sabato 8 agosto 2026

L'Amaca

 


Il caldo e il silenzio

di Michele Serra


Per il nostro governo — penso soprattutto al ministro dell'Agricoltura, al ministro dell'Ambiente e ovviamente alla presidente del Consiglio — il caldo micidiale è un problema di orari di lavoro all'aperto. E di somministrazione di bollini rossi città per città. Non un problema politico. Non un problema strutturale del nostro presente e soprattutto del nostro futuro.

Non una sola parola, un solo comunicato, una sola seduta parlamentare, un solo provvedimento può essere speso a partire dall'ammissione che sì, il cambiamento climatico è in atto e l'influenza delle attività umane è decisiva. Ammetterlo vorrebbe dire abbandonare la zattera del negazionismo (una zattera enorme, sulla quale la destra mondiale ha preso posto quasi al completo) e avventurarsi laddove tutti quanti, nessuno escluso, siamo ormai scaraventati: una realtà minacciosa, che ci costringe a fare l'elenco delle omissioni politiche, della cecità speculativa, della scellerata perseveranza nei comportamenti nocivi.

Intendiamoci, il problema è enorme e la sua soluzione — ammesso che esista — molto ardua. Non è che i governi non di destra brillino per intraprendenza, quanto ai rimedi. Ma almeno dirlo, santo cielo, che stiamo vivendo un'emergenza mondiale, stiamo rischiando di bollire insieme al pianeta e dunque la classe dirigente nel suo complesso deve almeno provare a cambiare rotta.

Niente di tutto questo ci attende. Così come il folle e vanitoso Trump dimostra con parole e opere, il riscaldamento del pianeta, nelle politiche liberiste e sovraniste, conta zero. Non esiste. Se ne parla molto sulle spiagge e nei bar. Magari al prossimo meeting mondiale sul clima. Ma nell'agenda politica quotidiana: nemmeno una riga.

Nel giorno delle esequie

 


I ragazzi e le parole che scaldano il cuore dei ventenni di oggi

di Paolo Di Paolo


Il segreto non lo conosce nessuno. A lui, talvolta, capitava di citare Orazio, perché frequentava i poeti come si frequenta la gente che ha davvero qualcosa da dire. Però non credo abbia mai pensato di aver tirato su, come l'autore latino diceva di sé, un monumento più resistente del bronzo. E invece.

Il segreto della durata non lo conosce nessuno: tutto invecchia in fretta, anzi troppo e sempre più in fretta. Prendete i libri: i romanzi di due anni fa sembrano più antichi di quelli di J.D. Salinger. Il più proverbiale, quello sull'eterno giovane Holden, Francesco Guccini lo evoca in una canzone senza nominarlo: c'è l'immagine di una collina che nessuno vede mai, la collina che si scollina tra infanzia e adolescenza.

Eccola la parola chiave: eternità. Non che sia a portata umana, è un'illusione che si stiracchia quanto si può. Non è comunque un sempre. «Siamo qualcosa che non resta», d'accordo, e invece per un po' sì: quando, per dire, funziona la staffetta fra ventenni di epoche diverse. Il giradischi dei nonni non gira su Spotify (la cui esistenza Guccini scoprì in un'ospitata da Fazio: «Forty-five?»). Le canzoni in loop nel cuore dei padri non scaldano quello dei figli. Salvo eccezioni. Guccini è fra queste.

Il segreto della durata non lo conosce nessuno. «Pensa a quanto sei durato» dice l'amico a un vecchio attore che, in uno degli ultimi romanzi di Philip Roth, sentiva di avere perso la sua magia. Guccini citava il grande americano che, dopo trenta e rotti libri, chiuse la partita con la creatività. «Quel che dovevo dire l'ho detto», così Guccini, e così Roth. Ma pensa a quanto sei durato, Maestrone, se per decenni ti hanno bussato alla porta di casa i ventenni, dandosi il cambio: nell'ormai canonica, irritante e commovente, esibizione del lutto social, mai così fitta è stata la sequenza di ricordi di gente che poteva vantare due chiacchiere vis-à-vis a Pavana. Il dettaglio che scintilla è che non si tratta solo di ventenni di mezzo secolo fa, ma di quello in corso. Tutt'al più, trentenni. Che si congedano con formule tipo «sapevo che questo giorno sarebbe arrivato ma», e potrebbero avere l'aria di chi — legittimamente — rimpiange il campo di intensità dei propri anni verdi. Potrebbero sembrare reduci. Non lo sono. Hanno cantato e cantano. Hanno schitarrato l'altra notte commossi, e sui pulmini delle gite scolastiche, e nelle sere di sigarette e alcol che cementano le amicizie e una visione del mondo.

