sabato 16 maggio 2026

50 anni di Puliciclone

 

Pulici «Uno scudetto vinto senza essere divi. Oggi? Faccio la spesa»

DI MAURIZIO CROSETTI

Le braccia tese, perfettamente parallele, e i pugni chiusi dopo il gol. Il petto all'infuori, il corpo un po' sulle punte dei piedi nella flessione ad arco: così, Paolo Pulici. A occhio, per sempre. Oggi sono 50 anni da quello scudetto. 

Pulici, cos'è stato davvero?

«Un lavoro fatto bene, niente di più e niente di meno. Giocavamo a pallone come altri andavano in fabbrica, in ufficio, a scuola, come guidare un camion o alzare un muro di mattoni. Era godersi una cosa meravigliosa, però normale. Non guadagnavamo tantissimi soldi: meglio così».

Eravate divi?

«Ma per niente! Dopo le partite, andavo a casa a piedi in mezzo ai tifosi che mi accompagnavano, abitavo a due passi dallo stadio Comunale, in via Monfalcone. Qualcuno mi allungava una sigaretta. Se avevo fatto gol o se avevamo vinto, quasi mi portavano di peso».

Cosa le diceva, quella gente?

«Una volta un tifoso mi chiese se io avessi mai giocato con il Grande Torino: ma io sono nato un anno dopo Superga! Lui, però, con la domanda intendeva dire che ero come loro, ero degno di loro, e io mi sentivo in paradiso».

Il giorno dello scudetto: 16 maggio 1976, Toro-Cesena 1-1, gol di Pulici.

«Tuffo di testa, poi l'autorete di Mozzini. Gigi Radice, l'allenatore, non era contento, lui voleva sempre vincere».

Pulici, lei saprà di essere una leggenda. Come la vive?

«Quando vado nei club del Toro, in mezzo alla folla ci metto due ore per fare cinquanta metri. Claudio Sala, Zac e Ciccio mi sfottono e mi mandano a quel paese, "Pupi", mi dicono, "esisti solo tu". Ma io non lo so mica perché succede questo, cioè lo so ma provo anche ansia, tutto mi pare troppo. Un tifoso si è inginocchiato e mi ha baciato la mano, un altro mi ha tenuto per un'ora fermo davanti al supermercato, voleva sapere, chiedeva. Fatico a capire, poi però lo so anch'io che Pulici è Pulici».

Come si affronta questa cosa?

«Faccio lunghe passeggiate sull'argine dell'Adda, a Trezzo, il mio paese. Lì puoi camminare per due ore senza incontrare nessuno, e questo mi piace. Sono più o meno quindici chilometri. Se poi incrocio altre persone, ecco che di nuovo mi accorgo chi è Pulici, e l'importanza che ha. Va bene, sarò ricordato, e questo mi rende felice».

Cos'era quel Toro?

«La squadra più moderna d'Italia, una piccola Olanda. Giocavamo benissimo, e i giovani lo sanno. Magari non ci hanno neanche mai visto su YouTube, ma quando ci incontrano a volte perdono la testa. E io, lì, mi sento un po' scollegato dal tempo».

Pensa che oggi i giocatori del Toro sappiano queste cose?

«Credo non abbiano la minima idea della maglia che indossano».

Qual è la diversità granata?

«Gli altri hanno tifosi, vittorie e sconfitte. Noi siamo una fede».

Non ritiene di avere avuto dal calcio meno di quanto meritasse?

«Sono stato convocato 70 volte in nazionale, con appena 19 presenze. Eppure, io ho vinto per tre volte il titolo di capocannoniere in serie A. Un giorno, Bearzot mi chiama e mi fa: "Domani giochi tu, vediamo se sei in forma come dicono". Io rispondo "va bene", poi prendo una bottiglietta d'acqua al bar e salgo in camera, quando vedo che il signor Bearzot parla con Bettega. Morale: il giorno dopo gioca lui, e io vado in tribuna. Dissi a Bearzot di non chiamarmi più, che almeno sarei rimasto con mia moglie e mia figlia».

Chi comandava?

«La Juventus, ma nel derby l'ho battuta tante di quelle volte».

Pulici e Graziani: la coppia d'attacco italiana più forte di sempre?

«Penso di sì. Ciccio veniva da me e mi diceva: "Sì, sì, i gemelli del gol, però io non conto un fico secco". Gli rispondevo che lo capivo, ma mica decidevo io. Poi, però, pensavo: se io sono Pulici, ci sarà un perché».

Il Toro rappresentava Torino più della Juventus?

«Una volta un ex sindaco mi raccontò di avere fatto una specie di sondaggio prima delle elezioni, scoprendo che l'87 per cento dei torinesi tifava granata. La città eravamo noi, molto più di loro».

Pulici, lei allena ancora i bambini del suo paese?

«Ho smesso l'anno scorso, perché la Tritium aveva deciso di aumentare il costo della scuola calcio».

Come festeggerà il compleanno dello scudetto?

«Andrò a Torino, dove hanno organizzato delle iniziative allo stadio per beneficenza, e dove cercherò di essere all'altezza: ci sarà il mondo. Ieri, mia figlia mi ha detto "papà, oggi non vai a comprare il pane e invece vai a sistemarti i capelli", perché, sa, io tutte le mattine faccio la spesa. Ho pensato che fosse proprio una cosa giusta essere in ordine per il Toro».

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