L'attentato
contro il pane
DI MICHELE SERRA
Chiunque sia, e qualunque fine si proponga, chi attacca i depositi
refrigerati della grande distribuzione allo scopo di far marcire il cibo va
sprofondato nel girone degli spregevoli. Colpire il pane è altamente
simbolico e orribilmente vile, immaginare quelle tonnellate di cibo rese
guaste dolosamente stringe il cuore, rimanda al lavoro di chi lo ha
prodotto e alla fatica economica di chi deve comprarlo.
Per i nostri vecchi sprecare il pane era peccato, e dei tanti precetti e tabù
che ci hanno lasciato questo me lo tengo stretto: il cibo è sacro perché è
sacro il ciclo della natura, che è il ciclo della vita. E nessuna
sovrastruttura economica e produttiva, nessuna giga-dimensione di un
deposito di alimenti può cancellare l'aura (di lavoro ma anche di festa)
che sprigiona dalle cose da mangiare: anche le più umili, le meno
costose.
Chiunque abbia vissuto il piccolo incidente domestico del freezer guasto
ricorda con sgomento e pure con rimorso (anche quando è immotivato: i
blackout non si possono prevenire) i resti melmosi e maleodoranti di ciò
che fu pesce, carne, verdure. L'esclamazione classica, in quei casi, è «che
peccato buttare tutta quella roba!», e va moltiplicata per mille, per
centomila pensando ai depositi, in giro per l'Europa, con montagne di
cibo ormai immangiabile.
Con la terribile variante che qui esiste un peccatore cosciente, che ha
trasformato il fresco in marcio, gli aromi della materia vivente nel puzzo
della decomposizione. Un crimine perverso che rende ancora più odioso
il movente (terrorismo ibrido? Avvertimento mafioso? Hackeraggio
sadico? Chissà). Tra le svariate violenze dell'epoca, l'attentato contro il
pane non è tra le meno ripugnanti.
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