Egemonia di destra. Tanto annunciata non arriva mai: come i treni di Salvini
Arrivato il camion dei popcorn, sistemata la poltrona in posizione strategica e allacciate le cinture, ecco: siamo pronti a gustarci lo spettacolo d’arte varia dell’egemonia culturale della destra. Per ora, sembra, i nostri eroi stanno ripassando i Borgia: gli sgambetti, le congiure di palazzo, le dimissioni, i veti, le ripicche. Manca il veleno, è vero, non si può avere tutto, ma aspettiamo, non si sa mai. Intanto ci godiamo le sberle che volano, compresa l’udienza che Meloni ha concesso a Giuli per dire che va tutto bene e “confermare e ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo”. Divertente che si brindi alla concordia mentre il campo di battaglia è pieno di morti e feriti, che in metafora vuol dire dimissionati e licenziati, ministri accompagnati alla porta, sottosegretari esodati, capi di gabinetto immolati. Viene in mente Fantozzi “crocefisso in sala mensa”, ma anche le sorde lotte di potere tra gerarchi e gerarchetti ed eminenze grigie incazzate nere.
Terreno di scontro: la cultura, pensa te.
Dunque, contraddizioni in seno al regime, con un ministro imbizzarrito (Giuli) che caccia due esimi sottoposti (Merlino e Proietti) referenti dei capataz (il potente Fazzolari e le Meloni sisters), dopo averne combinate più di Carlo in Francia, a completare una serie infinita di gaffe, incidenti di percorso, reati di lesa lingua italiana, nomine bislacche e amichettismo all’ennesima potenza. Si era partiti da Sangiuliano, che già non era il massimo, e poi, tra le altre cose, colpevole di cinepanettone estremo, con l’amante esuberante, la moglie furibonda, la ferita sul cranio, la telenovela deliziosa delle interviste compiacenti al Tg1, il perdono di palazzo Venezia (pardon, Chigi) e poi la revoca del perdono. Vabbè, cose che capitano, ma intanto l’egemonia culturale marciava spedita come gli otto milioni di baionette, e giù nomine e programmi, e finanziamenti ad amici e camerati (pardon, patrioti), compresa Beatrice Venezi alla Fenice, respinta con perdite, il veto alla Biennale, respinto con perdite, i finanziamenti al cinema e alla fiction, concessi quando serve e negati quando conviene (il documentario su Giulio Regeni). La convinzione bislacca che per costruire un’egemonia culturale sia più importante un’idea che una nomina non li sfiora nemmeno. Ora, tutti contro tutti: se la sinistra odiasse la destra come la destra sa odiarsi al suo interno saremmo all’ordalia.
Intanto ci becchiamo Giuli separato in casa (in casa loro, per fortuna), stupendamente agghindato da paggio settecentesco, oppure vestito da Feldmaresciallo in visita a New York a celebrare Cristoforo Colombo, tanto per ricordare che in tempi antichi sapevamo fare i genocidi anche noi. Un po’ esoterico, un po’ evoliano, un po’ neopagano, con quell’eloquio da Marinetti reloaded, futurista senza futuro, uno spasso. Uno che da un momento all’altro potrebbe evocare Fiume italiana e partire per conquistarla, in compagnia di altri squinternati, ma “locomotivamente fischiato” (questo è il Marinetti vero) dai suoi stessi arditi, cioè quelli che l’hanno messo lì per costruire la famosa egemonia culturale della destra, che per ora è ferma alla fiction su D’Annunzio, per l’appunto. Per ora, dopo quattro anni di governo, il disegno culturale della destra arranca un po’, ma abbiamo fiducia: le figure e mezze figure da piazzare sono moltitudini, c’è gente che aspetta da anni, da decenni, da secoli, questa famosa egemonia, sempre annunciata e che non arriva mai, tipo i treni di Salvini.
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