sabato 30 maggio 2026

Milano da bere

 


Milano, operai-schiavi dall'India per costruire il consolato Usa

di Rosario Di Raimondo


Il cantiere del nuovo consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio, a Milano, dove lavoravano gli operai indiani.

Turni massacranti, minacce e paghe da 2 euro l'ora per centinaia di lavoratori. Commissariato il colosso americano Caddell.


Un meccanismo «criminale» in più fasi. La prima: l'operaio indiano s'indebita e paga cinquemila euro — un «pizzo», secondo chi indaga — per arrivare a Milano e poter lavorare. La seconda: cominciano i turni massacranti in cantiere, dalle dieci alle dodici ore al giorno, per due euro l'ora, tra insulti, botte e il divieto di ammalarsi. La terza: dallo stipendio che non supera i 1.500 euro, i caporali detraggono 500 euro per l'alloggio in hotel e 300 per la pausa pranzo. Nelle tasche degli schiavi rimangono pochi spiccioli: una parte da mandare alle famiglie a casa e qualcosa che basta appena a sfamarsi.

Una condizione di «para schiavitù», la definiscono i pm di Milano Paolo Storari e Mauro Clerici, che con i carabinieri del lavoro commissariano il colosso americano Caddell e la sua articolazione italiana, impegnata a Milano in un progetto da 200 milioni di dollari: la costruzione del nuovo consolato Usa. Dove ieri, alla notifica dell'atto che dispone l'amministrazione giudiziaria, ci sono anche momenti di tensione con i responsabili dell'area, considerata territorio statunitense. Sono indagati la Caddell per la responsabilità amministrativa degli enti e un responsabile dell'impresa per caporalato, il turco Ulas Demir.

Centinaia i muratori e manovali che la Caddell recluta in India attraverso una società che fa da intermediaria, la Dynamic House. Dalla promessa di contratti dignitosi si passa ben presto alla scoperta di un ricatto: o fai come diciamo noi o ti rispediamo a casa. Una trentina gli operai che scelgono di raccontare il loro inferno quotidiano, i turni dalle sei del mattino alle sei di sera, tutti i giorni tranne la domenica. Uno di loro dice: «Guadagnavo 1.400-1.500 euro al mese, ma da quelli pagavo 510 euro per l'albergo e 350 euro per mangiare». Soldi detratti dai capi senza possibilità di protestare. Significa che in tasca restano 640 euro. Di questi, spesso, più della metà viene spedita a casa. C'è chi rimane a Milano anche con 150 euro in tasca. Sulla base dei contratti, si scoprono «retribuzioni orarie estremamente ridotte, comprese tra 1,31 euro e 1,91 euro». E poi le umiliazioni, le violenze, persino l'impossibilità di ammalarsi.

Un testimone racconta: «Gli insulti erano quotidiani e anche la minaccia che se non accettavo quelle condizioni mi avrebbero rimandato in India». Ci sono stati anche gesti di violenza fisica. «Una volta Aji (capoturno, ndr), dopo che mi ero lamentato per i soldi, mi ha rinchiuso nell'ufficio». Un altro schiavo racconta: «L'episodio che ricordo è di un operaio indiano che era caduto dalle scale mentre portava con sé del materiale. Si era fatto molto male ma non era stata chiamata l'ambulanza. Dopo due giorni è stato rimandato in India. In molti si facevano male ma si cercava sempre di risolvere il problema con medicazioni veloci».

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