Il fresco ventenne non legge nei versi di Guccini l'album dei ricordi dei padri: modella i propri, impara a nominarli. Scrive il suo romanzo di formazione mentre lo vive. Con un lessico largo, pastoso, e una sintassi (una sintassi, miracolo) che abbia slancio e duttilità. Che non è senza un prezzo salato diventare grandi. Che il mondo là fuori ti aspetta. Vale al tempo delle stagioni d'oro del Maestrone e vale domattina. Non tutti i miti svaniscono. Non Guccini.

Un po' d'aria fresca!

 

Avvelenati e assuefatti da 56 guerre nel mondo 


di Pino Corrias

Ma c’è qualcuno in grado di dirci quanta merda avvelenata stanno buttando nei cieli coinvolti dalle 56 guerre in corso? E quanta nei mari e negli oceani? Quanti incendi stanno bruciando, ogni giorno, sulle macerie delle raffinerie bombardate, sulle petroliere intrappolate, sui depositi di carburante? E quanto a lungo dureranno i danni che gli esperti chiamano “Perturbazioni dall’effetto prolungato?”.

Da mesi, da anni, le cronache dei telegiornali inquadrano le colonne di fumo nero che salgono in verticale – da Kiev a Gaza, allo Yemen – non solo a riempire di morti il bottino dei generali e dei politici (che se ne vantano) ma anche a saturare il nostro cielo, il cielo di tutti, mangiarsi l’ossigeno, moltiplicare l’effetto serra che sta surriscaldando il pianeta, dove noi, moltitudine di uomini e donne in ostaggio di tutti i banditi al potere, siamo condannati a friggere?

Chi lo misura quel veleno? Chi riesce a superare l’omertà degli Stati maggiori? Chi lo contabilizza nei grafici con cui ogni mattina ci spiegano che dobbiamo abbassare il termostato, usare con cautela l’aria condizionata, spegnere le luci, cambiare automobile, consumare meno carne, fare la raccolta differenziata e respirare con moderazione? Uno studio internazionale di climatologi ha calcolato che la distruzione di 600 pozzi in Iraq, durante la prima guerra del Golfo, anni 1990-91, ha aumentato del 4 per cento le emissioni globali di CO2, sono stati sversati nel Golfo Persico 700 milioni di litri di greggio e almeno 300 chilometri di costa del Kuwait sono stati anneriti dal petrolio.

Le ultime stime disponibili, anno 2022, ci dicono che le attività militari sono responsabili tra i 5 e il 7 per cento del gas serra che ci sta soffocando. I primi 4 anni di guerra in Ucraina hanno generato 311 milioni di tonnellate di CO2, mentre a Gaza, al netto dei 75mila morti, sono finite nell’atmosfera 33 milioni di tonnellate di gas serra. In quanto alle foreste, solo negli ultimi anni nel mondo, sono bruciati 280 mila ettari a causa dei droni e dei bombardamenti. Ogni missile lascia una infezione chimica nell’aria. Ogni deposito di carburante che esplode libera nell’atmosfera tonnellate di fumi tossici. Ogni città incendiata continua a bruciare anche quando i morti sono già stati sepolti. Ci sono territori in Francia, verso il confine con il Belgio, inquinati di piombo e mercurio dai tempi della Seconda guerra mondiale. Per non parlare delle giungle in Vietnam, ancora avvelenate dal Napalm.

Gli stati maggiori se ne fregano. In nome della guerra, della repressione, dell’aggressione e della rappresaglia, incendiano petroliere, fanno esplodere raffinerie, radono al suolo foreste, porti, fabbriche, oleodotti, aeroporti, centrali elettriche e minacciano quelle nucleari. Il tutto mentre noi discutiamo – giustamente, ma anche risibilmente – se una caldaia emette qualche grammo in più di CO2, se conviene abolire le cannucce di plastica e piantare giovani alberi davanti alle scuole. Le guerre moderne non badano troppo alle trincee, quelle segnano il fronte e hanno bisogno di tempi lunghi per essere espugnate. I generali si occupano molto di più di terrorizzare (e sterminare) i civili. Bombardano il clima. Bombardano l’aria. Bombardano l’acqua. Bombardano il futuro di enormi territori. Prima nel Golfo, poi nei Balcani, sono state usate migliaia di bombe e proiettili all’uranio impoverito che hanno avvelenato la terra, ucciso soldati e civili anche a distanza di anni.

