Il pomeriggio al Tempio seduta senza aspettare
Le vecchie si chiudevano dentro, caverne che davano sulla strada, casette del dopoguerra, prive di lucernari, nere come ossidiane. Cespi di gelsomino più in là, superati dalla chiesa intitolata all’apostolo delle genti.
Il Tempio era anche quel tipo di Sicilia, la Sicilia del ricottaro, con la motoretta insolente, qualcosa di scarno, equivalente al mezzogiorno di una periferia. Tornavo al Tempio soltanto il pomeriggio, quando il crepuscolo smorzava l’eccesso tribale delle luci e dei suoni che affliggevano il rione, un manifesto ruffiano, utile come un battage, ma poi c’era la vita, se così vogliamo chiamarla, ove sprofondare ogni giorno. Su cui sedersi intontiti, su una panca, all’ombra di un melograno. Senza aspettare, se non l’attesa.
L’attesa è molto siciliana, un ramo della scienza della sicilianità, si chiama attesa, imbarbarimento contemplativo. Ai siciliani stanno molto bene le antinomie.
Torme di vecchi, ambulanti, braccianti. Sembravano usciti da un romanzo di Capuana: scorgerli solcati da una remissione malevola, non appagata, una fissità svuotata di qualsiasi malinconia o gentilezza. Una fissità siciliana.
Il crepuscolo addolciva i peggiori moti dello spirito, la vita girava e girava intorno a sé stessa, non era altro che un vorticoso ritornare al punto, al massimo spiando un esempio di futuro, su una ipotetica bertesca, oltre l’orizzonte; esistono passeggiate lungo i crepuscoli violetti che dicono promenade, il porto, gli attracchi, uomini aitanti vestiti di bianco che lucidano ottoni. Per questo esistono al Sud le rade e le baie e il diportismo magniloquente che beve Moet et Chandon, sulla prua di un catamarano.
Le anziane aprivano le bicocche dei vicoli e nell’ombra paziente scendevano giù, alla fine della straducola, svoltavano all’angolo con l’edicola votiva e la Vergine dipinta con stilemi naif, sedevano insieme. Le vedove.
Beghine di un trattato del Pitrè. Assiomi iconici. Tutto nell’insieme lo era.
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