I veri fascisti
Complimenti vivissimi ai censori della Commissione Ue e ai loro servi italiani, da Meloni a quei geni di Giuli e Fazzolari, per avere sfregiato uno dei fiori all’occhiello italiani dell’arte e della cultura mondiale: la Biennale di Venezia, che persino Mussolini, pur usandola come instrumentum regni, aveva trasformato da dépendance comunale a ente autonomo statale. Ora a calpestarne l’autonomia provvedono i nuovi fascisti, chi più (in Ue) e chi meno (a Roma). La forsennata russofobia di chi vede Putin dappertutto, anche nelle opere di Dostoevskji, nei balletti di Ciaikovskji, nel Moscow Mule e nell’insalata russa, ha partorito quattro anni di censure tanto occhiute quanto ottuse contro direttori d’orchestra, pianiste, soprano, ballerini, cantanti e intellettuali russi, ma anche ucraini nati nel posto sbagliato (Donbass e Crimea). Come se fossero tutt’uno con il loro governo. Questa cura omeopatica contro l’autocrazia (solo russa, ci mancherebbe) a colpi di censure ha finito col trasformare l’Europa in una simil-autocrazia, ma più stupida.
Poi è cascato l’asino a Gaza, in Venezuela e in Iran. E lì le cantatrici calve dell’“aggressore e aggredito” e della “pace giusta” si sono ammutolite, perché l’Europa sta con gli aggressori americani e israeliani, liberi di sterminare decine di migliaia di innocenti senza uno straccio di condanna né tantomeno di sanzione (contro i 20 pacchetti anti-Russia). Restava un’isola felice: la Biennale guidata da Buttafuoco – infinitamente più liberale dei fascisti democratici che gli danno del fascista – che l’ha aperta a tutti, a prescindere dai governi: Russia, ma anche Israele e Iran, perché nessuna guerra può spegnere la cultura, ultimo canale di comunicazione fra i popoli che deve restare sempre aperto. Giù botte da destra e da sinistra (si fa per dire: Pd, Iv e Azione). Questa gentaglia pretende di chiudere il padiglione russo lasciando aperti tutti gli altri, inclusi quelli di Arabia, Qatar, Siria, Cina, Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Pakistan, Egitto, Marocco, Somalia e altre culle della democrazia. La Banda Ursula l’ha detto chiaro: “La cultura deve promuovere i valori democratici, il dialogo aperto e la libertà di espressione, valori non rispettati in Russia” e solo lì. Così la giuria, per non ridersi in faccia, ha risposto alle indicibili pressioni dell’Ue (“vi tagliamo i fondi”) e di Roma (“vi mandiamo gli ispettori e boicottiamo la vernice”) con un simulacro di par condicio: gli artisti russi e israeliani potranno esporre, ma non essere premiati. Ma un artista israeliano l’ha diffidata, minacciando di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo per “discriminazione razziale”. E i giurati si sono dimessi. Quod non fecerunt mussolini, fecerunt melones et ursulini.
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