L’intero Donbass è teatro di un ecocidio per la distruzione e la contaminazione sistematica di tutto: territori, villaggi, città, campi agricoli, fiumi. Da quattro anni, ogni giorno, russi e ucraini si lanciano centinaia di droni e missili. A Gaza, Israele continua a radere al suolo quel che resta di un popolo. Nel Mar Nero affondano navi. Nel Mar Rosso esplodono petroliere. Lo Stretto di Hormuz è un ingorgo di navi intrappolate. Ogni incendio è una catastrofe fuori controllo. Ogni bombardamento una apocalisse di veleni. Il segreto militare copre tutto. Prima per consuetudine, oggi per accordi internazionali. Il primo è stato il protocollo sul clima di Kyoto, anno 1997, che ha reso possibile eludere il conteggio e la comunicazione dei danni causati da armi e guerre. Gli accordi di Parigi, anno 2015, lo hanno confermato. Motivo? Il solito: la sicurezza nazionale. Che per gli eserciti è la chiave universale per sigillare tutto, non solo il bilancio dei morti, dei feriti, degli investimenti, ma anche quello dei veleni e dei danni che generano. Il tutto ribadito nelle successive 28 conferenze sul clima, nelle quali non mancano mai i generali, seduti in prima fila a esibire medaglie per ogni distruzione.

Se lo infastidite....

 

Il cabarettista geopolitico 


di Marco Travaglio 

Quando qualcuno ci insulta, cerchiamo di seguire Chateaubriand: “In questi tempi difficili, è opportuno concedere il nostro disprezzo con parsimonia, tanto numerosi sono i bisognosi”. Ma facciamo un’eccezione per Vittorio Emanuele Parsi, uomo dal nome francamente eccessivo, che in un comizietto nel solito garage, oltre alle consuete contumelie al sottoscritto, ha offeso il Fatto e tutta la nostra comunità. Parlava del “noto direttore di quel giornale pro russo infame” (è così intrepido da non fare nomi), mi attribuiva frasi mai dette (“chi se ne frega se gli ucraini muoiono”) e secerneva bile a volontà: “Che schifo d’uomo, che persona bieca, che piccolo imbrattacarte sei per dire una porcheria del genere”. Ora, è un vero onore godere della disistima di questo cabarettista della geopolitica, addirittura docente alla Cattolica, co-tenutario di un programma a conduzione familiare su La7 e membro del “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa” creato da Crosetto con gli effetti a tutti noti: insomma un analista parastatale. Ed è comprensibile che sia nervosetto, visto che da 53 mesi gli esiti sul campo della guerra russo-ucraina tramutano ogni sua analisi in barzelletta: “Più si va avanti, più la Russia rimane isolata… più la Cina vede i suoi interessi divaricarsi da quelli russi perché la Cina sa che nel futuro c’è la Cina, ci sono gli Usa, c’è l’Ue e non c’è la Russia”, “Putin ha il mondo contro… Persino i cinesi… addirittura Kim (Jong-un, ndr) non intende mandare armi alla Russia”, “Putin non mangerà il panettone nel 2023”, “L’Ucraina vincerà”, “Se c’è qualcuno che non può vincere la guerra, è la Russia”, che “sta perdendo sul campo di battaglia e sul fronte diplomatico”, “Per Putin l’Ucraina è come la Grecia per Mussolini: l’inizio della débâcle del regime”, “Il numero dei possibili sospetti (sull’attentato ucraino ai gasdotti NordStream, ndr) si riduce moltissimo: principalmente alla Russia… Se mettiamo insieme gli interessi, chi ha la capacità e uno stile d’azione disinvolto, i sospetti vanno lì”, “Chi non può permettersi altri sei mesi di guerra è la Russia” (questa è del 27.6.’22: 4 anni fa).

Avanspettacolo puro, che ci fa solidarizzare con i suoi studenti e con chiunque prenda sul serio il Pippo Franco della strategia. Naturalmente non abbiamo mai detto né pensato “chi se ne frega se gli ucraini muoiono”. Anzi, subito dopo l’invasione russa, mentre lui blaterava, la Fondazione del Fatto già raccoglieva fondi per accogliere i loro profughi. Diciamo e pensiamo da 53 mesi che per salvare gli ucraini serva negoziare un compromesso con Putin. Se il pover’uomo cerca qualcuno che se ne frega degli ucraini che muoiono, si faccia prestare uno specchio: avrà pessime sorprese.