi, maschere e risentimenti, enigmi e rabbie, inquietudini e segni dei tempi, sentimenti e vecchi amori, cercando di confondere il più possibile chi ascolta, perché le risposte, amico, sono sempre nel vento. Dylan è rimasto Dylan, proprio perché non fa mai il revival di se stesso. Quello a cui non ero preparato era l’intorno. Non il palco (spoglio), le luci (essenziali), il fondale (un tendaggio azzurrino). Ma il luogo in cui ha suonato a Milano: l’Unipol Dome. Ovvero l’Arena di Santa Giulia costruita per ospitare le partite di hockey su ghiaccio delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Ero curioso di vedere dall’interno questa grande opera olimpica che ho dovuto finanziare di tasca mia, come tutti i contribuenti italiani, anche quelli che non ci metteranno mai piede. Sembra una palestra bulgara, fredda e spoglia. Con un’acustica così terribile da risultare inadatta per qualsiasi concerto. Ha una storia molto istruttiva, anche se enigmatica e spiazzante come certe canzoni di Dylan. La prima idea di realizzare un’arena nel quartiere Santa Giulia è del 2015, ma non se ne fa niente fino al 2021, quando arriva Eventim, una multinazionale con base in Germania specializzata in vendita di biglietti e organizzazione di concerti, che s’impegna a finanziarla e costruirla – spesa prevista 180 milioni – e poi gestirla. L’opera viene inserita nel progetto olimpico Milano-Cortina 2026. Doveva essere a costo zero per le casse pubbliche, come promesso per tutte le opere olimpiche. Invece Eventim comunica nel 2024 che i costi sono saliti a 250 milioni e alla fine dei lavori a 320 milioni. Chiede finanziamenti pubblici, contraddicendo gli impegni iniziali. Arrivano 21 milioni, come contributo statale per l’accelerazione dei lavori e l’utilizzo olimpico. Poi ne sono stanziati altri 30, per la disponibilità futura dell’arena per eventi sportivi nazionali e internazionali. Il costo zero è diventato così una spesa pubblica di 51 milioni. Non bastano, secondo Eventim, che denuncia extracosti e chiede 134 milioni.
Inizia un contenzioso e la Corte dei conti apre un’inchiesta. Non basta ancora. Il Comune spende 7,3 milioni per costruire le strade d’accesso all’arena: “in via provvisoria”, cioè solo per i 15 giorni delle Olimpiadi. Poi “i tratti stradali verranno realizzati in modo definitivo”. Insomma: più di 7 milioni buttati per un lavoro che poi dovrà essere rifatto. Risultato? Prima, il palazzetto costruito per l’hockey su ghiaccio non è adatto all’hockey su ghiaccio. Lo scrive la commissione impianti sportivi del Coni: “Il progetto non appare rispondente” alle norme di legge “relativamente al rispetto delle condizioni di visibilità degli spettatori, in particolare per quanto riguarda l’attività di hockey su ghiaccio”. A Eventim infatti delle Olimpiadi non fregava niente, voleva il suo palazzetto per i concerti, realizzato con 51 milioni pubblici e 134 richiesti. Ora, a giudicare dall’acustica, il palazzetto per i concerti non è adatto neppure per i concerti. Come canta Bob Dylan, We live in a political world/The one we can see and can feel/But there’s no one to check, it’s all a stacked deck/We all know for sure that it’s real. Viviamo in un mondo politico/Quello che possiamo vedere e sentire/Ma non c’è nessuno a controllare, è tutto un gioco truccato/E sappiamo tutti per certo che è reale.
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