mercoledì 4 novembre 2026

Robecchi

 

Costituzione. Addio anche all’art. 53: per la progressività fiscale, una prece


di Alessandro Robecchi 

Nella nostra ormai ricca collezione di articoli della Costituzione strabiliantemente inapplicati, aggirati, quando non direttamente irrisi e rubricati a satira politica, siamo pronti ad aggiungere la figurina dell’articolo 53, che è lungo una riga e mezza e parla molto chiaro. Eccolo: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. In soldoni (è il caso di dire), chi ha più possibilità deve pagare più tasse. Non in percentuale (che non sarebbe progressivo) ma proprio con aliquote maggiori all’aumentare dell’imponibile. Da tempo si lamenta che questa progressività non è così progressiva, ma la manovra Meloni di questi giorni e i suoi rocamboleschi barbatrucchi fiscali contribuiscono ad ammazzarla del tutto.

L’Irpef, diciamolo, è ormai un vecchio hobby per lavoratori dipendenti e pensionati, e tutti gli altri, cioè i lavoratori autonomi, godono ormai di un regime fiscale agevolato. L’innalzamento della flat tax per le partite Iva certifica questa rivoluzione: se tre anni fa pagavi il 15 per cento fino a 65.000 euro, l’anno scorso pagavi sempre il 15 per cento, ma su 85.000 euro, e da gennaio, grazie alla nuova manovra, pagherai il 15 per cento su 100.000 euro. Un bel colpo, senza rischiare che arrivi la polizia a sirene spiegate e che nessuno dica “mani in alto!”. Per capirci, con un conto semplice ma comprensibile a tutti, il lavoratore autonomo con un reddito lordo di 100.000 euro, che è un discreto malloppetto, pagherà circa 8.700 euro di Irpef. Un dipendente con un reddito lordo di 51.000 euro pagherà Irpef per circa 14.000 euro. Come dire che un italiano che guadagna il doppio finisce per pagare quasi la metà, o se preferite (i numeri sono materia insaponata) che un italiano che guadagna la metà pagherà il doppio. E questo senza contare le addizionali comunali e regionali, che per il primo sono zero, e a quell’altro sfigato costano più o meno (è una media) 1.400 euro. Probabilmente la riforma è incompleta: mancano le martellate sulle dita, lo sfregamento con le ortiche e qualche colpo ben assestato alle parti basse, ma non disperiamo.

Questa cosetta che divide gli italiani in contribuenti di serie A e di serie B l’ha tanto voluta Salvini, che la sbandiera come una vittoria, convinto com’è che i lavoratori autonomi siano suoi elettori, e invece gli altri, dipendenti e pensionati, tutti comunisti e fan dell’immigrazione. Quell’altro, invece, l’eternamente spaesato Tajani, sventola come una bandiera di vittoria il ridisegno della seconda aliquota Irpef, per cui la riduzione fiscale per chi guadagna, poniamo 40.000 euro è zero, e per chi ne guadagna 55.000 è di 500 euro, che sarebbe l’esattissimo contrario della progressività delle imposte, con tanti saluti all’articolo 53 della Costituzione.

Inutile dire che per chi guadagna meno (il primo scaglione, quelli sotto i 28.000 euro, una specie di soglia di sussistenza) non c’è niente, spiace. E non c’è niente nemmeno per quelli indigenti (i dieci milioni di italiani che arrancano sulla linea di galleggiamento), e se per caso ci fosse qualcosa (non è per adesso, tranquilli) sono pronti insulti e contumelie a reti unificate, che li chiamerebbero “fannulloni sul divano”. Mettiamo dunque l’articolo 53 accanto all’articolo 32 (diritto alla salute) e all’articolo 34 (diritto allo studio), piangendoli come vecchi parenti, cari estinti a cui abbiamo voluto tanto bene, ma che, ahimè, sono venuti a mancare.


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