Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 20 maggio 2026
L'Amaca
Tutti al servizio di uno soltanto
di Michele Serra
Non dice mai "gli Stati Uniti", "il mio governo", "l'America", "gli americani". Dice sempre "io". Quasi tutte le sue frasi cominciano con "io". Io faccio la guerra, io faccio la pace, io metto le sanzioni, io levo le sanzioni, io sono uno che, io ho deciso che. Io ho detto, io ho fatto. Nemmeno l'ipocrisia del plurale maiestatis, quel "noi" che concede al potere, anche solo retoricamente, una sortita maestosa e carismatica dall'angustia dell'io.
È il miserabile io dei narcisi e dei piccoli di spirito, il cancro del Terzo Millennio, il nemico mortale della socialità, della convivenza, della tolleranza, del salubre compromesso tra noi e gli altri. È l'io di Trump, l'io tirannico e capriccioso, infantile e aggressivo. L'io totalitario e sordo che furoreggia sui social, l'io giudicante e indisponibile, l'io petulante e irriflessivo, l'io che non ascolta, non pensa, non esita, non studia, non dubita. L'io che non ha mai riso di se stesso ma sbeffeggia volentieri gli altri. L'io che non tace mai. L'io che riconosce solo l'io. L'io che non ama niente e nessuno al di fuori dell'io.
L'ipotesi ottimistica è che Donald Trump sia un dono del destino: incarnazione della rovina alla quale siamo esposti tutti quanti se non si torna al "noi", o a qualcosa che mitiga e contiene la vanità umana — specialmente la vanità dei maschi di potere. Potremmo farne tesoro: mai più uno così.
L'ipotesi pessimistica, invece, è che Trump sia solo colui che ha aperto le porte al Caos: seguirà il peggio.
Comunque sia, il suo avvento ci chiama, uno per uno, a schierarci. O l'umanità esiste in quanto tale, o è solamente una escort al servizio dell'Io.
La Saggezza di Leone
Nella “Sapienza” di Leone c’è un fronte per la pace
Le parole che papa Leone XIV ha pronunciato giovedì scorso alla Sapienza di Roma sono le più necessarie che si potessero dire. Innanzitutto, sul ruolo stesso dell’università: così spesso negato anche dagli stessi governi accademici. “Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo!”: ecco la cosa forse più rivoluzionaria. L’università non come un servizio che risponda alle aspettative dei “portatori di interesse” (mercato del lavoro, imprese…), ma come una comunità capace di costruire e condividere strumenti per desiderare e costruire un mondo diverso. Non un’istituzione che conservi lo stato delle cose, i rapporti di forza esistenti, la mentalità corrente, ma un laboratorio di liberazione, di rovesciamento, di insubordinazione. Un mondo nuovo.
Le ragazze e i ragazzi sono orientati dalle aspettative delle famiglie, dalla competizione troppo spesso respirata a scuola, dai media e dal mercato: se l’università non li disorienta, se l’università non insegna (ribaltando il motto thatcheriano del neoliberismo) che c’è sempre un’alternativa, allora non serve a nulla. E l’alternativa passa innanzitutto dalla formazione di persone, prima che di professionisti: “Che senso avrebbe d’altronde – si è chiesto il papa – formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è”. Diciamolo con le parole della Costituzione: è il “pieno sviluppo della persona umana” l’unico vero scopo dell’università – cioè l’esatto contrario della costruzione di un “capitale umano”.
Leone non ha avuto paura di fare l’esempio più radicale, e più scomodo, del primato della coscienza: il rifiuto delle armi. Innanzitutto, condannando l’alleanza tra università e industria militare, attraverso il finanziamento alla ricerca bellica, e quindi invitando a una radicale obiezione di coscienza (parole che avranno fatto saltare sulla sedia più di un rettore): “Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale sì alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!”.
Una università come quella che immaginava Virginia Woolf: capace di preparare la pace, non di costruire la guerra. E non basta: “Nell’ultimo anno – ha aggiunto il papa – la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Sono parole da incidere nel marmo, parole che dovrebbero essere considerate con somma attenzione, innanzitutto dai politici cristiani: non tanto da quelli che usano la religione, ma da coloro che lo sono davvero, a partire dal presidente Mattarella. Perché smentiscono in modo definitivo l’idea della deterrenza, smascherando la menzogna fatale del si vis pacem para bellum. Riarmarsi è guerra, non è difesa: e come tale è incompatibile con la Costituzione. Il papa va ancora oltre: denunciando che il riarmo costruisce un’economia di guerra che taglia le gambe ai diritti, e arricchisce una classe dirigente indegna e rapace.
Sono parole che sarebbero sembrate radicali anche in bocca a papa Francesco: e che infatti il mondo politico italiano ha fatto cadere in un gelido silenzio. Leone sa perfettamente che l’élite politica, economica e anche accademica non è dalla sua parte. E infatti parla direttamente agli studenti, dei quali si sente alleato, delineando il fronte della pace: composto dal papa stesso (e dai suoi predecessori), dalla Costituzione e dalle studentesse e dagli studenti che insorgono per la pace, per Gaza, per la Flotilla: “Il grido ‘Mai più la guerra!’ dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali”. In un’epoca di feroce ritorno della guerra, in un Paese governato da una destra estrema ultra-nazionalista, in un’Europa guidata da una Commissione spaventosamente guerrafondaia, Leone torna a denunciare l’inganno del riarmo e il veleno del nazionalismo. Lo fa sposando le parole, anche le più radicali, dei movimenti studenteschi: quelli che l’élite liquida come terroristi. E che ora sanno di avere al loro fianco, oltre alla Costituzione, anche il papa.
Robecchi
Flotilla. Israele impunito: un problema che riguarda tutti, soprattutto Schlein
Un ricercato dalla Corte Penale Internazionale, Benjamin Netanyahu, si è molto complimentato con il suo esercito per il rapimento di cittadini di numerose nazioni (una quindicina italiani) in acque internazionali, catturati a bordo di barche battenti bandiere di vari Paesi, in pratica un’invasione multipla di territori sovrani, molto simile a una dichiarazione di guerra. Se la rivendicazione di una simile azione terroristica fosse venuta da un qualsiasi gruppo armato del mondo, avremmo giustamente reazioni durissime da parte di ogni nazione coinvolta, mentre il rapimento da parte dell’esercito israeliano sembra ormai, anche dai titoli della stampa italiana, una routine consolidata, quasi ovvia, tollerata e in qualche caso approvata. In sostanza esiste un Paese, Israele, che gode della più sfacciata impunità, con cui tutti fanno affari, vendono e comprano armi, strumenti di intelligence e spionaggio, di cui sostengono le ormai insostenibili ragioni, a cui è perdonato un genocidio, l’invasione di altri Stati, l’apartheid, la tortura, l’infanticidio. Senza una minima sanzione, senza un minimo provvedimento di censura.
Il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani, ha balbettato da par suo le solite stupidaggini, come la timidissima richiesta a Israele di “rispettare il diritto internazionale”, quello stesso diritto internazionale che – parole sue, lo disse in tivù senza vergogna – “conta fino a un certo punto”. La famosa Europa, zitta anche lei, incapace di mettere anche solo un piccolo argine al terrorismo internazionale praticato da Tel Aviv. Anzi, numerosi parlamentari europei (e anche italiani) sono iscritti ad associazioni, istituti e lobby israeliane che appoggiano apertamente le posizioni colonialiste e suprematiste, vanno e vengono da Tel Aviv in amichevolissime missioni in cui stringono mani ai sostenitori del genocidio di Gaza, perorano senza tregua la causa di Israele, non dicono una parola sull’invasione del Libano, sull’annessione violenta della Cisgiordania, oltre che naturalmente sull’aggressione all’Iran.
Proprio durante l’arrembaggio delle forze speciali israeliane a barche pacifiche in acque internazionali, il Consiglio comunale di Milano, ha votato per confermare il gemellaggio con Tel Aviv. In un primo momento, il Consiglio aveva votato per sospenderlo, ma il sindaco Sala aveva deciso da solo. Poi, nuova votazione, questa volta con esito negativo: a favore di mantenere il gemellaggio con la più grande città dello Stato genocida hanno votato la destra, rinforzata da renzisti, calenderos ed eletti nella lista civica di Sala, e tre del Pd. In meno di un mese la lobby ha lavorato benissimo.
Si pone dunque, lontanissimo dai confini di Israele, un enorme problema politico: quello di forze (destra, sinistra, estremisti di centro) infiltrate da interessi di uno Stato straniero, complici di fatto di innumerevoli azioni illegali, sia in termini di diritto internazionale, quello che a Tajani piace un po’ sì e un po’ no, sia in termini di crimini di guerra. Siccome tra un anno si vota, pare inevitabile risolvere questo problema: può una “sinistra” che aspira a governare, contenere (e magari candidare) fiancheggiatori di uno Stato genocida che pratica l’apartheid? Schlein sa che per decine, forse centinaia di migliaia di suoi potenziali elettori la presenza di anche soltanto un sostenitore di Israele all’interno del suo partito sarebbe motivo sufficiente per votare qualcun altro o per non votare? O ci dirà che “sennò vince la destra”?
Quando ce vo'...
Riarmo in disarmo
Ricapitoliamo. Nel 2014, al vertice Nato di Newport, il premier Renzi conferma con gli altri soci l’impegno assunto nel lontano 2006 a portare le spese militari al 2% del Pil. Ma, siccome non c’è un euro, né lui, né Gentiloni, né Conte danno seguito all’idiozia, come del resto quasi tutti gli altri. Solo qualche rialzino annuo, tant’è che nel 2021, all’arrivo di Draghi, la quota italiana è all’1,4% (26 miliardi l’anno). Ma nel 2022, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Biden rimette in riga i soci al vertice di Bruxelles: Draghi e Guerini, come altri sudditi, promettono il 2% (38 miliardi l’anno) entro il 2024. Papa Francesco tuona: “Mi vergogno per loro. Il 2% del Pil nelle armi? Sono dei pazzi!”. Conte si oppone e chiede, vista la crisi, di diluire l’aumento fino al 2028: botte da orbi dalle destre e dal Pd, che l’accusano di aver aumentato nelle sue tre finanziarie la spesa militare di 1,1 miliardi l’anno (spiccioli rispetto ai 12 in più promessi da Draghi). Il Corriere gli imputa un’“escalation anti-armi”, la Stampaun’“escalation grillina” (ma escalation significa più armi, non meno). Per Mieli “una dozzina di miliardi” l’anno ai mercanti di morte più bisognosi non è nulla. Folli auspica che “Draghi si liberi di un segmento dei 5S”: cioè di Conte (Di Maio è già sul presentat’arm). Polito lecca “la spesa per la Difesa necessaria e produttiva”, “non alternativa agli ospedali o al sussidio di disoccupazione, come ripetono i demagoghi”, quindi “non ingiusta e neanche immorale”. De Angelis accusa Conte di fare “demagogia su un’inesistente corsa al riarmo”. Giannini e Merlo dicono che sul 2% si è impegnato Conte, anche se nel 2006 c’era Prodi e nel 2014 Renzi. Draghi giura che tira diritto, ma poi rinvia il 2% al 2028 (come chiede Conte) fingendo di non aver mai detto 2024 (invece l’ha sempre detto, e pure Guerini).
Nel 2022 la Meloni va al governo: “Confermo il 2% di Pil: siamo una nazione seria”. Infatti nel 2025, appena Trump ordina il 5% al vertice dell’Aja, fa retromarcia e firma il 5% (mentre Sánchez resta al 2): cioè s’impegna a spendere 70 miliardi in più all’anno. Il Fatto scrive che è una cifra assurda, ma nessuno ci dà retta: che saranno mai 70 miliardi. Ieri mattina i capigruppo di FdI, Lega, FI e Noi Moderati presentano una mozione che fa retromarcia sulla retromarcia: serve una “revisione” dell’“irrealistico” 5% (cioè si torna al 2, peraltro mai raggiunto). E chi l’aveva firmato? La Meloni: la stessa che ha firmato pure il Patto di Stabilità e ora lo contesta. Ma nel pomeriggio la retromarcia sulla retromarcia viene cancellata da un’altra retromarcia (si torna al 5%). In attesa della prossima, questi gaglioffi potrebbero abbonarsi al Fatto: costa molto meno del riarmo e aiuta a evitare figure da pagliacci.


